Autore: Giordana Bonacci – 20/11/2025
Italia e Iran 1857-2015. Diplomazia, politica ed economia. A cura di Rosario Milano, Federico Imperato, Luciano Monzali e Giuseppe Spagnulo – Recensione a cura di Giordana Bonacci
Il volume “Italia e Iran 1857-2015. Diplomazia, politica ed economia”, curato da Rosario Milano, Federico Imperato, Luciano Monzali e Giuseppe Spagnulo, rappresenta un contributo fondamentale per comprendere una relazione bilaterale spesso marginalizzata, ma di grande rilevanza nel contesto delle dinamiche euro-mediterranee e mediorientali.
Pubblicato dalla casa editrice Editoriale Scientifica all’interno della collana Memorie e Studi Diplomatici, diretta dall’ambasciatore Stefano Baldi, l’opera si distingue per un’approfondita analisi storico-politica, che spazia attraverso oltre un secolo e mezzo di interazioni complesse tra Italia e Iran.
Uno degli aspetti più rilevanti del volume è la sua impostazione multidisciplinare. Attraverso il contributo di numerosi esperti italiani di storia mediorientale e diplomazia, il testo non si limita a una pura cronologia degli eventi, ma integra fonti archivistiche di primaria importanza con riflessioni politiche, economiche e culturali. Tale metodologia permette di offrire una visione poliedrica e dinamica di un rapporto che si è evoluto nel tempo, adattandosi ai mutamenti internazionali e alle trasformazioni interne di entrambi i Paesi.
Il saggio inaugurale del volume, intitolato “Il Regno di Sardegna, l’Italia liberale e la Persia (1857-1922)” e curato da Luciano Monzali, propone un’analisi solida e ben documentata di oltre sessant’anni di relazioni tra Italia e Persia, dall’accordo del 1857 fino all’ascesa di Reza Khan nel 1922. A contraddistinguere questo contributo è la capacità di superare una lettura meramente bilaterale per restituire un quadro articolato, in cui l’Italia viene collocata all’interno delle dinamiche del cosiddetto “Grande Gioco”, ovvero la lunga contesa anglo-russa per l’influenza sull’Asia centrale. In questo contesto, l’Italia, ancora giovane sul piano internazionale e alla ricerca di un proprio spazio, si muove con cautela, cercando di costruire un rapporto con la Persia fondato su affinità culturali, scambi economici e valori condivisi, piuttosto che su logiche di dominio. Particolarmente significative risultano le pagine dedicate al periodo del Regno di Sardegna e ai primi contatti con la Persia Qajar. Monzali mette in luce il pragmatismo della politica cavouriana, che guardava alla Persia non soltanto come partner commerciale, ma anche come occasione per affermare la presenza diplomatica italiana in un contesto globale. La missione di Marcello Cerruti del 1862 rappresenta bene questo approccio, in cui dimensione scientifica, economica e culturale si intrecciano in una visione diplomatica lungimirante. L’interesse dell’Italia per la Persia continua anche nel periodo della rivoluzione costituzionale (1906-1911), durante il quale il Paese mediorientale tenta di introdurre riforme democratiche. Nonostante l’Italia non rivesta un ruolo diretto, osserva da vicino questi sviluppi, cogliendone il potenziale e riflettendo sulla possibilità per le potenze cosiddette “minori” di esercitare una forma di influenza alternativa, fatta più di ascolto e presenza che di interventismo. Infatti, la scelta italiana di restare neutrale nei confronti delle tensioni anglo-russe conferma un atteggiamento diplomatico prudente, attendo a non compromettere il proprio margine d’azione. La trattazione degli anni della Prima guerra mondiale e delle sue ricadute sull’Iran, in particolare il tentativo britannico di instaurare un protettorato attraverso il trattato del 1919, consente all’autore di evidenziare come l’Italia abbia cercato di cogliere le opportunità economiche offerte da un contesto segnato dall’instabilità, muovendosi attraverso canali commerciali e investimenti privati più che con ambizioni politiche dirette. Le figure degli ambasciatori italiani dell’epoca, come Catalani e Galanti, sono emblematiche di questa strategia “soft”, che, pur con risorse limitate, prova a ritagliarsi uno spazio nelle complesse dinamiche mediorientali. Un momento di svolta importante è rappresentato dall’ascesa di Reza Khan, figura chiave della modernizzazione iraniana ma anche simbolo delle ambiguità del nazionalismo autoritario.
Il secondo capitolo di Giuseppe Spagnulo, “L’Italia e l’Iran negli anni fra le due guerre mondiali (1922-1941)” arricchisce la comprensione delle dinamiche diplomatiche e geopolitiche del periodo interbellico. Attraverso una ricostruzione metodica, l’autore esplora l’evoluzione delle relazioni tra l’Italia fascista e l’Iran di Reza Shah, mettendo in evidenza le ambizioni geopolitiche del regime mussoliniano e il tentativo iraniano di emanciparsi dalle storiche influenze anglo-russe. Spagnulo esamina le varie forme di cooperazione tra i due Paesi, che spaziano da intese economiche e culturali a accordi tecnici e militari. Un esempio emblematico è il progetto italiano per la formazione della marina militare persiana, che, pur limitato nei risultati, testimonia la volontà dell’Italia di costruire una presenza durevole nella regione del Golfo Persico. Un altro merito significativo del lavoro di Spagnulo è l’analisi comparata delle figure di Benito Mussolini e Reza Shah, entrambe incarnazioni di regimi autoritari, modernizzatori e nazionalisti. Sebbene entrambe le figure condividano ambizioni di potere e modernizzazione, l’autore evidenzia l’asimmetria tra i due Paesi: da un lato, l’Italia fascista, alla ricerca di un ruolo imperiale, dall’altro, l’Iran, intento a legittimarsi come potenza indipendente, ma anche a bilanciare la propria posizione nel contesto delle potenze globali. L’autore coglie con finezza questa asimmetria, che si traduce in una relazione sbilanciata, segnata da incomprensioni e da un certo grado di superficialità nella lettura italiana della realtà iraniana. Un’altra sezione del capitolo si concentra sulla drammatica invasione anglo-sovietica dell’Iran del 1941, un evento che segnò la fine del progetto di neutralità e autodeterminazione di Reza Shah. Con un focus preciso sulle implicazioni di questa invasione, Spagnulo descrive come l’Iran, trovandosi al centro degli interessi delle potenze alleate, venne travolto dagli eventi bellici e dalle pressioni delle forze anglo-sovietiche. La risposta dello scià, improntata a un’intransigenza che rifletteva una cieca fiducia nelle sorti della Germania sul fronte orientale, si rivelò fatale, segnando il crollo del suo regime. La narrazione offre una trattazione precisa dei fattori che contribuirono alla caduta di Reza Shah, mettendo in evidenza le sue decisioni strategiche errate, come quella di non considerare il ruolo centrale dell’Iran come via di rifornimento per l’URSS. Le testimonianze diplomatiche raccolte, in particolare quelle di Luigi Petrucci, inviato italiano, e di Ettel, ambasciatore tedesco, evidenziano la fiducia mal riposta dello scià nella vittoria tedesca e la sua incapacità di adattarsi ai mutamenti rapidi della situazione geopolitica. L’invasione, che portò all’abdicazione di Reza Shah e al suo esilio, rappresenta un momento fondamentale non solo per la storia dell’Iran, ma anche per la storia delle relazioni italo-persiane, segnando la fine di un’epoca di ambizioni condivise.
Giuseppe Spagnulo affronta anche il terzo capitolo del volume, “Dalla fine del fascismo alla cooperazione petrolifera: Italia e Iran (1943-1957)”. Esaminando il periodo compreso tra la fine della Seconda guerra mondiale e la firma dell’accordo petrolifero tra Eni e NIOC nel 1957, l’autore delinea con precisione le trasformazioni politiche, economiche e strategiche che hanno ridefinito i rapporti tra Roma e Teheran in una fase cruciale della storia internazionale. In questa parte dell’opera viene analizzato il progressivo riavvicinamento tra i due Paesi, nonostante le turbolenze interne iraniane e le pressioni delle grandi potenze. Spagnulo coglie in modo impeccabile il ruolo strategico dell’Iran nel bipolarismo internazionale e mostra come l’Italia seppe muoversi con cautela ma determinazione, sviluppando un’attività diplomatica attenta e pragmatica. La ricostruzione delle crisi dell’Azerbaigian, delle tensioni petrolifere e dell’ascesa politica di Mohammad Mossadeq è condotta con notevole rigore analitico, offrendo uno spaccato utile non solo per comprendere l’evoluzione delle relazioni diplomatiche, ma anche per collocare l’esperienza iraniana all’interno delle dinamiche di decolonizzazione e ridefinizione degli equilibri regionali. Un ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dall’attenzione rivolta al ruolo degli attori italiani coinvolti nella politica estera verso l’Iran. Le figure di diplomatici come Mario Porta, Alberto Rossi Longhi, Enrico Belcredi e, successivamente, Enrico Cerulli e Renato Giardini, sono delineate con precisione e partecipazione, evidenziandone il contributo personale alla promozione di relazioni istituzionali stabili. Grazie a questa ricostruzione, l’Italia emerge come un attore sì secondario, ma tutt’altro che passivo, capace anzi di cogliere opportunità strategiche in contesti spesso sfavorevoli. L’autore dedica ampio spazio anche alle questioni energetiche, fulcro delle relazioni tra Roma e Teheran in questo periodo. La crisi petrolifera seguita alla nazionalizzazione delle risorse da parte iraniana è analizzata con equilibrio, mettendo in luce la posizione italiana: defilata rispetto ai grandi protagonisti, ma attenta a mantenere margini di manovra. È in questo contesto che si inserisce l’accordo tra ENI e NIOC del 1957, vero punto di svolta nella politica estera italiana.
La cosiddetta “formula Mattei”, basata su una più equa redistribuzione dei profitti, viene interpretata non solo come una proposta economica innovativa, ma come l’espressione di una diplomazia italiana più autonoma, sensibile agli equilibri internazionali ma anche capace di proporre soluzioni alternative a quelle dominanti.
Il capitolo successivo, a cura di Siavush Randjbar-Daemi e intitolato “Un’estate turbolenta: il viaggio in Iran di Maria Antonietta Macciocchi, estate 1951”, si concentra sul primo viaggio iraniano della giornalista Maria Antonietta Macciocchi e offre un’importante riflessione sul ruolo degli intellettuali europei di sinistra nel confrontarsi con le trasformazioni politiche e culturali del Medio Oriente negli anni Cinquanta. Il saggio si inserisce in una prospettiva storiografica ancora poco esplorata, colmando una lacuna significativa: la quasi totale assenza dell’esperienza iraniana nei resoconti autobiografici e biografici della stessa Macciocchi. L’analisi prende le mosse dall’estate del 1951, un momento cruciale per la storia iraniana, segnato dalla nazionalizzazione dell’industria petrolifera promossa dal governo Mossadeq, dal rafforzamento della repressione nei confronti del partito comunista Tudeh e da un crescente clima di tensione politica. In questo contesto, l’autore ricostruisce con precisione il clima sociale e culturale che Macciocchi si trova ad affrontare, restituendo un’immagine viva e sfaccettata di un paese in fermento. Il suo sguardo, seppur talvolta ambivalente, riesce a cogliere la complessità dell’Iran del tempo, sospeso tra pulsioni rivoluzionarie e spinte autoritarie. Di particolare interesse è l’approfondimento sui rapporti tra Macciocchi e i membri del partito Tudeh, tra cui emergono le figure di Parvaneh Shirinli e Aliette Sharmini, che le offrono uno sguardo dall’interno sulla resistenza politica e sul ruolo attivo, anche femminile, in un contesto di clandestinità. Il cuore del capitolo è rappresentato dalle interviste che Macciocchi riuscì a ottenere con due figure centrali della scena iraniana: Mohammad Mossadeq e l’ayatollah Abol-Ghasem Kashani. Il ritratto di Mossadeq, descritto in pigiama, fragile ma determinato, incarna le tensioni di un leader alle prese con la difficile mediazione tra sovranità nazionale e pressioni internazionali. L’incontro con Kashani, invece, mette in luce il profondo divario ideologico tra l’intellettuale comunista italiana e il religioso sciita, specie riguardo alla questione femminile e ai rapporti con l’Occidente. Entrambe le interviste contribuiscono a riflettere sui limiti della sinistra europea nel comprendere pienamente le specificità culturali e politiche dei contesti extra-occidentali. L’autore non rinuncia a un’analisi critica dell’atteggiamento di Macciocchi, evidenziandone, ad esempio, la tendenza a idealizzare i movimenti rivoluzionari e a trascurare alcune contraddizioni, come l’assenza di attenzione alla condizione delle donne nell’intervista con Mossadeq. Tuttavia, Randjbar-Daemi evita ogni giudizio affrettato, preferendo una lettura contestualizzata, che tiene conto delle tensioni culturali e ideologiche dell’epoca. Un ulteriore elemento di interesse è il confronto tra l’esperienza di Macciocchi e quella, parallela ma differente, di Mario Berlinguer. Se quest’ultimo si avvicinò all’Iran con un approccio più istituzionale e diplomatico, Macciocchi si distinse per uno sguardo più militante, capace di cogliere, anche se in modo diseguale, le contraddizioni sociali e le tensioni ideologiche del Paese.
Successivamente, il capitolo trattato da Stefano Beltrame, “Enrico Cerulli e Muhammad Mossadeq (1950-1953)” delinea una panoramica metodologicamente consapevole della crisi politico-petrolifera iraniana tra il 1950 e il 1953, con un focus particolare sul ruolo della diplomazia italiana e, in special modo, sulla figura dell’ambasciatore Enrico Cerulli. L’autore apre con una contestualizzazione nitida della crisi iraniana, mostrando come la caduta di Mossadeq non sia soltanto un episodio storico, ma resti tutt’oggi un punto sensibile nella memoria condivisa in Iran e in Occidente. Il capitolo mette in luce la tensione tra un’immagine di Mossadeq come eroe laico e democratico, associata a certi movimenti progressisti, e la sua successiva marginalizzazione nella narrazione ufficiale della Repubblica Islamica, offrendo così una chiave interpretativa che attraversa tutto il testo. La trattazione della politica energetica, in particolare la vicenda dell’AGIP e la nascita dell’ENI sotto Enrico Mattei, arricchisce ulteriormente questa parte del volume, offrendo non solo un resoconto economico, ma mostrando come l’energia fosse per l’Italia uno strumento essenziale anche di politica estera. Beltrame descrive con cura come l’Italia, pur non disponendo dei mezzi delle grandi potenze, tentasse di proporre un modello alternativo di cooperazione, basato su sovranità e indipendenza, anche in condizioni difficili. Nel tracciare la linea temporale della crisi che sfocia nel colpo di stato del 1953, l’autore evidenzia la progressiva polarizzazione interna, la radicalizzazione politica, e come diverse forze- comuniste, monarchiche e religiose – interagissero in un gioco di alleanze mutevoli. Uno dei meriti più evidenti del capitolo è la capacità di smantellare la visione troppo lineare del golpe come semplice risultato dell’intervento statunitense. Invece, Beltrame mostra come si sia trattato di un processo articolato, incerto e condizionato da influenze interne ed esterne, con decisioni sbagliate, opportunità mancate e ambiguità strategiche.
L’opera continua con il saggio di Federico Imperato, “L’Italia e la crisi dell’Iran imperiale (1958-1978)”, dedicato all’evoluzione delle relazioni italo-iraniane nella fase che precede la rivoluzione del 1979, si impone come un contributo incisivo alla comprensione delle dinamiche strategiche che legarono Roma e Teheran in un periodo chiave della storia contemporanea del Medio Oriente.
Il capitolo si distingue per l’ampiezza dell’analisi e per la capacità di integrare in un’unica cornice la dimensione storica, geopolitica ed energetica, offrendo una visione complessiva ma al tempo stesso attenta ai dettagli. Uno degli elementi di maggior rilievo è l’attenzione riservata alla progressiva ridefinizione della posizione internazionale dell’Iran: da area d’influenza britannica a pilastro della strategia statunitense nella regione. In questa cornice, Imperato analizza con cura l’accordo del 1957 tra l’ENI e il governo iraniano, che portò alla nascita della Société Italo-Iranienne des Pétroles (SIRIP). L’intesa, superando il tradizionale schema “50/50” imposto dalle grandi compagnie occidentali, viene giustamente letta come una svolta sostanziale verso una maggiore autonomia contrattuale dell’Italia, ma anche come simbolo di un approccio diverso alla cooperazione energetica, improntato a criteri di equità e rispetto della sovranità nazionale. Ampio spazio è dedicato alla peculiare postura della politica estera italiana nel Mediterraneo e in Medio Oriente, oscillante tra fedeltà all’Alleanza Atlantica e ricerca di una propria autonomia strategica. Il cosiddetto “neoatlantismo” italiano si manifesta, in questo scenario, attraverso una diplomazia fatta di dialogo, scambi culturali e presenza economica, che diventa uno strumento efficace di soft power. L’Iran degli anni Sessanta e Settanta si presenta così come un partner privilegiato, in cui l’Italia investe con determinazione, pur mantenendo un profilo prudente e non conflittuale nei confronti delle grandi potenze. L’autore affronta con lucidità anche le contraddizioni interne del regime dello Scià, soffermandosi in particolare sulla cosiddetta “Rivoluzione Bianca”: un ambizioso piano di riforme agrarie e sociali, che, pur introducendo cambiamenti importanti, come il diritto di voto alle donne, non riuscì a scalfire in profondità l’autoritarismo del sistema né a colmare il divario crescente tra élite e popolazione. Il capitolo restituisce con precisione il contrasto tra modernizzazione apparente e immobilismo politico, evidenziando come tale divario abbia alimentato il dissenso tra religiosi, lavoratori urbani e studenti.
Il saggio di Rosario Milano, intitolato “L’Italia e la “Seconda” Repubblica Iraniana (1989-1994)” si distingue per la ricchezza documentaria e la solidità dell’impianto interpretativo. L’autore ripercorre le dinamiche diplomatiche tra l’Italia e l’Iran, attraverso una narrazione che abbraccia il periodo successivo alla rivoluzione del 1979 fino alla fine del conflitto Iran-Iraq nel 1988, restituendo così uno spaccato significativo della politica estera italiana in una fase cruciale della storia mediorientale. Il capitolo si apre con la Rivoluzione islamica e con la reazione misurata dell’Italia, che di fronte al crollo del regime dello Scià e all’ascesa del nuovo ordine teocratico, scelse di perseguire una linea di continuità istituzionale e diplomatica, nonostante il profondo mutamento del contesto politico iraniano. In questo frangente, l’autore evidenzia il ruolo centrale dell’ambasciatore Giulio Tamagnini e dell’ENI come strumenti di una diplomazia energetica tesa a preservare gli interessi nazionali nel settore petrolifero. Milano affronta con particolare efficacia la fase acuta del conflitto Iran-Iraq e il difficile posizionamento italiano in un contesto internazionale segnato dalla polarizzazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dalla crisi dell’OPEC e dal riemergere delle tensioni nel Golfo Persico. L’Italia cercò di ritagliarsi un profilo autonomo, evitando il pieno allineamento con le posizioni atlantiche e privilegiando invece un approccio dialogante verso Teheran, spesso condiviso con altri attori, come la Germania e il Giappone. Notevole è l’attenzione dedicata al periodo compreso tra il 1987 e il 1988, durante il quale l’Italia assunse un ruolo di primo piano negli sforzi di mediazione internazionale per il cessate il fuoco. L’autore illustra con efficacia la posizione del governo italiano, guidato da Giulio Andreotti, che rifiutò l’adozione di sanzioni contro l’Iran, mantenne contatti costanti con la leadership iraniana e, parallelamente, partecipò alla missione navale per la protezione della navigazione nel Golfo, cercando però di evitare ogni implicazione militare diretta.
Il lavoro di Luca Riccardi, “Il Partito Comunista Italiano e la rivoluzione iraniana (1978-1980)” analizza il complesso rapporto tra il PCI e la rivoluzione iraniana, un tema di grande rilievo storico-politico e tuttora poco esplorato nei suoi dettagli più sottili. Attraverso un percorso cronologico ben definito, l’autore mette in luce le dinamiche politiche e culturali che caratterizzarono la posizione del PCI di fronte a un fenomeno rivoluzionario di natura e portata inedite, segnato da una forte connotazione religiosa e anti-imperialista. Riccardi descrive con chiarezza come il PCI accolse inizialmente la rivoluzione iraniana con interesse, attratto dalla sua matrice anticapitalista e antiamericana, ma allo stesso tempo manifestò difficoltà nell’interpretarne la componente religiosa centrale, limitandosi a inquadrarla prevalentemente in termini sociali e politici tradizionali. Questo limite, ben evidenziato nel testo, sottolinea la complessità di un movimento che sfuggiva alle categorie ideologiche consolidate e poneva questioni nuove per la sinistra comunista europea. Il lavoro distingue efficacemente le posizioni interne al PCI, mostrando il dibattito acceso su temi come il ruolo della donna, la natura del pluralismo politico iraniano e i rischi di integralismo. La trattazione del ruolo di figure come Ginzburg e Ingrao arricchisce il quadro, fornendo spunti critici sull’atteggiamento del partito, tra speranze di dialogo e la crescente consapevolezza delle contraddizioni interne alla rivoluzione islamica. In particolare, la riflessione di Ingrao, citata nel testo, rappresenta un contributo di rilievo per comprendere la posizione del PCI non solo in relazione all’Iran ma anche nel contesto più ampio della politica internazionale e delle relazioni Nord-Sud. L’autore evidenzia, inoltre, la progressiva distanza che si creò tra il PCI e la rivoluzione, soprattutto dopo eventi cruciali come la crisi degli ostaggi e il rafforzamento del potere clericale, mostrando come la narrazione comunista dovette confrontarsi con l’esigenza di un nuovo approccio critico ma non rinunciatario. Il riferimento alle iniziative diplomatiche e culturali, anche se talvolta ingenuamente proposte, conferma la volontà del PCI di mantenere un dialogo aperto e costruttivo. Dal punto di vista metodologico, Riccardi si avvale di fonti primarie e del dibattito interno al PCI, con un’attenzione particolare alla dimensione culturale e ideologica, offrendo così un contributo prezioso per la comprensione non solo della storia del comunismo italiano ma anche delle trasformazioni geopolitiche del Medio Oriente e del loro impatto sulla sinistra europea.
Nel capitolo “L’Italia e la “Seconda” Repubblica Iraniana (1984-1994)”, Rosario Milano si sofferma su un passaggio chiave nelle relazioni tra Roma e Teheran, corrispondente alla fase successiva al conflitto Iran-Iraq e all’ascesa alla presidenza di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Figura di spicco nel panorama politico iraniano, Rafsanjani incarna un approccio più pragmatico, orientato alla ricostruzione economica e a una maggiore apertura verso l’esterno. Il periodo 1989–1994, al centro dell’analisi, rappresenta un momento di transizione in cui l’Italia cerca di consolidare la propria presenza, proponendosi come interlocutore affidabile e attento alle opportunità di collaborazione, sia sul piano commerciale che diplomatico. In questo clima di parziale distensione, le aziende italiane riescono a inserirsi nel piano di sviluppo iraniano, partecipando a progetti infrastrutturali di rilievo, come la realizzazione dell’acciaieria di Mobarakeh. Nonostante i segnali di avvicinamento, il percorso non è privo di ostacoli. Permangono tensioni legate a questioni finanziarie irrisolte, normative restrittive che scoraggiano gli investimenti esteri e frizioni diplomatiche, aggravate dalla controversa fatwa contro Salman Rushdie, che riaccende il confronto tra Teheran e le capitali occidentali. Pur mantenendo l’impianto ideologico della Repubblica Islamica, la presidenza Rafsanjani introduce elementi di riformismo e dialogo, che l’Italia tenta di sostenere attraverso una strategia definita “dialogo critico”. Questo approccio, seppur guidato da interessi economici, si rivela difficile da attuare: la diplomazia italiana si muove in un equilibrio delicato tra la volontà di cooperare e le pressioni esercitate dagli alleati occidentali, in particolare dagli Stati Uniti, contrari a qualsiasi forma di normalizzazione con il regime iraniano. Alcuni episodi emblematici, come lo scandalo della Banca Nazionale del Lavoro o l’aggressione all’ambasciatore iraniano a Rimini, rivelano le resistenze interne all’Italia nei confronti di un rapporto troppo stretto con Teheran, riflettendo le tensioni che attraversano anche il dibattito politico nazionale. Sul fronte europeo, emergono divergenze marcate: mentre Germania e Italia spingono per il dialogo, il Regno Unito adotta una posizione più rigida, contribuendo alla frammentazione della linea comune dell’Unione nei confronti dell’Iran. A livello globale, l’atteggiamento ostile dell’amministrazione Clinton verso Teheran — soprattutto in materia di energia e nucleare — restringe ulteriormente gli spazi di manovra. In questo scenario complesso, l’Italia tenta di ritagliarsi un ruolo autonomo, cercando di agire come ponte diplomatico e partner economico, pur senza riuscire a superare del tutto i limiti imposti dal contesto internazionale e dalle contraddizioni interne al sistema iraniano.
Nel capitolo Italia e Iran 1995–2000: dal “dialogo critico” al “dialogo costruttivo”, Ludovico Ortona offre una testimonianza diretta e personale della sua esperienza come ambasciatore italiano a Teheran, in un periodo di profonda trasformazione delle relazioni bilaterali. Il periodo in esame si colloca in un contesto ancora segnato dalle conseguenze della rivoluzione del 1979 e dalla crisi degli ostaggi, ma al tempo stesso attraversato da segnali di apertura e cambiamento. Ortona, inizialmente chiamato a ricoprire un incarico in un Paese poco conosciuto, si confronta con una realtà complessa e in transizione. L’Iran, in quegli anni, cerca di superare l’isolamento internazionale attraverso un graduale riavvicinamento all’Europa e, più in generale, all’Occidente. La sua narrazione restituisce con efficacia il clima di cauta speranza che accompagna questa fase, evidenziando le difficoltà e le opportunità che caratterizzano il lavoro diplomatico in un contesto così delicato. Un momento di svolta fondamentale è rappresentato dall’elezione di Mohammad Khatami alla presidenza nel 1997. Figura riformista e pragmatica, Khatami promuove una politica di apertura e dialogo con l’Europa, in netta discontinuità con la retorica rivoluzionaria e il clima di chiusura dei decenni precedenti. Il passaggio da un “dialogo critico” a un “dialogo costruttivo” tra Iran e Unione Europea si concretizza anche grazie al ruolo attivo dell’Italia, che si impegna a mantenere canali diplomatici aperti e produttivi, nonostante le difficoltà. Tra queste, il cosiddetto “caso Mykonos” – una crisi diplomatica tra Iran e Germania – rischia di compromettere i rapporti tra Teheran e l’intera Europa. La mediazione francese e l’interesse economico europeo contribuiscono a superare l’impasse, aprendo la strada alla ripresa dei contatti politici. In questo scenario, l’Italia assume un ruolo di primo piano. La visita ufficiale del presidente del Consiglio Romano Prodi a Teheran nel 1998 segna l’avvio concreto del “dialogo costruttivo”. Durante la missione vengono siglati importanti accordi bilaterali, sia economici sia culturali, tra cui la creazione della Commissione Mista Italia-Iran e il gemellaggio tra Isfahan e Firenze: gesti simbolici che testimoniano la volontà di costruire una relazione solida e duratura. Gli scambi istituzionali proseguono nei mesi successivi con le visite di esponenti politici italiani, tra cui il ministro degli Esteri Lamberto Dini, e quella del suo omologo iraniano Kamal Kharrazi a Torino, segnali di un avvicinamento progressivo e reciproco. Il culmine di questo percorso è rappresentato dalla visita ufficiale in Italia del presidente iraniano Khatami nel 1999. L’evento, di grande risonanza mediatica e politica, consolida il legame tra Roma e Teheran. Khatami incontra le più alte cariche dello Stato italiano, tra cui il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e il presidente del Consiglio Massimo D’Alema, ma dedica anche attenzione al dialogo con la comunità iraniana in Italia, sottolineando l’importanza degli aspetti culturali e umani nelle relazioni bilaterali. Poco prima della conclusione del mandato di Ortona nel 2000, una nuova visita del ministro Dini a Teheran conferma il successo della politica di apertura avviata due anni prima e sancisce il riconoscimento internazionale del “dialogo costruttivo” come linea guida nei rapporti tra Italia e Iran.
Il contributo di Roberta La Fortezza, “Le relazioni italo-iraniane da Ahmadinejad a Rouhani”, propone un’analisi approfondita dell’evoluzione delle relazioni tra Italia e Iran dagli anni Duemila fino alla fine del secondo decennio del XXI secolo, collocandole all’interno di un quadro internazionale in costante trasformazione, segnato da fasi alterne di apertura e chiusura diplomatica. La narrazione prende avvio dalla presidenza riformista di Mohammad Khatami, periodo in cui l’Iran tenta di proporsi come attore moderato sulla scena globale, promuovendo il “dialogo tra civiltà” come strumento di avvicinamento all’Occidente. In tale fase, l’Italia si distingue per il ruolo di interlocutore privilegiato, favorendo incontri istituzionali e intensificando i legami economici e culturali. Il clima di distensione viene però compromesso dal mutamento della politica statunitense con l’arrivo di George W. Bush alla Casa Bianca, che raffredda le aperture precedenti e riporta in superficie tensioni latenti. Secondo La Fortezza, il vero punto di rottura si verifica con l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005. La sua presidenza, caratterizzata da un’impostazione ideologica rigida e nazionalista, riporta l’Iran su posizioni di netta contrapposizione all’Occidente, rilanciando il programma nucleare e adottando una retorica provocatoria. Le conseguenze si riflettono in un progressivo inasprimento delle relazioni internazionali, culminato nell’imposizione di sanzioni da parte delle Nazioni Unite. In questo contesto, l’Italia si trova a gestire una posizione delicata: da un lato, è tra i principali partner economici europei dell’Iran; dall’altro, deve fare i conti con le pressioni internazionali e con episodi critici, come il congelamento dei conti bancari dell’ambasciata iraniana a Roma e la condanna ufficiale delle dichiarazioni anti-israeliane di Ahmadinejad. Nonostante le difficoltà, Roma non interrompe mai del tutto i rapporti con Teheran, cercando di mantenere una linea autonoma nella crisi nucleare e contestando l’esclusione dai principali tavoli negoziali europei. La diplomazia italiana continua a sostenere l’importanza del dialogo, opponendosi a una strategia fondata esclusivamente sulle sanzioni e promuovendo un ruolo di mediazione nei contesti più sensibili. Con l’elezione di Hassan Rouhani nel 2013 si apre una nuova fase, segnata da un clima di maggiore distensione. Il momento culminante è rappresentato dalla firma del JCPOA nel 2015, l’accordo sul nucleare che segna una svolta nella politica internazionale verso Teheran. L’Italia è tra i primi Paesi a riattivare intensamente i rapporti economici e diplomatici, promuovendo missioni istituzionali e imprenditoriali che rilanciano la cooperazione in settori strategici come energia, industria e finanza. Questo slancio, tuttavia, si interrompe bruscamente con il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018, sotto la presidenza Trump. Le sanzioni vengono reintrodotte, mettendo nuovamente alla prova la diplomazia italiana, chiamata a fronteggiare nuove difficoltà sia sul piano politico sia su quello economico. La Fortezza sottolinea come, nonostante le oscillazioni del contesto internazionale, l’Italia abbia mantenuto una linea coerente, improntata al dialogo, alla mediazione e alla ricerca della stabilità regionale. Il valore strategico dell’Iran viene costantemente riconosciuto, in virtù di una storicità dei rapporti che risale almeno al secondo dopoguerra, con momenti significativi come l’accordo petrolifero del 1957 tra ENI e NIOC, che ha posto le basi per una cooperazione economica duratura, proseguita anche dopo la rivoluzione islamica del 1979. Il saggio evidenzia come Roma abbia cercato di bilanciare i propri interessi economici con il rispetto dei vincoli imposti dalle alleanze internazionali e dalle dinamiche multilaterali. Le missioni diplomatiche italiane durante la presidenza Rouhani e il coinvolgimento nelle discussioni sul conflitto siriano testimoniano la volontà di mantenere un ruolo attivo nel dialogo con Teheran, anche in condizioni esterne sfavorevoli. Tuttavia, l’autrice non manca di sottolineare la fragilità di queste relazioni, condizionate da scelte politiche di attori esterni – in primis gli Stati Uniti – e da fattori interni all’Iran, capaci di riportare rapidamente il Paese su posizioni ostili e anti-occidentali.
Il capitolo di Federica Onelli intitolato “La Rappresentanza d’Italia a Teheran: Consolato, Legazione, Ambasciata” ricostruisce con rigore la storia della presenza diplomatica italiana in Iran, delineando un percorso lungo e complesso, avviato già nella prima metà del XIX secolo. I primi tentativi di stabilire relazioni stabili tra il Regno di Sardegna e l’Impero di Persia si scontrarono con ostacoli strutturali: difficoltà economiche, scarse comunicazioni e un interesse commerciale ancora limitato verso una regione considerata periferica rispetto alle priorità italiane. L’accordo del 1857 tra Persia e Regno di Sardegna, pur aprendo formalmente alla cooperazione, rimase lettera morta: l’Italia era impegnata nel processo di unificazione e priva delle risorse necessarie per investire in una rappresentanza diplomatica in Medio Oriente. Anche la missione del 1862, guidata da Marcello Cerruti, che riconobbe ufficialmente Vittorio Emanuele II come re d’Italia, non sfociò nell’apertura di un’ambasciata. Gli interessi italiani in Persia continuarono così a essere affidati alla tutela francese, confermando una presenza ancora marginale. Fu solo negli anni successivi che l’interesse italiano cominciò a riaccendersi, stimolato soprattutto dall’industria serica e dalla domanda di semi di bachi da seta. Questo rinnovato impulso economico alimentò un dibattito parlamentare che portò, nel 1885, all’apertura di un consolato generale a Teheran. La decisione rifletteva non solo un nuovo slancio commerciale, ma anche una crescente consapevolezza della rilevanza geopolitica dell’area, al centro delle tensioni tra Russia zarista e Impero britannico. La rappresentanza italiana mosse però i primi passi con risorse limitate e un coinvolgimento istituzionale ancora debole. Il primo console, Alessandro de Rege di Donato, esercitò anche funzioni diplomatiche, ma il suo operato fu segnato da tensioni, culminate nel conflitto commerciale che ne provocò il richiamo nel 1894, risolto solo tramite arbitrato internazionale. Da quel momento, tuttavia, la presenza italiana iniziò a consolidarsi. Con l’invio di nuovi rappresentanti – tra cui Felice Maissa – e una crescente attenzione allo sviluppo economico della regione, dall’espansione ferroviaria alle opportunità di esportazione, l’Italia iniziò a ritagliarsi uno spazio più definito. Il suo ruolo restò comunque secondario rispetto alle potenze coloniali, e fu solo con l’approssimarsi della Prima guerra mondiale che emerse un interesse strategico più marcato. Nel secondo dopoguerra, la rappresentanza italiana assunse un nuovo rilievo. La chiusura forzata della legazione nel 1941, in seguito all’invasione anglo-sovietica dell’Iran – ufficialmente neutrale, ma incline verso la Germania – segnò una battuta d’arresto. Gli interessi italiani vennero temporaneamente affidati prima al Giappone, poi alla Svizzera. Solo dopo la fine del conflitto e la caduta del fascismo, l’Italia poté ristabilire i rapporti diplomatici con Teheran: con l’invio di Mario Porta nel 1946 si aprì una nuova fase, culminata nel 1947 con la firma del trattato di pace e l’elevazione della legazione al rango di ambasciata. Nel contesto della Guerra Fredda, l’Iran assunse un ruolo strategico nello scacchiere internazionale, e l’Italia cercò di affermarsi come attore significativo, pur muovendosi in un ambiente dominato dagli equilibri tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La rappresentanza a Teheran divenne così non solo strumento di tutela degli interessi economici e commerciali, ma anche osservatorio privilegiato delle dinamiche mediorientali, sempre più centrali per la politica estera europea e mediterranea. Come sottolinea Onelli, la storia della rappresentanza italiana in Iran non è soltanto una cronaca di uffici consolari e ambasciate, ma il racconto di una diplomazia capace di adattarsi alle mutevoli condizioni geopolitiche. Da una presenza inizialmente marginale e poco strutturata, l’Italia ha saputo costruire progressivamente un coinvolgimento consapevole, cogliendo le sfide e le opportunità offerte da un Paese cruciale nello scenario mediorientale.
Il saggio di Michele Brunelli, “I rapporti tra Iran e Santa Sede”, presenta un’ampia panoramica storica delle relazioni tra il mondo persiano e il papato, a partire dal XIII secolo. L’analisi si apre con l’epoca della Pax Mongolica, quando i primi missionari cristiani, soprattutto Domenicani inviati da Papa Gregorio IX, giunsero in Persia, allora parte dell’Impero mongolo. In questo contesto di pluralismo culturale e religioso, si instaurarono i primi contatti ufficiali. Nel 1245, durante il Concilio di Lione, Papa Innocenzo IV avviò missioni diplomatiche presso i Khan mongoli, gettando le basi delle future relazioni con la Persia. Nel 1318, Papa Giovanni XXII strutturò l’attività missionaria, istituendo la diocesi di Sultāniyyah e affidando territori a Domenicani e Francescani. I missionari svolgevano anche ruoli diplomatici: emblematico il caso del francescano Père Pacifique, inviato da Shah ‘Abbās il Grande in Europa per negoziare aiuti militari contro gli Ottomani, inaugurando un’inedita convergenza strategica tra mondo sciita e cristianità. Nel XVI e XVII secolo, la presenza cristiana in Persia si intensificò grazie alla tolleranza dello Shah e alla modernizzazione militare sostenuta da consiglieri europei, come i fratelli Sherley. Nel 1601, Anthony Sherley fu ricevuto a Roma da Papa Clemente VIII. Nel 1607 i Carmelitani fondarono una comunità a Isfahan, e nel 1629 fu istituita la diocesi cattolica della città. Altri ordini, come Cappuccini e Gesuiti, seguirono. Tuttavia, dalla seconda metà del XVII secolo, crisi politiche e carestie colpirono le minoranze cristiane, soggette a restrizioni e persecuzioni. Nel XVIII secolo, le invasioni straniere e il declino safavide portarono alla drastica riduzione delle comunità cattoliche. L’interesse europeo riprese nell’Ottocento con le missioni francesi, promosse anche da Napoleone. Nel 1840, lo scià Muhammad Shah Qajar concesse diritti ai cristiani con un “firman d’emancipation”, permettendo la costruzione di chiese e scuole. Tuttavia, le pressioni russe e le tensioni con la comunità armena portarono alla chiusura di molte istituzioni cattoliche. Brunelli evidenzia come, fino al XX secolo, i rapporti tra Persia e congregazioni cattoliche siano stati spesso più influenzati dagli interessi delle potenze europee che da quelli della Santa Sede. La diplomazia religiosa si intrecciava così con le logiche geopolitiche, trasformando i missionari in agenti di una complessa mediazione culturale e politica.
L’ultimo capitolo, intitolato “ Le missioni cattoliche in Iran” e curato da Luca Lecis, presenta una disamina della presenza delle missioni cattoliche in Iran, prendendo le mosse dal declino della dinastia Qajar per giungere sino alle soglie delle rivoluzione Khomeinista.
L’autore ci guida attraverso un percorso storico che mostra come la Chiesa cattolica abbia svolto un ruolo molto più ampio del semplice proselitismo religioso, assumendo anche un’importante funzione culturale e sociale nel contesto iraniano. La narrazione mette in luce come le missioni cattoliche non si siano limitate alla diffusione della fede, ma abbiano promosso anche l’educazione, la medicina e lo studio delle lingue locali, lavorando per integrare le comunità cristiane nelle tradizioni e nella vita della società persiana. Lecis evidenzia le difficoltà che i missionari dovettero affrontare in un contesto dominato dall’Islam sciita, all’interno del quale la religione cristiana veniva spesso percepita come qualcosa di estraneo, se non apertamente ostile. Nonostante queste sfide, le missioni riuscirono a stabilire una presenza solida, in particolare nelle aree più periferiche del Paese, dove il loro contributo si manifestò concretamente nella vita quotidiana, non solo dei cristiani ma anche dei musulmani.
Particolarmente interessante è l’approfondimento sui diversi ordini religiosi impegnati nelle missioni: ad esempio, i lazzaristi si distinsero per un radicamento profondo nella lingua e nella cultura persiana, mentre i salesiani concentrarono i loro sforzi sull’educazione dei giovani, cercando di instaurare un dialogo interreligioso attraverso le scuole. Viene esaminato il contesto storico di fine Ottocento e inizio Novecento, un periodo segnato da un crescente nazionalismo e da una forte ostilità verso l’Occidente, che si tradusse in una crescente diffidenza nei confronti delle missioni cattoliche. Infatti, le pressioni politiche ed economiche esercitate dalle potenze straniere alimentarono un clima di sospetto che portò progressivamente alla limitazione delle attività missionarie. Questo processo culminò con la rivoluzione islamica del 1979, evento che segnò una vera e propria cesura storica, determinando l’espulsione dei missionari e la distruzione delle loro opere.
Questo libro si propone come un’opera di riferimento per chi desidera comprendere a fondo le relazioni tra Roma e Teheran, spesso trascurate nella storiografia italiana, ma centrali per cogliere le dinamiche euro-mediterranee e mediorientali. La struttura multidisciplinare, l’ampiezza cronologica e la qualità delle fonti utilizzate permettono di restituire un quadro ricco e sfaccettato, in cui la politica estera italiana emerge non come semplice spettatrice, ma come attore capace di muoversi con pragmatismo e visione strategica.
Attraverso l’alternanza di saggi analitici e testimonianze dirette, il volume riesce a intrecciare storia diplomatica, economia energetica e riflessione culturale, offrendo al lettore non solo una ricostruzione storica ampia, ma anche strumenti interpretativi per comprendere le continuità e le discontinuità che hanno segnato il rapporto tra i due Paesi.
In un momento in cui il Medio Oriente continua a rappresentare una sfida cruciale per l’Europa, questo lavoro contribuisce a valorizzare il ruolo dell’Italia come ponte tra mondi, culture e interessi spesso divergenti.
L’autrice: Giordana Bonacci – Laurea Magistrale in “Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale”, Università degli Studi Internazionali di Roma. Laurea Triennale in “Scienze per l’Investigazione e la Sicurezza”, Università degli Studi di Perugia. Analista presso Vision & Global Trends International Institute for Global Analyses, nell’ambito del progetto Società Italiana di Geopolitica.

