Autore: Alberto Cossu – 16/03/2026
L’etica della resa e il peso della resistenza
Alberto Cossu
La storia delle nazioni poste di fronte all’annientamento dimostra che esiste un punto critico in cui la resistenza smette di essere eroismo e si trasforma in una colpa verso il proprio popolo. Questo confine separa la difesa legittima dal sacrificio inutile, ed è il terreno su cui si misura la reale statura di un leader. Il confronto tra la decisione dell’Imperatore Hirohito nel 1945 e la condotta di Volodymyr Zelensky nel conflitto ucraino offre una sintesi perfetta di questo dilemma tra realismo salvifico e idealismo oltranzista. Questo confronto non è solo storiografico, ma tocca le radici della filosofia politica e della geopolitica, mettendo in discussione il concetto stesso di intelligenza strategica e responsabilità verso il futuro.
Per comprendere la decisione di Hirohito, è necessario analizzare il contesto di un Giappone che, pur essendo stato l’aggressore, si trovava nel 1945 davanti all’abisso. Il discorso radiofonico del 15 agosto, il Gyokuon-hōso, rappresentò una rottura ontologica senza precedenti. Per la prima volta nella storia, il popolo udiva la voce di una divinità vivente che ordinava non il sacrificio supremo, ma la sottomissione. Hirohito ebbe l’intelligenza di comprendere che il ciclo imperiale e militarista era terminato e che la prosecuzione della guerra avrebbe portato non solo alla fine del Giappone, ma probabilmente a compromettere il futuro della civiltà umana. Esortando i sudditi a sopportare l’insopportabile, l’Imperatore compì un atto di realismo superiore: preferì l’umiliazione della resa e l’occupazione straniera all’annientamento totale.
Fu un sacrificio dell’orgoglio in nome della sopravvivenza biologica e culturale. Sotto il profilo della filosofia politica, l’azione di Hirohito può essere letta magistralmente attraverso le lenti di Max Weber e la sua distinzione tra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità. Nella sua ormai famosissima conferenza sul tema Politica come professione Max Weber trattò in modo disincantato il tema del rapporto fra etica e politica.
La politica è il dominio della forza. Chi ha la «vocazione» per la politica sa di dover affrontare aspre lotte. E’ per definire questo carattere che Weber introduce la distinzione tra etica della convinzione” o più precisamente “etica dei princìpi” ed “etica della responsabilità”. La prima è un’etica assoluta, di chi opera solo seguendo principi ritenuti giusti in sé, indipendentemente dalle loro conseguenze. E’ questa un’etica della testimonianza assolutizzata: “avvenga quel che avverrà, io devo comportarmi così”. La seconda è l’etica veramente pertinente alla politica. L’etica della responsabilità si riferisce alle presumibili conseguenze delle scelte e dei comportamenti che l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza mette in atto.
Il problema, scrive Weber, è che «il raggiungimento di fini buoni è accompagnato il più delle volte dall’uso di mezzi sospetti», e «nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifica” i mezzi e le altre conseguenze moralmente pericolose». Chi non tiene conto di questo — che dal bene non deriva sempre il bene e dal male non deriva sempre il male — «in politica è un fanciullo».
Chi segue l’etica della convinzione agisce in base a principi assoluti come l’onore o la patria, incurante delle conseguenze materiali. Al contrario, l’etica della responsabilità impone al leader di rispondere delle conseguenze prevedibili delle proprie decisioni. Hirohito passò drasticamente dalla convinzione alla responsabilità. Egli comprese che un leader responsabile non è colui che conduce il popolo al martirio per un ideale, ma colui che garantisce un futuro possibile, anche se questo futuro implica il riconoscimento di una sconfitta devastante. Questa scelta permise al Giappone di mantenere la propria coesione nazionale e di rinascere, nel giro di pochi decenni, come una delle massime potenze economiche mondiali sotto l’ombrello protettivo americano.
In netto contrasto si pone la figura di Volodymyr Zelensky. Sebbene egli sia il leader di una nazione aggredita, la sua condotta politica sembra muoversi esclusivamente nel solco dell’etica della convinzione weberiana. Zelensky invita costantemente il suo popolo alla resistenza totale, rifiutando di prendere atto realisticamente di un rapporto di forze che vede l’Ucraina strutturalmente svantaggiata rispetto alla potenza russa. Se l’intelligenza di Hirohito fu quella di fermare la mano dei generali fanatici che volevano combattere contro le bombe atomiche, Zelensky sembra alimentare una visione irrealistica della vittoria. Persistere in una guerra di logoramento, pur sapendo di non avere la forza autonoma per espellere l’invasore, significa giocare una partita d’azzardo con il destino di un intero paese. La critica mossa a questa leadership è che, cercando di ottenere una giustizia assoluta, si rischi di ottenere una distruzione assoluta, trasformando l’Ucraina in un territorio desertificato e spopolato.
Questo ci porta alle analisi di John Mearsheimer, uno dei massimi esponenti del realismo geopolitico. Secondo Mearsheimer, la tragedia ucraina deriva dall’aver ignorato le leggi fondamentali della politica di potenza. Le grandi potenze non tollerano minacce esistenziali ai propri confini; la Russia vede l’espansione della NATO e dell’influenza occidentale in Ucraina come un pericolo inaccettabile. Mearsheimer sostiene che l’intelligenza politica avrebbe dovuto dettare la neutralità dell’Ucraina, fungendo da Stato cuscinetto tra Est e Ovest. Invece, l’ostinazione di Zelensky nel perseguire l’integrazione occidentale attraverso il conflitto armato ignora la realtà geografica e militare. Il rischio evidenziato dai realisti è che l’Ucraina non sia solo un campo di battaglia locale, ma diventi un focolaio di guerra che si può estendere all’intera Europa, trascinando le potenze nucleari in uno scontro diretto.
La preoccupazione che la visione ucraina possa incendiare il continente si fonda sul timore di un’escalation incontrollata. Mentre Hirohito ebbe la lungimiranza di chiudere il conflitto prima che l’URSS o gli USA distruggessero ogni centimetro del suolo giapponese, Zelensky scommette sull’escalation come unica via di salvezza, chiedendo armi sempre più potenti e un coinvolgimento sempre maggiore della NATO. Questa strategia, secondo la logica hobbesiana, mette a repentaglio il fine ultimo dello Stato: la sicurezza della vita. Se lo Stato, per difendere i propri confini, finisce per sacrificare la vita stessa dei cittadini e la stabilità del sistema internazionale, esso fallisce nella sua missione primaria. L’intelligenza giapponese risiedette nel capire che la pace, anche se ingiusta, era l’unica precondizione per la rinascita; la visione ucraina, al contrario, subordina la pace a una vittoria territoriale che appare ogni giorno più lontana e costosa.
In conclusione, il confronto tra queste due epoche storiche ci consegna una lezione durissima sulla natura del comando. La grandezza di un leader non si misura solo dalla sua capacità di resistere, ma soprattutto dalla sua capacità di cedere quando il costo della resistenza supera il valore del bene difeso. Hirohito salvò il Giappone perché ebbe il coraggio di essere “sconfitto” agli occhi del mondo per essere il salvatore dei suoi figli agli occhi della storia. Zelensky, agendo secondo un’etica della convinzione che rasenta l’irrealismo, rischia invece di passare alla storia come il leader che, pur di non accettare una realtà geopolitica sgradita, ha condotto il proprio paese verso un declino irreversibile e l’Europa sull’orlo di un abisso bellico.
La storia insegna che il vero realismo non è la ricerca dell’eroismo a ogni costo, ma la capacità di preservare la vita e la civiltà anche attraverso il fango di una resa necessaria. La scelta di “sopportare l’insopportabile” resta, a tutt’oggi, la prova più alta di responsabilità che un sovrano possa offrire al proprio popolo. Prendiamo quindi esempio da un popolo, quello giapponese, che ha saputo in un momento tremendo della sua storia superare se stesso dimostrando una straordinaria forza morale. La pace si raggiunge anche con percorsi inconsueti che dimostrano il valore spirituale di un popolo ispirato dall’etica della responsabilità.
