Autore: Francesco Trani – 13/03/2026
NEW THEORETICAL AND CONCEPTUAL APPROACHES TO THE STUDY OF GEOPOLITICS VOL. II – Emerging Actors, Innovative Spaces, and New Configurations of Global Power
NUOVI APPROCCI TEORICI E CONCETTUALI ALLO STUDIO DELLA GEOPOLITICA VOL. II – Attori emergenti, spazi innovativi e nuove configurazioni del potere globale
Recensione a cura di Francesco Trani
Il II volume della raccolta Nuovi approcci teorici e concettuale allo studio della geopolitica. Attori emergenti, spazi innovativi e nuove configurazioni del potere globale (collana Heartland. Storia e Teoria della Geopolitica), si immerge vertiginosamente nella prassi, nella complessa morfologia e nelle dinamiche operative dell’attuale disordine mondiale. La domanda che funge da architrave teorica per questa seconda opera corale può essere sintetizzata in questi termini: come si esercita, si nasconde e si proietta il potere in un ecosistema internazionale in cui lo Stato-nazione territoriale non è più l’unico attore rilevante e la mappa bidimensionale classica ha cessato di essere l’esclusivo campo di battaglia?
Attraverso tredici densi contributi, metodologicamente rigorosi e suddivisi in quattro capitoli tematici, il volume curato offre al lettore una mappatura analitica ed esaustiva delle nuove traiettorie egemoniche del XXI secolo. Dalla decolonizzazione epistemica del Sud Globale alle infrastrutture spaziali e orbitali, dall’emersione dei network criminali del Dark Web fino alla sovranità algoritmica dettata dall’intelligenza artificiale, gli autori coinvolti in questo progetto riscrivono radicalmente le regole di ingaggio e i paradigmi interpretativi, dimostrando in modo inequivocabile che il potere contemporaneo è divenuto profondamente ibrido, tridimensionale, asimmetrico e, molto spesso, strutturalmente invisibile. Il filo conduttore che lega in modo coerente queste ricerche è la precisa volontà di fornire una radiografia strutturale delle dinamiche di forza che sfuggono irrimediabilmente alle categorie westfaliane.
La struttura del volume è organizzata in un percorso analitico progressivo che accompagna il lettore dalla scomposizione delle antiche gerarchie bipolari e unipolari fino all’esplorazione dei domini della conflittualità ipermoderna. Il primo capitolo, Multipolarismo, regioni strategiche e nuove traiettorie del potere globale, è dedicato alla decostruzione dell’unipolarismo post-Guerra Fredda e all’indagine puntuale sulle profonde metamorfosi della sovranità statale nell’era dell’interdipendenza.
Ad aprire e inquadrare le riflessioni del primo capitolo è Alberto Cossu, con il saggio intitolato La Geopolitica del Sud Globale nel XXI Secolo: dalle periferie all’ascesa multipolare. Cossu compie un’operazione teorica di formidabile rilievo: esplora la progressiva centralità geopolitica del Sud Globale non trattandolo più come un passivo oggetto di analisi per le cancellerie e le accademie occidentali, bensì riconoscendolo come un vero e proprio soggetto geopolitico, produttore attivo di norme, saperi e modelli alternativi di governance. Attraverso un approccio teorico interdisciplinare che ibrida magistralmente la teoria dei sistemi-mondo, il pluralismo normativo post-occidentale e il pensiero decoloniale, l’autore rifiuta le spiegazioni monocausali, spesso pigramente basate unicamente sulla vertiginosa crescita del PIL cinese o indiano. Al contrario, egli ci mostra come i BRICS+ debbano essere letti come una “cornice politico-cognitiva” autonoma, un formidabile laboratorio di governance multipolare dove la diversificazione delle alleanze, l’innovazione tecnologica utilizzata come leva di autonomia strategica e la cooperazione Sud-Sud si fondono con la costruzione di un capitale simbolico e normativo collettivo. L’allargamento del blocco e l’istituzione della New Development Bank come strumento di de-dollarizzazione progressiva non sono dunque descritti come semplici espansioni numeriche o riforme tecniche, ma incarnano l’istituzionalizzazione di un principio di pluralità che sfida apertamente la pretesa universalità del paradigma liberale. La multipolarità, avverte Cossu in questo fondamentale testo di apertura, non è la semplice moltiplicazione dei centri di potere, ma una trasformazione radicale dei principi stessi che reggono la governance internazionale e la nozione medesima di ordine.
Se Cossu traccia le coordinate macro-sistemiche di questa transizione globale, il contributo successivo di Archil Sikharulidze, dal titolo Postcolonial Neo-Colonialism in Georgia: Between Ideology and Geopolitical Realities, opera un prezioso e mirato ancoraggio empirico, portando le lenti analitiche del post-colonialismo e del neo-colonialismo all’interno del nevralgico spazio post-sovietico. Sikharulidze smonta il dogma dell'”Europeanness radicale” radicato nel discorso pubblico georgiano. L’autore dimostra come l’integrazione euro-atlantica, se elevata a imperativo civilizzazionale indiscutibile e assunta in modo acritico al punto da silenziare ogni pluralismo nel dibattito interno, rischi di tradursi in una nuova e insidiosa forma di “neocolonialismo ideologico”. La Georgia illustra in modo esemplare, assumendo il ruolo di vero e proprio studio di caso paradigmatico, il paradosso di un Paese che, nel disperato e storico tentativo di sottrarsi all’eredità coloniale russo-sovietica, finisce per interiorizzare una subordinazione strutturale ed epistemica nei confronti dell’Occidente. A questa dipendenza intellettuale e politica, Sikharulidze contrappone il paradigma della “Georgianness”, inteso non come isolazionismo romantico o nazionalismo retrogrado, ma come un pragmatismo sovrano e anti-coloniale fondato sulla dignità nazionale, sulla preservazione millenaria della continuità culturale, sulla diversificazione delle alleanze e sulla flessibilità strategica. Il messaggio politico e teorico del saggio è inequivocabile e risuona come un monito per tutti i piccoli Stati schiacciati nelle faglie della transizione multipolare: la mera sostituzione di un polo egemonico con un altro non produce mai un’autentica autonomia strategica, ma si limita a ricreare sotto diverse spoglie le condizioni strutturali della dipendenza.
A fare da ponte teorico interviene Oxana Karnaukhova, che chiude il primo capitolo con il saggio Leadership Rent and Sovereignty Redefining in the New International Order. L’autrice rigetta con forza la tesi di stampo liberale (legata all’interdipendenza complessa di Keohane e Nye) secondo cui la globalizzazione avrebbe eroso la sovranità statale condannandola all’obsolescenza; piuttosto, collocandosi nel solco di un realismo strutturale aggiornato, ella argomenta che la sovranità si sta moltiplicando e trasformando in un costrutto prettamente relazionale e frammentato. Il contributo analitico più brillante del saggio risiede nella formalizzazione del concetto di “rendita di leadership” (Leadership Rent), attraverso il quale Karnaukhova disgrega i meccanismi operativi impiegati dagli attori dominanti per strutturare e mantenere le relazioni di dipendenza con i Paesi periferici. L’autrice distingue abilmente tra il patronage, storicamente prediletto dalla Russia e basato su legami identitari personalizzati, narrazioni storiche e coercizione economica strumentale, e il donorship, lo strumento principe degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che subordina l’integrazione economica e l’elargizione di aiuti a una rigida e unidirezionale condizionalità normativa legata ai valori democratici. Analizzando casi empirici complessi come le dinamiche di alleanza in Asia Centrale (il ruolo del Kazakhstan e i tentativi di integrazione regionale) e il ruolo sfidante della SCO, il saggio ci rivela che nel mondo contemporaneo la sovranità non è un dato oggettivo posseduto a priori, ma una posta in gioco costantemente negoziata tra attori asimmetrici. Chi detiene il potere di riconoscere, legittimare o negare la sovranità esterna altrui possiede di fatto le chiavi d’accesso al club esclusivo degli attori influenti, perpetuando gerarchie egemoniche che le semplici narrazioni di cooperazione istituzionale faticano a celare.
Assodato che lo Stato territoriale tradizionale e le sue prerogative sovrane siano sottoposti a continue pressioni, erosioni e drammatiche riconfigurazioni, il volume procede in un’esplorazione audace dei vuoti di potere venutisi a creare nel tessuto globale. Il Capitolo II, intitolato Attori non statali, entità ibride e forme alternative di potere, indaga esattamente chi o cosa stia colonizzando questi spazi interstiziali e liminali del sistema internazionale, dando forma a ordini politici inattesi.
Ad aprire questa complessa e affascinante sezione è David Bastardo Martínez con il saggio Diasporacracy: Towards a Geopolitical Concept of Nationalist Lobbies Overseas, che introduce nel lessico accademico un paradigma di lettura tanto dirompente quanto fecondo. Affrancandosi dalla visione classica della geografia politica che vede il potere geopolitico spartito e interpretato unicamente attraverso il dualismo tra tellurocrazia (potere terrestre continentale) e talassocrazia (potere marittimo), l’autore dimostra l’esistenza empirica e teorica di una terza, formidabile forma di potere geopolitico: la “diasporacrazia”. Il saggio esplora minuziosamente come comunità nazionali profondamente disperse nello spazio possano esercitare una fortissima e unitaria agency strategica operando al di là dei confini tradizionali, agendo direttamente dall’interno delle istituzioni, dell’economia e della società civile dei Paesi ospitanti. Attraverso una rigorosa analisi comparata di modelli diasporici strutturalmente molto diversi — l’approccio organico e istituzionalizzato di Israele (capace di condizionare in modo quasi automatico la politica estera americana tramite colossi come l’AIPAC), l’uso egemonico, conflittuale e securitario delle enclavi russofone da parte del Cremlino nel proprio near abroad (come in Georgia o in Ucraina), e il network commerciale storicamente pervasivo della diaspora cinese, oggi mobilitato attivamente dalla strategia istituzionale dello Qiaowu — Bastardo Martínez decostruisce il mito dell’esclusività del controllo territoriale. Il saggio affronta inoltre con grande acume il delicatissimo caso delle diasporacrazie apolidi (quali Curdi, Palestinesi, Rohingya o Uiguri), dimostrando definitivamente che il controllo fisico ed esclusivo di uno spazio geografico non è più una precondizione necessaria per possedere un’influenza geopolitica reale. Le reti di influenza, il soft power etnico e lo sharp power istituzionale di natura diasporica ridisegnano i destini delle nazioni madri e degli Stati ospitanti in modo tanto incisivo quanto i tradizionali eserciti schierati sui confini, provando che la deterritorializzazione è ormai una categoria strutturale.
A fare da perfetto controcanto a questo concetto di “potere disperso e non territoriale”, Minas Lyristis analizza invece l’essenza del “potere concentrato non statale” nel suo contributo Beyond the Failed State: The Insurgent Statelet as a Tool for Geopolitical Analysis. Lyristis compie una radicale e necessaria critica epistemologica dei paradigmi dominanti nella letteratura occidentale sulle relazioni internazionali, destrutturando etichette normative, moraleggianti e spesso sbrigative come “Stato fallito” o “gruppo terroristico”. L’autore dimostra con ineccepibile rigore argomentativo che queste categorie, essendo costruite esclusivamente a tutela dell’ordine statale vigente e dalla prospettiva dello Stato incumbente, ci rendono di fatto ciechi e inabili di fronte alla comprensione della reale natura degli ordini politici alternativi emergenti nelle caotiche zone di conflitto. La geniale riabilitazione e l’aggiornamento per il XXI secolo del concetto storico di statelet insurrezionale permette di leggere queste organizzazioni territoriali ribelli non come meri accidenti o espressioni di nichilismo distruttivo, ma come sofisticati costruttori di Stato (state-builders). Lyristis applica questo robusto framework analitico a due casi empirici antitetici per ideologia, ma strutturalmente del tutto affini: l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est (AANES/Rojava), fondata sul confederalismo democratico, e lo Stato Islamico (ISIS) al culmine della sua brutale estensione territoriale. Entrambi gli statelets hanno dimostrato una padronanza spiazzante e letale delle dinamiche del XXI secolo: creazione di una solida governance amministrativa e burocrazia digitale parallela, utilizzo militare avanzato di tecnologie duali accessibili (come droni commerciali modificati per divenire munizioni di precisione o stampa 3D per armamenti) e una complessa diplomazia informale di sopravvivenza in grado di navigare regimi sanzionatori internazionali, estraendo e vendendo risorse petrolifere. Il saggio ci ammonisce in modo netto: il sistema internazionale odierno è fittamente popolato da costruttori di sovranità de facto che le vecchie categorie del diritto internazionale faticano a riconoscere, ma le cui ripercussioni strategiche non possono più essere ignorate o liquidate con la lente miope della guerra al terrorismo.
La frontiera estrema e decisamente più oscura della deterritorializzazione, del crimine e del potere informale analizzata in questo capitolo è infine tracciata da Aniello Inverso nel saggio Deterritorializzazione e crimine organizzato nell’era digitale: Il dark web come spazio geopolitico informale. Inverso opera una sintesi accademica rara e preziosissima, unendo la teoria sociologica e la filosofia politica di alto livello (attingendo in particolare alla concettualizzazione dello “spazio dei flussi” di Manuel Castells, al modello architetturale The Stack di Benjamin Bratton e al doppio movimento di deterritorializzazione di Deleuze e Guattari) con una solidissima e minuziosa indagine empirica sulle architetture tecnologiche del crimine transnazionale. Il saggio eleva definitivamente il Dark Web da semplice oggetto di indagine investigativa, o da confinata cronaca nera, a vera e propria categoria analitica della geopolitica contemporanea, descrivendolo come un'”infrastruttura geopolitica informale”. In questo ecosistema sommerso si organizzano autorità, sistemi di fiducia alternativi, contrattualistica decentralizzata, sistemi di escrow e un coordinamento macro-economico gigantesco, il tutto operando al di fuori e al di sopra delle giurisdizioni statali tradizionali. Inverso analizza casi concreti e maestosi come i colossi AlphaBay, Hydra (un vero e proprio ecosistema logistico-finanziario radicato nello spazio russo-sovietico, dotato di banche ombra regionali) e l’operazione di smantellamento Dark HunTOR, delineando l’ascesa inarrestabile del cybercrime-as-a-service (CaaS). Il saggio dimostra inoppugnabilmente che la criminalità organizzata digitale non agisce affatto in una generica e caotica anarchia, ma prospera all’interno di architetture reticolari altamente strutturate e policentriche. L’analisi si chiude con una diagnosi strutturale estremamente allarmante per i decisori politici: il regulatory lag — ovvero l’incolmabile ritardo strutturale degli Stati, delle policy repressive e della cooperazione giudiziaria internazionale di fronte alla velocità evolutiva e autorigenerativa di questi ecosistemi digitali, oggi enormemente potenziati dall’implementazione di intelligenza artificiale generativa per phishing e deepfake — costituisce una vera faglia geopolitica profonda. Quando la sovranità statale fallisce nel penetrare, decodificare e sanzionare lo “spazio dei flussi”, il potere si scompone in frammenti invisibili che logorano irreversibilmente dall’interno la stabilità economica e sociale delle nazioni.
Raggiunta l’inequivocabile e documentata consapevolezza che gli attori della contesa internazionale sono profondamente mutati nella forma e nella sostanza, il volume compie un’ulteriore evoluzione per fornire strumenti adeguati a questa nuova realtà. Il Capitolo III, Spazi verticali, marittimi e infrastrutturali nella competizione globale, cambia radicalmente la geometria stessa dell’analisi spaziale.
A guidare questa riconcettualizzazione macro-geografica è Tiberio Graziani. Con il saggio La Croce dei Quattro Mondi. Asimmetrie sistemiche tra emisferi e assi geopolitici nel XXI secolo, Graziani compie un vero e proprio salto epistemologico radicale introducendo e formalizzando il modello teorico della “geopolitica sferica”. L’autore argomenta, con ferma convinzione analitica, che l’epoca degli approcci puramente stato-centrici e schiacciati sulla bidimensionalità topografica è definitivamente tramontata e inservibile. Il potere globale del XXI secolo si distribuisce, si accumula e si contende oggi lungo un continuum tridimensionale e verticalmente integrato che spazia dal profondo sottosuolo fino allo spazio extra-atmosferico, passando per gli abissi oceanici, la superficie terrestre e lo spazio aereo. L’introduzione e l’articolazione della potente formula della “Croce dei Quattro Mondi” segmenta la complessa geometria del potere in grandi sfere geo-sistemiche strutturali e interdipendenti: l’Emisfero Occidentale, descritto come un sistema a bassa entropia e fortezza sistemica, contrapposto all’Emisfero Orientale ad alta entropia e cronica compressione geopolitica; e ancora, l’Asse Settentrionale, vero e proprio direttorio tecnologico, contrapposto all’Asse Meridionale, inquadrato come spazio di pressione caratterizzato da elevata energia demografica ma incompleta autonomia strategica. All’interno di questa architettura formidabile, Graziani teorizza che i Global Commons (gli oceani profondi, lo spazio orbitale, i fondali marini) e le “cerniere emisferiche” (come l’equatore, le zone polari o i choke points) debbano cessare di essere romanticamente considerati spazi neutri di libera circolazione, rivelandosi per ciò che realmente sono: teatri nevralgici della competizione e straordinari moltiplicatori di asimmetrie strutturali. L’astrogeopolitica non viene interpretata in questa sede come una rottura epistemologica rispetto al passato, ma come la naturale fase più avanzata di un inesorabile processo di verticalizzazione di lungo periodo del potere. La struttura sferica del dominio emerge così come la direttrice primordiale lungo cui si accumula e si cristallizza l’egemonia delle nazioni tecnologicamente avanzate a scapito di quelle emergenti, offrendo in via definitiva all’analista una griglia descrittiva e probabilistica di eccezionale solidità per interpretare la natura e la persistenza delle disuguaglianze globali.
Questa forte e innovativa vocazione alla tridimensionalità, teorizzata da Graziani, trova un’immediata applicazione operativa nel saggio di Christian Ilcus, Vertical Spaces in the Red Sea: security, vertical geopolitics and maritime regionalism. Ilcus compie un’elegante operazione di sintesi teorica, fondendo con sapienza gli studi di geopolitica verticale elaborati da Stuart Elden, la dromologia e le logiche di accelerazione strategica di Paul Virilio, unendole alla teoria del regionalismo marittimo e ai moderni security studies per rileggere in profondità uno degli scenari geostrategici più infiammati, instabili e vitali dell’intero globo: il Mar Rosso. L’autore ci dimostra senza appello che i mari non possono più essere concepiti come piatte superfici orizzontali di mero transito commerciale, pacificamente regolate esclusivamente dalle convenzioni internazionali. Il Mar Rosso, nel raffinato paradigma analitico delineato da Ilcus, è un vero e proprio ecosistema volumetrico, un microcosmo perfetto e paradigmatico dei “Four Battlespaces” (i quattro spazi di battaglia). In questa dimensione, la sicurezza strategica si gioca, si contende e si vince simultaneamente e su più livelli sovrapposti: sulle dorsali vitali dei cavi sottomarini adagiati in profondità oceanica, sulla superficie increspata dai pattugliamenti statali e dalle minacce delle milizie asimmetriche, nei corridoi aerei costantemente attraversati da droni letali e sistemi missilistici, e infine nella dimensione orbitale da cui dipendono interamente i network di targeting, geolocalizzazione e telecomunicazione. I tradizionali chokepoints, come il vitale e conteso stretto di Bab el-Mandeb, evolvono in complesse arene di governance multilivello, dove il potere non si misura più con il tonnellaggio delle corazzate, ma attraverso la sofisticata capacità di dominare, monitorare e interdire i flussi in tutta la loro stratificazione verticale. Attraverso l’esame della postura strategica e del ruolo del porto giordano di Aqaba, Ilcus dimostra concretamente come attori apparentemente limitati dal punto di vista geografico possano ritagliarsi ruoli di enorme influenza e rilevanza attraverso un’abile integrazione tecnologica e una complessa diplomazia coalizionale all’interno di questi spazi iper-saturati.
A completare e chiudere l’esplorazione sugli spazi fisici, marittimi e sulle infrastrutture logistiche interviene Tin Maung Htwe con uno studio di densità analitica, forte di un apparato solidissimo: The Maritime Dragon’s Silent Advance: Military-Civil Fusion and China’s Strategic Rewriting of Geopolitical Space in the South East Asia and South China Sea. Htwe decostruisce pezzo per pezzo la dottrina marittima di Pechino nel turbolento e strategicamente cruciale scacchiere del Mar Cinese Meridionale e del Sud-Est asiatico, sostenendo con vigore che l’espansionismo cinese non si fonda affatto sull’aggressione militare palese, diretta e cinetica teorizzata dalle classiche dottrine convenzionali. Piuttosto, questo inesorabile avanzamento si esprime attraverso la sofisticata, pervasiva e opaca strategia della Military-Civil Fusion (MCF), declinata nella prassi operativa come “incorporamento infrastrutturale” (infrastructural embedding). Costruendo freneticamente e con enormi capitali isole artificiali (formidabili avamposti militarizzati come Fiery Cross, Mischief e Subi Reefs, un tempo atolli sommersi) e ramificando una fitta rete di porti e terminal dual-use (progettati per mescolare sapientemente logistica commerciale civile e strutture di supporto militare latenti) in nazioni chiave dell’asse indo-pacifico come Cambogia (con la base navale di Ream), Myanmar (Kyaukphyu) e Malesia, la Cina opera un’autentica annessione funzionale dello spazio marittimo senza mai innescare formalmente lo scontro aperto. Htwe sfida apertamente, criticandole, le vecchie logiche del sea power di stampo mahaniano, per proporre il concetto teorico, profondamente suggestivo e azzeccato, di “sovranità liquida”: un dominio post-territoriale, plastico e flessibile, esercitato in zona grigia attraverso l’intricata rete di assemblaggi strategici, attraverso un uso strumentale del lawfare volto al logoramento dell’UNCLOS, e supportato costantemente dalle rassicuranti narrazioni di sviluppo pacifico e connettività veicolate dalla Belt and Road Initiative. Nel nuovo ordine asiatico, argomenta in modo convincente l’autore, il Dragone non sputa più fuoco in battaglie navali decisive, ma consolida la propria egemonia globale a colpi di cianografie, cavi in fibra ottica, radar ad alta frequenza e milioni di tonnellate di asfalto e cemento, mutando silenziosamente l’infrastruttura civile nella vera corazzata in grado di aggirare e sbaragliare l’intera architettura della deterrenza convenzionale occidentale.
Il vertice concettuale, operativo e speculativo di questo ambizioso volume si raggiunge inesorabilmente nel Capitolo IV, intitolato Nuovi domini della geopolitica: orbita, tecnologia e intelligenza artificiale. In questa sezione terminale, la contesa per l’egemonia globale si immerge nell’istituzionalizzazione delle capacità spaziali, nell’esopolitica, nei network satellitari invisibili e, da ultimo, nell’intelligenza algoritmica.
A inaugurare questa esplorazione verso l’alto e a calare immediatamente il lettore nell’architettura istituzionale e capacitiva della competizione extra-atmosferica è Francesco Valacchi, che firma un saggio di eccezionale chiarezza: Il concetto della Spacepower theory e la sua evoluzione nel contesto europeo e italiano. Valacchi traccia in modo rigoroso la complessa storicizzazione del concetto di Spacepower, illustrando il definitivo superamento del rigido monopolio militare e bipolare (appannaggio esclusivo di USA e URSS) tipico della Guerra Fredda. Questo scenario è stato inesorabilmente soppiantato in favore di un ecosistema multi-dominio e multilivello, segnato dalla massiccia “democratizzazione” dell’accesso allo spazio, dall’ingresso dirompente di formidabili attori privati corporativi (la rivoluzione del New Space, guidata da entità come SpaceX e Planet Labs) e dall’imporsi del pervasivo paradigma del dual-use (la convergenza e fungibilità tra tecnologie civili e scopi militari). Appoggiandosi solidamente alle avanzate riflessioni teoriche e sistemiche di Bleddyn Bowen, il quale postula che l’infrastruttura spaziale compenetri oramai ogni arteria della vita e dell’economia moderna sulla Terra, l’autore compie l’essenziale operazione di calare le astrazioni dell’astropolitica globale nella concretezza dei piani istituzionali, industriali e capacitivi del Vecchio Continente. L’analisi disvela con minuzia di dettagli come l’Unione Europea stia disperatamente ma concretamente cercando di forgiarsi una propria “autonomia strategica” attraverso l’agenzia EUSPA e lo sviluppo di programmi comunitari titanici: il sistema di navigazione Galileo (creato per slegarsi in modo indipendente dal GPS statunitense), il programma Copernicus per l’osservazione terrestre di precisione, e la futura, cruciale costellazione IRIS² destinata alle comunicazioni satellitari governative sicure e resilienti. In questo delicato e affollato panorama continentale, Valacchi dedica un affondo imprescindibile, originale e doveroso al ruolo nevralgico ricoperto dall’Italia. L’autore evidenzia senza retorica come Roma, forte di un’eccellenza e di una filiera industriale di primissimo piano (guidata dall’Agenzia Spaziale Italiana, e da colossi produttivi del calibro di Leonardo, Telespazio e Avio per i lanciatori Vega), unita a una spiccata e lungimirante integrazione interforze guidata dal Comando delle Operazioni Spaziali (COS) del Ministero della Difesa, agisca da vero e proprio perno strategico imprescindibile nell’architettura europea. Il saggio lancia, in ultima istanza, un monito decisivo per le élite politiche: la sovranità orbitale non si ottiene più semplicemente sfoggiando muscolari e antiquati assetti militari, ma padroneggiando la Space Situational Awareness (SSA), garantendo la sicurezza e la crittografia cibernetica dei data link e imponendo per primi le regole di Space Traffic Management. Il tempo, tuttavia, stringe: la finestra per consolidare questa indipendenza è ristretta a un lustro, pena la definitiva e irrecuperabile subalternità tecnologica e politica dell’Europa a vantaggio di superpotenze o freerider globali.
Dal consolidamento delle istituzioni spaziali europee, la prospettiva subisce una brusca virata verso la dottrina strategica e militare più pura. A sigillare con coerenza logica ed epistemologica i concetti appena esposti intervengono Gino Lanzara e Sirio Zolea con il loro saggio Dagli abissi oltre la volta celeste: la persistenza dell’idea mahaniana nello Spazio. Gli autori compiono un’operazione teoretica di altissimo profilo, chiudendo idealmente un perfetto cerchio concettuale rispetto ai primi capitoli dell’opera: essi dimostrano brillantemente come le dottrine più rigorose e classiche della geografia politica, se opportunamente traslate, spogliate dei limiti epocali e attualizzate, offrano ancora le lenti analitiche più acute per leggere e decifrare le estreme e fredde propaggini dell’ipermodernità strategica. Applicando rigorosamente e passo dopo passo i postulati fondativi sul Sea Power elaborati alla fine dell’Ottocento dall’Ammiraglio Alfred Thayer Mahan (e riprendendo le intuizioni del coevo Corbett) all’astropolitica contemporanea e alla dottrina della United States Space Force, Lanzara e Zolea argomentano che le immense orbite extra-atmosferiche obbediscono, mutatis mutandis, alle stesse ferree, spietate leggi di potenza e di proiezione che da secoli governano gli oceani terrestri. Nel cosmo infinito e apparentemente illimitato, le potenze non tentano invano di occupare l’intero vuoto siderale, ma mirano chirurgicamente a presidiare, sia militarmente che commercialmente, le “alture strategiche” e i punti di passaggio obbligati e nevralgici (choke points). Così come avveniva per gli stretti di Malacca o Gibilterra, la contesa si sposta oggi sulle preziose e sovraffollate orbite basse terrestri (LEO), sulla ristretta, esigua e ambitissima fascia dell’orbita geostazionaria (GEO), sui punti di librazione o di Lagrange e sulle orbite di trasferimento vitale di Hohmann. Con l’emergere del nuovo campo multidisciplinare dell'”Orbitomica” — un crocevia concettuale che sintetizza spietate valutazioni geopolitiche, logistica spaziale estrema, dinamiche economiche da triliardi di dollari del space mining e la problematica, urgente gestione dei detriti spaziali (la temuta sindrome di Kessler) — la dottrina accademica della guerra multidominio cessa repentinamente di essere teoria speculativa per farsi realtà imminente e operativa. La caduta fattuale dell’illusione giuridica della res communis omnium e la massiccia privatizzazione della Space Economy testimoniano e confermano che l’esplorazione spaziale è, oggi come ieri, intimamente e inestricabilmente legata all’espansione egemonica, al calcolo strategico e alla potenziale logica imperialista. La supremazia tecnologica, informativa e cinetica tra le stelle è divenuta, concludono gli autori in modo incontrovertibile, la precondizione assoluta e inaggirabile per poter esercitare in futuro qualsiasi forma di superiorità economica, deterrenza militare, early warning e sicurezza globale sulla superficie della Terra.
Rimanendo saldamente e criticamente ancorati all’osservazione della volta celeste e delle sue dinamiche sotterranee, Hicheme Lehmici e Adrien Bernadett Kincses Ludovika introducono un framework concettuale nel loro saggio Sovereignty, Governance and the Frontiers of Space: Towards a Geopolitics of the Invisible. Forte delle prospettive di teoria critica e dottrina giuridica, gli autori decostruiscono implacabilmente l’ingenuo universalismo utopico e pacifista che ha storicamente ammantato, fin dalla sua stesura in piena Guerra Fredda, l’Outer Space Treaty del 1967, un documento giuridico internazionale che aveva formalmente, e in apparenza definitivamente, precluso l’appropriazione territoriale del cosmo per preservarlo idealisticamente come res communis omnium, uno spazio libero da conflitti. La realtà cruda, competitiva e iper-tecnologica contemporanea, avvertono con lucidità gli autori, svela l’ipocrisia, le enormi lacune strutturali e il fallimento strisciante di questa architettura normativa. Lehmici e Kincses elaborano la geniale e calzante nozione di “geopolitica dell’invisibile” per descrivere come, proprio in totale assenza di confini fisici tracciabili sulla roccia, di linee di demarcazione evidenti e di terre da piantare fisicamente con bandiere, la vera sovranità e il potere spaziale si esercitino ormai attraverso un dominio funzionale, infrastrutturale e algoritmico profondamente asimmetrico e deterritorializzato. Il controllo esclusivo e tecnologicamente avanzato delle reti di comunicazione satellitare, la capacità di imposizione coercitiva di standard tecnici e protocolli operativi al resto del mondo, e l’accaparramento monopolistico delle orbite basse (si pensi, come citato dagli autori, al peso schiacciante e soverchiante delle mega-costellazioni private di Starlink nel conflitto ucraino) costituiscono le nuove inespugnabili frontiere invisibili ma tangibilissime del potere. Con l’ascesa inarrestabile e senza mandato esplicito degli operatori commerciali giganti, e con la contemporanea militarizzazione opaca e strisciante della “zona grigia” extra-atmosferica (operata tramite test missilistici anti-satellite che generano detriti, operazioni di jamming accecante, spoofing di segnali GPS e guerra cibernetica non formalmente dichiarata o attribuibile), la governance globale si è irreversibilmente frammentata. Lo spazio è regredito in un pericoloso far west dominato da logiche di soft law e trattati selettivi (come gli Artemis Accords a guida statunitense), lasciando che il futuro dell’ordine orbitale sia dettato dai vincitori della spietata corsa tecnologica e dall’architettura del silenzio, piuttosto che da un chimerico e pacifico multilateralismo egualitario basato sul diritto.
A chiudere l’intero volume è la nitida e puntuale indagine di Giuliano Luongo. Nel suo saggio conclusivo, IA e sviluppo tecnologico nel progetto internazionale del governo kazako, la tecnologia intesa non come strumento economico derivato, ma come manifestazione primaria, pura e fondativa della sovranità statale e della sicurezza nazionale, viene posta al centro esatto della scacchiera geopolitica. In un contesto globale in cui l’innovazione costituisce a tutti gli effetti la spina dorsale e la “nuova grammatica della geopolitica”, Luongo esamina e seziona le imponenti ambizioni del programma governativo “Digital Kazakhstan”. L’autore illustra magistralmente, con grande padronanza della dottrina istituzionale asiatica, come Astana non stia semplicemente e passivamente importando know-how estero per un banale ammodernamento burocratico della propria elefantiaca macchina pubblica. Al contrario, la dirigenza kazaka sta utilizzando scientemente lo sviluppo massiccio dell’Intelligenza Artificiale (IA) e, fatto ancora più rilevante per la dimensione cognitiva del potere, la creazione di Large Language Models (LLM) nativi — algoritmi addestrati specificamente su vastissimi corpora di dati in lingua kazaka e russa — come leve geopolitiche essenziali per emanciparsi e proteggersi. Questa complessa strategia serve a preservare la propria identità linguistico-culturale dall’egemonia anglofona e a garantire l’assoluta e inviolabile sicurezza dei dati sensibili dei propri cittadini e delle proprie istituzioni attraverso la strenua costruzione di solide infrastrutture di cloud sovrano e data center localizzati fisicamente sul suolo nazionale. In un mondo drammaticamente polarizzato, frammentato e stritolato dalla feroce competizione tecnologica e commerciale sino-americana, il Kazakistan, in quanto potenza emergente, fugge brillantemente dalla riduttiva e condannante logica centro-periferia. Esso lo fa adottando e istituzionalizzando una raffinatissima e pragmatica politica di “multi-vettorialità tecnologica”. Attraendo abilmente e con calcolo strategico i massicci investimenti cinesi sulle infrastrutture di telecomunicazione pesanti (tramite accordi mirati con colossi come Huawei nell’alveo della vastissima Digital Silk Road), e cooperando parallelamente e contemporaneamente con nazioni avanzate come la Corea del Sud per il trasferimento di know-how amministrativo, con il Giappone per lo sviluppo sostenibile e con l’Unione Europea per mutuare i principi etici e normativi del “Trustworthy AI” e della smart governance, Astana offre al mondo in via di sviluppo un vero e proprio manuale pratico di emancipazione e resilienza digitale. In questo modo, lo “Stato cerniera” kazako dimostra che è possibile ritagliarsi un ruolo attivo, configurandosi come un hub tecnologico e normativo autonomo e indispensabile nel cuore pulsante dell’Asia Centrale, capace di mediare tra modelli autoritari di sorveglianza e framework occidentali basati sulle regole.
Al termine di questa vasta, profonda, complessa e stratificata ricognizione intellettuale condotta attraverso molteplici continenti e differenti strati della realtà, il secondo volume della raccolta Heartland ci consegna una diagnosi clinica tanto inequivocabile e lucida quanto storicamente impietosa: il potere globale ha definitivamente e irrimediabilmente mutato il suo stato di aggregazione. Ha perduto in gran parte la granitica, prevedibile, lineare e facilmente misurabile staticità della terraferma, dei confini terrestri e degli eserciti trincerati per assumere la forma mutevole, liquida, eterea e infinitamente più insidiosa dei flussi finanziari deterritorializzati, dei network criminali celati nel Dark Web, delle dorsali dei cavi sottomarini che collegano le economie, dei codici sorgente e dei protocolli informatici abilmente celati nell’infrastruttura civile dual-use, delle reti diasporiche transnazionali, della crittografia quantistica e, non da ultimo, delle traiettorie impalpabili, silenziose ma strategicamente letali delle orbite spaziali. Gli autori che hanno contribuito alla stesura di questa pregevole, densa e indispensabile collezione di saggi accademici ci dimostrano, con una rara, unanime e penetrante coerenza metodologica, che le antiche e rassicuranti lenti della sovranità puramente e classicamente westfaliana e del diritto internazionale di stampo novecentesco sono ormai divenute strumenti in gran parte inservibili, irrimediabilmente opachi e del tutto incapaci di mettere a fuoco la vera, ibrida e asimmetrica natura della competizione odierna.
