Autore: Francesco Trani – 22/02/2026
Vol. I: NEW THEORETICAL AND CONCEPTUAL APPROACHES TO THE STUDY OF GEOPOLITICS – Foundations, Paradigms, and Methodologies of Contemporary Geopolitics
Vol I: NUOVI APPROCCI TEORICI E CONCETTUALI ALLO STUDIO DELLA GEOPOLITICA – Fondamenti, paradigmi e metodologie della geopolitica contemporanea
Recensione a cura di: Francesco Trani
Il I volume della raccolta HEARTLAND,dal titolo NUOVI APPROCCI TEORICI E CONCETTUALI ALLO STUDIO DELLA GEOPOLITICA – Fondamenti, paradigmi e metodologie della geopolitica contemporanea si presenta come un lavoro corale focalizzato sulla dimensione teorica ed epistemologica della disciplina. Come descritto nell’introduzione, la domanda centrale che funge architrave per l’opera è: “come può la geopolitica continuare a essere uno strumento analitico efficace in un mondo frammentato, interconnesso e tecnologicamente trasformato?”
Ogni articolo propone una propria visione come risposta a tale quesito, trattando la materia non più come concetto statico, ma come scienza storica ed evolutiva, intrinseca alle mutazioni politiche delle relazioni internazionali. Il volume, curato da Tiberio Graziani e Phil Kelly, offre al lettore una mappa articolata che spazia dalla teoria classica ai nuovi paradigmi, per concludere con casi studio specifici e proposte originali. Il filo rosso che lega i dodici contributi qui raccolti è la ricerca di una nuova epistemologia della potenza. Dalle riletture dei classici di Mackinder e Spykman alle frontiere della tecnopolarità e della sicurezza ontologica, gli autori non cercano di semplificare la realtà, ma di fornirne una radiografia strutturale.
La struttura del volume è organizzata in tre capitoli che guidano il lettore in un percorso analitico e progressivo. Il viaggio inizia necessariamente dalle fondamenta. Non è possibile discutere di nuove architetture di sicurezza globale se prima non viene verificata la tenuta dei pilastri su cui la disciplina è stata costruita. Il primo capitolo, Epistemologia, metodo e nuove basi teoriche della disciplina, raccoglie sei contributi volti ad analizzare le basi teoriche della geopolitica. Si apre con un confronto con Halford Mackinder, uno dei padri della materia, per poi svilupparsi verso nuove dimensioni: la connessione, la formazione sociale, l’infrastruttura, il tempo e l’immaginario.
Ad aprire il primo capitolo è Phil Kelly, con il saggio “A Critique of Mackinder’s Heartland Thesis with a Comparison of Three Continental Heartlands and How They Might Change in a Coming Era of international Chaos”. Kelly, custode autorevole della tradizione classica, compie un’operazione intellettuale di fondamentale igiene teorica: salvare Mackinder dal determinismo per restituirlo all’analisi strategica. Invece di trattare la teoria dell’Heartland come una profezia immutabile, Kelly la trasforma in un modello diagnostico flessibile. L’autore ci invita a guardare la mappa non come un destino, ma come un campo di potenzialità. Il cuore dell’analisi risiede in una comparazione inedita tra tre “Heartland” continentali: il Sud America (identificato nella regione del Charcas/Bolivia), l’Eurasia e il Nord America. Perché solo uno di questi (il Nord America) si è trasformato in un’egemonia stabile, mentre l’Eurasia rimane contesa e il Sud America frammentato? Kelly introduce concetti correttivi essenziali come i Checkerboards (le scacchiere di stati cuscinetto e rivalità locali) e le barriere topografiche. L’analisi del “Failed Heartland” sudamericano è illuminante: la centralità geografica, senza unità politica e con vicini ostili, diventa una trappola anziché un trampolino. Allo stesso modo, la lettura dell’Eurasia attuale mostra come la Russia, pur occupando la “fortezza”, sia costantemente drenata dalla necessità di difendere un perimetro immenso privo di confini naturali netti, confermando la validità della teoria classica ma aggiornandola all’era del “caos internazionale”. Kelly conclude che l’Heartland non è una garanzia di vittoria, ma una piattaforma che richiede una gestione politica sofisticata: la geografia fornisce le carte, ma è la strategia (il Sea Power, le alleanze nei Rimlands) a determinare chi vince la mano. Questo saggio funge da ancora: fissa i punti cardinali classici prima che gli autori successivi inizino a navigare in acque inesplorate.
Se Kelly ci dice dove guardare sulla mappa, il secondo contributo di Tiberio Graziani dal nome “Geopolitics as the Science of Connection: toward an epistemological foundation between Geography, System, and Relation” ci invita a cambiare radicalmente il modo in cui guardiamo. Graziani opera una rottura epistemologica: la geopolitica non può più essere solo la “scienza” dello spazio fisico (la terra, il mare), ma deve evolvere in una “scienza della connessione”. In un mondo definito dalla complessità sistemica, l’oggetto di studio non è più l’atomo-stato isolato, ma la relazione che intercorre tra i nodi. L’autore attinge a un corpus filosofico denso – da Spinoza alla Teoria dei Sistemi di Luhmann, fino alla termodinamica di Prigogine – per distinguere tra due concetti spesso confusi: connettività e connessione. La connettività è l’infrastruttura materiale (i cavi, i tubi, le strade); la connessione è il principio cognitivo e ordinatore che dà senso a quei flussi. Graziani propone una formula quasi matematica: Geopolitics = f(Space × Connection × Power). In questa visione, la “connessione” è il moltiplicatore che trasforma uno spazio inerte in un campo di forza politica. Questo approccio permette di superare le vecchie dicotomie: un confine non è più una linea che separa, ma un’interfaccia dinamica di connessione/disconnessione. Il “Sistema-Mondo” viene letto come un organismo vivente dove le crisi non sono incidenti di percorso, ma processi di riassestamento delle linee di relazione. Graziani eleva la geopolitica a “meta-scienza”, capace di sintetizzare geografia e sociologia, offrendo una grammatica per leggere la guerra ibrida e le sanzioni non come semplici atti ostili, ma come tentativi di recidere o manipolare le connessioni vitali del nemico. È il passaggio dalla geopolitica dei “luoghi” alla geopolitica dei “flussi”.
Proseguendo sul sentiero della rifondazione teorica, Alfredo Musto introduce una necessaria prospettiva strutturalista con il saggio “La formazione socio-spaziale mondiale: emersione, dinamica e morfologia del “continente Geopolitica”. Se Graziani ha definito le connessioni come flussi, Musto indaga la sostanza politica che riempie questi spazi connessi. L’autore compie un’operazione intellettuale audace: recupera il rigore del concetto marxiano di “formazione sociale” e lo proietta sulla dimensione geografica, parlando di “formazioni socio-spaziali”. Il punto di partenza è la radicale decostruzione della globalizzazione intesa come processo uniformante. Musto argomenta che, sebbene esista una “natura generale” dell’interdipendenza globale – nata con l’era Colombiana e ormai irreversibile – il mondo rimane diviso in “nature particolari”. Non esiste un unico capitalismo o un unico modello di sviluppo universale; esistono invece diverse formazioni (occidentale, russa, cinese) che occupano, organizzano e immaginano lo spazio in modi qualitativamente irriducibili. L’idea del “Continente Geopolitica”, dunque, non si riferisce a una massa terrestre fisica, bensì a un dispositivo concettuale che definisce la nostra contemporaneità: un’epoca di saturazione spaziale in cui le diverse formazioni sono costrette a una “compenetrazione” forzata. Qui risiede una chiave di lettura potente per il multipolarismo: lo scontro attuale non è solo tra nazioni per il controllo delle risorse, ma è una frizione tettonica tra diversi modi di produzione dello spazio sociale. La Cina o la Russia non sono semplici rivali strategici, sono entità che incarnano una diversa “morfologia” socio-spaziale. Questo approccio restituisce pienamente il “primato alla politica”: in un mondo interconnesso, la vera sovranità risiede nella capacità di una formazione di mantenere la propria specificità strutturale senza farsi diluire dalla “natura generale” del mercato globale. È un saggio che invita a guardare sotto la superficie delle alleanze diplomatiche per analizzare le strutture profonde che muovono la storia.
Il quadro teorico del volume si arricchisce ulteriormente con il contributo di Alberto Cossu, intitolato “Dal territorio alla connettività: ripensare il potere geopolitico nell’era multipolare”. Cossu compie un’operazione cruciale: prende le astrazioni filosofiche sulla connessione e le cala nella realtà operativa della competizione tra stati. La sua tesi centrale è che nel XXI secolo il potere ha cessato di essere monolitico per divenire “stratificato” e “multifunzionale”. Superando la classica e ormai insufficiente dicotomia tra Hard Power coercitivo e Soft Power persuasivo, l’autore identifica una terza via decisiva: il “potere infrastrutturale” e connettivo. Attraverso un’analisi comparata stringente, Cossu dimostra come le grandi potenze abbiano già interiorizzato questo paradigma. Se gli Stati Uniti mantengono un primato basato sulla proiezione militare classica, la loro egemonia è strutturalmente sfidata dalla Cina. Con la Belt and Road Initiative, Pechino non sta solo costruendo strade, ma sta ridisegnando la topologia politica del globo, creando dipendenze funzionali che scavalcano le vecchie alleanze. Anche la Russia viene riletta in questa chiave ibrida: il suo potere non risiede solo nei tank, ma nella capacità di utilizzare l’energia e la disinformazione come vettori cinetici per penetrare le reti avversarie. Particolarmente interessante è l’inclusione di attori medi come l’Italia e il Vietnam, che tentano di navigare questo sistema complesso usando la “diplomazia delle infrastrutture” per ritagliarsi spazi di autonomia strategica. Cossu ci dice che lo spazio è diventato un elemento “attivo” e costituente: chi progetta i flussi — siano essi di dati, merci o elettroni — governa il mondo più di chi occupa semplicemente la terra. La sovranità, dunque, evolve nella capacità di “accendere e spegnere” selettivamente le connessioni, trasformando l’interdipendenza da fattore di rischio in arma strategica.
Finora l’analisi si è mossa lungo le coordinate spaziali e connettive. Con il saggio “Time as a Geopolitical Tool: Weaponization of History under Vladimir Putin”, Beatrice Parisi compie uno scarto laterale decisivo, introducendo la variabile occulta spesso rimossa dalle carte geografiche: il Tempo. La geopolitica cessa qui di essere solo una questione di dove, per diventare drammaticamente una questione di quando. Parisi non si limita a osservare l’uso della storia, ma teorizza una vera e propria “cronopolitica” del potere. Il saggio contrappone due temporalità inconciliabili: quella occidentale, lineare e progressiva, che vede il futuro come evoluzione democratica, e quella della Russia putiniana, che abita un tempo ciclico, radicato nel trauma del crollo sovietico e nel mito dell’eterno ritorno. Utilizzando categorie filosofiche dense, come l’Ouroboros e la nietzschiana ripetizione, l’autrice decodifica comportamenti strategici che altrimenti apparirebbero irrazionali. L’invasione dell’Ucraina, in quest’ottica, trascende la mera conquista territoriale: è un tentativo disperato di “fermare il tempo” della decadenza post-1991 e innescare artificialmente il ciclo della rinascita imperiale. La “weaponization of history” diventa così l’asset strategico primario: la riscrittura ossessiva del passato — dalla sacralizzazione della Grande Guerra Patriottica alle origini della Rus’ di Kiev — serve a legittimare la sovranità presente e a blindare il futuro. Parisi ci avverte che le mappe mentali dei leader sono composte da calendari sacri tanto quanto da confini fisici. Comprendere l’avversario oggi significa comprendere in quale “fuso orario” ontologico vive, poiché la deterrenza materiale e le sanzioni economiche risultano inefficaci contro un attore che non combatte per il PIL, ma per la restaurazione metafisica di un passato mitizzato.
A chiudere il primo capitolo, Alessandro Frandi con “Geopolitical Imaginaries: narratives and symbolic struggles in global space” ci conduce nel dominio dell’immateriale. Se Parisi ha esplorato la dimensione del tempo, Frandi esplora quella della mente. La geopolitica critica ha insegnato che le carte geografiche non sono mai neutre, ma l’autore radicalizza l’assunto: le narrazioni non si limitano a descrivere, ma creano ontologicamente lo spazio politico. Categorie come “Occidente”, “Eurasia” o “Sud Globale” cessano di essere meri riferimenti geografici per divenire “immaginari geopolitici” attivi, costrutti ideologici ingegnerizzati per mobilitare risorse, legittimare alleanze e giustificare conflitti. Focalizzandosi sulla Russia post-sovietica, Frandi smonta l’architettura simbolica del Cremlino. Analizza chirurgicamente come la fede ortodossa, il conservatorismo valoriale e la memoria imperiale vengano fusi per erigere un “muro simbolico” contro la presunta contaminazione liberale. Istituzioni come la fondazione Russky Mir trascendono il soft power culturale tradizionale; sono strumenti di ingegneria geopolitica volti a definire chi è “dentro” e chi è “fuori” dal perimetro di sicurezza ontologica della nazione, estendendo i confini morali dello Stato fin dove arriva la lingua russa. La tesi di Frandi è dirimente: la battaglia per il multipolarismo si vince prima nell’infosfera e nell’immaginario collettivo, e solo successivamente sul terreno. Nel XXI secolo, la sovranità coincide con la capacità di imporre la propria narrazione del mondo agli altri. Senza un “immaginario” coesivo, un impero è un guscio vuoto, anche se armato di testate nucleari. Questo saggio chiude perfettamente il cerchio epistemologico del capitolo: partiti dalla terra “dura” di Mackinder, approdiamo alla mente del decisore, dimostrando che la geopolitica contemporanea deve saper maneggiare con pari destrezza la geografia fisica e quella simbolica.
Dopo aver rifondato le basi teoriche, il volume si sposta sull’applicazione di queste nuove lenti ai paradigmi classici. Il Capitolo II è dedicato all’aggiornamento delle mappe. Come cambiano l’Heartland e il Rimland nell’era della tecnica? Come si misura un “polo” in un mondo che si dice multipolare ma fatica a definire i centri di potere?
Il secondo capitolo si apre con Ivelina Dimitrova e il suo “Reassessing the Geopolitical Role of the Rimland from Antiquity to Present Day”. Se il primo articolo del volume rileggeva l’Heartland, qui l’attenzione si sposta sulla sua controparte teorizzata da Spykman: il vasto anello costiero eurasiatico. Tuttavia, Dimitrova opera una rottura epistemologica, rifiutando la visione tradizionale che riduce il Rimland a una mera “zona di cerniera” o a un oggetto passivo di contesa tra le potenze telluriche e quelle talassocratiche. L’autrice rivendica con forza una “Soggettività del Rimland”. Attraverso una nuova e rigorosa tassonomia che segmenta l’anello in sei “sub-Rimlands” distinti (tra cui l’Euro-Mediterraneo, l’Arabo-Persiano e il Sino-Pacifico), lo studio dimostra che queste regioni non sono periferie, ma vere culle di civiltà dotate di un’agenzia storica autonoma. Per superare i dualismi riduttivi del XX secolo, Dimitrova introduce il concetto di “Trinità Geopolitica” (Heartland-Rimland-World Island), proponendo una visione triadica dell’ordine globale. L’analisi si fa particolarmente acuta e dolorosa sul Mediterraneo, descritto come un gigante storico che ha smarrito la sua visione strategica, riducendosi da centro del mondo a frontiera instabile ed eterodiretta. Il messaggio, tuttavia, è di potenziale riscatto: nel disordine multipolare emergente, il Rimland ha l’opportunità unica di trasformarsi da teatro di scontro a protagonista attivo. La condizione necessaria per questa metamorfosi è il recupero di una “visione a lungo termine”, un progetto di civiltà che sappia fondere la rendita geografica con l’identità culturale. Dimitrova lancia una sfida esplicita all’Europa e agli altri attori costieri: smettere di pensarsi come pedine o argini per le ambizioni altrui e riscoprire la propria vocazione di centri di gravità autonomi.
Con il contributo di Vladimir Andreevich Goliney, intitolato “Theoretical aspects of polarity in Geopolitics and International Relations: the example of Inter-American System as a pole”, il discorso compie una necessaria virata metodologica: si abbandona la narrazione puramente qualitativa per abbracciare la misurazione quantitativa e predittiva della potenza. In un’epoca in cui il termine “multipolarismo” è divenuto un mantra ubiquo ma spesso vuoto di contenuto, Goliney pone una domanda epistemologica radicale: che cos’è, scientificamente, un “polo”? L’autore affronta questa lacuna teorica con rigore, elaborando modelli di previsione che si spingono fino al 2035 per testare la consistenza reale dei presunti nuovi centri di potere. Il caso studio applicativo, focalizzato sul “Sistema Interamericano”, agisce come un potente corrosivo contro le illusioni retoriche del Sud Globale. Nonostante le narrazioni sull’autonomia latinoamericana e le ambizioni del Brasile — descritto efficacemente, riprendendo Andrés Malamud, come un leader affetto da una “leadership senza seguaci” — l’analisi rivela una realtà ben diversa. L’America Latina fatica strutturalmente a cristallizzarsi come polo autonomo. Le architetture istituzionali come l’OAS e la profonda integrazione economica con il Nord non sono sovrastrutture neutre, ma vincoli che mantengono la regione saldamente ancorata all’orbita egemonica statunitense. Goliney ci offre così una severa lezione di realismo: un polo non nasce per partenogenesi dalla semplice somma del PIL o dalla disponibilità di risorse naturali. Esso richiede la capacità politica di strutturare un sistema regionale chiuso, impermeabile alle interferenze esterne. Il suo approccio ci mette in guardia: se è innegabile che il mondo stia diventando frammentato, non tutte le frammentazioni generano poli di potere effettivi. La persistenza delle gerarchie, spesso mascherate dietro il velo del multilateralismo regionale, rimane la vera realtà con cui l’analista deve fare i conti.
A chiudere la sezione sulle riletture paradigmatiche interviene Giuseppe Romeo con il saggio “Nuovi paradigmi geopolitici in un ordine tecnopolare”. Qui l’aggiornamento dei classici si fa radicale: Romeo non si limita a considerare la tecnologia come una variabile aggiuntiva, ma sostiene che essa sia diventata l’ambiente stesso, l’ecosistema che ridefinisce le categorie di Heartland e Rimland. Siamo entrati nell’era “tecnopolare”, dove la geografia fisica è sovrascritta da quella digitale. L’autore smonta l’illusione liberale della cooperazione pacifica per riabilitare un neorealismo adattivo. In questo nuovo ordine, il “centro” strategico non è necessariamente un luogo fisico, ma può risiedere ovunque vi sia il controllo dei flussi di dati, la supremazia quantistica o l’accesso alle terre rare. Il punto più inquietante e originale dell’analisi è l’introduzione del concetto di “contaminazione anarcoide”. Romeo avverte che il rischio maggiore per l’equilibrio globale oggi non è l’imperialismo classico, bensì il collasso delle grandi formazioni statali — con un riferimento esplicito alla possibile implosione della Russia. Tale evento non porterebbe alla democrazia, ma lascerebbe vuoti di potere devastanti, pronti a essere riempiti da nuove “entità metastatali” e intelligenze non governative ingovernabili. Il saggio impone inoltre una distinzione filosofica cruciale tra “potenza” (potency, la capacità effettiva e cinetica di fare) e “potere” (power, l’autorità formale e istituzionale). In un mondo tecnopolare, la legittimità delle istituzioni internazionali si svuota rapidamente se non è supportata dal dominio tecnologico reale. Romeo ci consegna così una visione post-globale vertiginosa, dove le mappe invecchiano in tempo reale e dove la geopolitica deve evolvere da scienza della stabilità a scienza della gestione dell’imprevisto e dell’entropia sistemica.
L’ultima parte del volume scende nelle profondità del “perché” gli stati agiscono. Se i primi capitoli hanno definito il “come” e il “dove”, il terzo capitolo esplora la sostanza etica e identitaria del potere.
Apre il terzo capitolo una sfida diretta all’epistemologia occidentale. Con il saggio “The Kingly Way: Rethinking Political Authority in Geopolitics”, Viktor Eszterhai ed Éva Dóra Druhalóczki non si limitano a un esercizio di storia delle idee, ma introducono nel dibattito strategico il concetto confuciano di Wangdao (“Via Regale”). Fino ad ora, il realismo occidentale ha misurato l’egemonia quasi esclusivamente in termini di Hard Power o, per usare la terminologia cinese, Baquan (il governo tramite la coercizione materiale). Gli autori propongono invece un cambio di paradigma radicale: l’autorità morale deve essere considerata un asset geopolitico misurabile e decisivo. Attraverso un’analisi raffinata, il saggio dimostra come la Cina stia cercando di proiettare un modello di leadership basato sulla “responsabilità etica”, sulla benevolenza e sull’armonia, contrapponendolo al dominio muscolare e spesso instabile attribuito all’Occidente. Non si tratta di semplice retorica culturale: in un sistema internazionale frammentato, la capacità di generare “allineamento volontario” tra i partner riduce drasticamente i costi di mantenimento del potere e aumenta la resilienza delle alleanze. La proposta teorica è audace: integrare il Wangdao nei modelli analitici occidentali (come la geopolitica di Morgado) affinché operi come un “filtro normativo” capace di influenzare le percezioni di sicurezza. Questo contributo è essenziale per comprendere la competizione attuale, specialmente nel Sud Globale: non è solo una gara a chi possiede più navi, ma a chi detiene la narrazione etica più convincente. Il Wangdao rappresenta la pretesa di un’egemonia che si vuole “giusta”, una sfida ontologica che l’Occidente non può permettersi di ignorare derubricandola a mera propaganda.
Proseguendo l’indagine sulle motivazioni profonde che animano gli attori globali, Giorgia Cadei con il saggio “Turkey’s Liminal Position: Rethinking Geopolitics through Identity and Ontological Security” affronta l’enigma strategico più complesso del Mediterraneo: la Turchia contemporanea. Perché le mosse di Ankara appaiono spesso erratiche, contraddittorie o irrazionali agli occhi delle cancellerie occidentali? L’autrice dimostra che le categorie classiche del realismo, focalizzate esclusivamente sulla sicurezza fisica e sugli armamenti, sono insufficienti per decodificare il comportamento turco. Per colmare questo vuoto interpretativo, Cadei applica la teoria della “sicurezza ontologica”: la necessità imperativa per uno Stato non solo di proteggere l’integrità dei propri confini territoriali, ma di preservare la coerenza narrativa del proprio “Sé” nazionale contro l’ansia del caos. In quest’ottica, la Turchia viene definita come l’archetipo dello “stato liminale”, strutturalmente sospeso sulla soglia (limen) tra Oriente e Occidente, incapace di appartenere pienamente a nessuno dei due mondi. Questa liminalità non va intesa come una semplice funzione di collegamento geografico, ma come una condizione esistenziale permanente che genera tensione. La politica estera muscolare, assertiva e talvolta oscillante di Erdoğan viene dunque riletta come un tentativo identity-driven di gestire la dissonanza derivante da questa identità ibrida. Ankara non cerca solo sicurezza materiale ai confini, ma cerca una rassicurazione continua sulla propria unicità e grandezza storica. La scommessa turca è quella di trasformare la propria vulnerabilità identitaria in una rendita di posizione strategica, rifiutando l’assimilazione passiva nei blocchi precostituiti per rivendicare una sovranità che è, prima di tutto, esistenziale.
Il volume si chiude idealmente tornando nel Vecchio Continente con il contributo di Andrea Salustri, intitolato “Redistribution and Social Investments. A Soft Power Perspective on European Welfare”. L’autore compie un’operazione intellettuale audace e necessaria: sottrae il Welfare State alla contabilità ragionieristica per elevarlo al rango di “arma” geopolitica. In un sistema globale sempre più polarizzato tra il neoliberismo deregolato degli Stati Uniti e il capitalismo di stato autoritario della Cina, il “Modello Sociale Europeo” viene presentato non come un retaggio costoso del passato, ma come l’unica vera fonte di Soft Power strutturale e distintivo dell’Unione Europea. Salustri analizza il welfare nella sua duplice e vitale funzione strategica. Sul fronte interno, esso agisce come infrastruttura critica di stabilizzazione, necessaria per ricucire le pericolose faglie tettoniche tra i paesi “frugali” del Nord e le periferie economiche del Sud e dell’Est, trasformando la coesione da atto di solidarietà a imperativo di sicurezza. Sul fronte esterno, il modello sociale diventa un vettore di competizione normativa: l’Europa proietta influenza offrendo un’alternativa di vita desiderabile, una “terza via” basata sulla protezione e sui diritti. L’autore invoca dunque la nascita di una consapevole “geopolitica del welfare”, capace di estendersi alle nuove frontiere della “giustizia spaziale” e digitale. In un’era definita dalla policrisi permanente, la potenza dell’Europa non risiederà nella forza militare, ma nella resilienza della sua società e nella capacità di offrire una sintesi funzionante tra libertà di mercato e giustizia sociale.
Al termine di questo denso itinerario intellettuale, il volume Heartland non si limita a consegnarci una somma di analisi disgiunte, ma restituisce una cassetta degli attrezzi epistemologica radicalmente rinnovata. La lezione fondamentale che emerge dai dodici contributi è il superamento definitivo delle vecchie dicotomie accademiche: gli autori hanno brillantemente dimostrato l’inesistenza di una contraddizione tra la persistenza della geografia fisica — ancorata alla terra di Mackinder e alle coste del Rimland — e la forza pervasiva della geografia mentale e temporale. La “nuova geopolitica” che prende forma in queste pagine è una scienza intrinsecamente sincretica, capace di tenere in tensione dialettica la materialità brutale del territorio e l’evanescenza potente delle narrazioni. Abbiamo appreso che la sovranità nel XXI secolo è un concetto stratificato: passa dal controllo “duro” delle infrastrutture e dei flussi tecnologici, attraversa la legittimità morale di filosofie antiche come il Wangdao, per giungere fino alla stabilità sociale garantita dal Welfare. Questo libro si configura, dunque, come un imprescindibile manuale di navigazione per il disordine contemporaneo. Esso ci avverte che l’ordine globale non verrà restaurato facilmente, né tornerà alle configurazioni del passato; tuttavia, grazie all’acquisizione di categorie analitiche raffinate come connessione, liminalità, tempo ciclico e sicurezza ontologica, il lettore non è più disarmato. Se non possiamo ancora prevedere l’esito della transizione multipolare, ora possediamo almeno la grammatica necessaria per decifrare la sintassi delle tempeste che ci attendono e comprendere le logiche profonde degli attori che si muovono sulla scacchiera mondiale.
Nota biografica dell’autore
Francesco Trani, laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Siena. I suoi interessi di ricerca riguardano la politica internazionale e la geopolitica, con particolare attenzione ai processi decisionali degli Stati, alla competizione tra grandi potenze e all’evoluzione degli equilibri strategici globali.
