Autore: Alberto Cossu – 11/02/2026
Il paradosso italiano. Ricerca di qualità ma innovazione fragile
Alberto Cossu
Italy’s research system embodies a structural paradox: it produces high-quality, internationally competitive science, yet struggles to convert this excellence into sustained economic innovation. Although R&D spending has increased and participation in European programs is strong, overall investment intensity remains below the EU average. Persistent weaknesses include gaps between large firms and SMEs, limited technology transfer, and low patenting capacity. This article analyzes the current state of Italian research and innovation by combining the latest available data with the analytical framework of the Bank of Italy. It offers a concise assessment of the main constraints and emerging opportunities shaping Italy’s science and innovation system.
Negli ultimi anni l’Italia ha consolidato una reputazione di sistema scientifico produttivo e di qualità, capace di competere negli ambiti internazionali della ricerca accademica. Secondo dati elaborati da fonti istituzionali e piattaforme di analisi scientifica, l’Italia si colloca ai vertici mondiali per numero di pubblicazioni scientifiche di alta qualità e vanta una notevole produttività di ricerca per numero di ricercatori, perfino prima a livello mondiale in alcune metriche bibliometriche[1] come rivela il monitoraggio di SCImago[2] e OECD, che registra oltre 85 pubblicazioni e 2.318 citazioni per 100 ricercatori italiani [3].
Questo profilo di forte produttività scientifica è confermato anche nella partecipazione ai principali progetti di ricerca europei: l’Italia è tra i maggiori partner nei programmi Horizon e ha un ruolo rilevante nell’European Innovation Council, risultando seconda o terza per partecipazione e riconoscimenti nei bandi più competitivi.
Questo quadro positivo nella ricerca di base e nelle pubblicazioni però si scontra con limiti significativi nella capacità di trasferire risultati scientifici in innovazione tecnologica e crescita economica. Il rapporto della Banca d’Italia[4] sottolinea un nodo strutturale: se la ricerca italiana ha raggiunto livelli di qualità comparabili con quelli delle principali economie europee, la capacità brevettuale e di valorizzazione industriale resta debole rispetto ai paesi con maggior performance innovativa. Storicamente, come evidenziano anche analisi economiche europee, la spesa italiana in ricerca e sviluppo è inferiore alla media dell’Unione Europea, con la componente privata che investe una quota percentuale di PIL nettamente più bassa rispetto ai principali partner come Germania o Francia[5].
I dati più recenti dell’ISTAT sul triennio 2023-2025 mostrano che la spesa in R&S ha raggiunto i 29,4 miliardi di euro nel 2023, segnando un significativo incremento del 7,7% rispetto all’anno precedente. Nonostante questo aumento, l’intensità di spesa in rapporto al Pil è rimasta stabile all’1,37%, consolidando un impegno che, pur crescendo in valore assoluto, non aumenta proporzionalmente alla capacità produttiva complessiva del paese. La dinamica della spesa mostra inoltre un forte peso delle grandi imprese e delle multinazionali, sia italiane sia estere, che concentrano gran parte degli investimenti in R&S: oltre l’80% della spesa privata in ricerca è attribuibile a imprese appartenenti a grandi gruppi multinazionali, con una quota significativa proveniente da controllate estere; molte piccole imprese, invece, riducono la propria attività di R&S, accentuando i divari dimensionali nel sistema produttivo[6].
Parallelamente, la componente pubblica e universitaria ha mostrato una crescita significativa nel 2023, con aumenti a doppia cifra nella spesa per R&S sia nelle istituzioni pubbliche sia nelle università, rispettivamente con incrementi superiori al 14% e al 9%. Questo testimonia un rafforzamento del ruolo della ricerca pubblica, anche grazie ai fondi straordinari provenienti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Tuttavia, già il rapporto della Banca d’Italia evidenziava che gli uffici di trasferimento tecnologico delle università italiane risultano spesso sottodimensionati rispetto alle controparti europee, con costi di protezione della proprietà intellettuale sostenuti prima dei ricavi da licenze e contratti e con un’organizzazione meno efficiente di quella di istituti comparabili all’estero.
Un altro elemento critico riguarda la bassa intensità di innovazione tra le imprese italiane. Fonti europee e analisi OCSE sottolineano da tempo che la spesa delle imprese italiane in ricerca e sviluppo è circa la metà della media UE, il che limita la capacità delle imprese di competere in settori ad alta tecnologia e di attrarre investimenti per progetti ad alto impatto economico. Anche la componente brevettuale riflette questa difficoltà: nonostante l’elevata produttività scientifica, l’Italia registra una quota di brevetti internazionali inferiore a quella di altri paesi europei, ed essi rimangono concentrati in settori tradizionali della manifattura piuttosto che in tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale o le biotecnologie.
La partecipazione delle imprese straniere ai processi di ricerca italiani rappresenta un fenomeno crescente: secondo analisi recenti, le aziende a controllo estero hanno investito circa 5 miliardi di euro in ricerca e sviluppo nel 2021, con un incremento significativo rispetto all’anno precedente, e incidono per quasi 33% della spesa privata totale in R&S[7]. Questo contributo è rilevante per il sistema, ma evidenzia anche una dipendenza dell’innovazione nazionale da capitali e strategie esteri, che può avere effetti positivi sulla modernizzazione tecnologica ma anche limitare la costruzione di un’autonoma capacità competitiva sui segmenti più avanzati.
Il paradosso italiano è dunque ben definito: sul fronte della conoscenza scientifica di qualità e della partecipazione internazionale alla ricerca il paese è tra i più dinamici in Europa, con riconoscimenti bibliometrici e un ruolo significativo nei principali programmi di finanziamento pubblico e europeo. Sul fronte della trasferibilità di questa conoscenza in applicazioni industriali, brevetti e innovazione diffusa, invece, permangono ostacoli strutturali legati a una bassa intensità di investimento privato, alla debolezza organizzativa del sistema di trasferimento tecnologico e ai vincoli di governance che limitano la collaborazione con il settore produttivo, in particolare con le piccole e medie imprese.
Queste dinamiche hanno implicazioni di lungo periodo sulla competitività economica dell’Italia. Molti studi sulla crescita economica evidenziano come la capacità di innovazione sia un motore fondamentale per l’aumento della produttività e la costruzione di vantaggi competitivi sostenibili. In un quadro in cui la ricerca produce risultati di alta qualità ma la loro assimilazione nel tessuto produttivo è lenta o inefficiente, l’Italia rischia di subire un fenomeno di “esportazione di cervelli” e di consolidare un ruolo di generazione di conoscenza utilizzata altrove, piuttosto che di sviluppo tecnologico interno con ricadute diffuse sull’economia nazionale.
Per affrontare questa fragilità strutturale servono politiche coerenti e di ampio respiro: rafforzare gli incentivi per la R&S privata, aumentare la capacità di intermediazione tecnologica delle università e degli istituti di ricerca, promuovere collaborazioni industriali e sostenere le piccole imprese nell’ingresso nei circuiti dell’innovazione. In mancanza di tali interventi, il sistema italiano della ricerca rischia di consolidare un modello in cui l’eccellenza scientifica resta isolata dalla suatraduzione in innovazione competitiva, vanificando in parte il potenziale che la qualità dei ricercatori e delle istituzioni scientifiche italiane lascia intravedere sul piano internazionale.
[1] Per risultati bibliometrici si intendono indicatori quantitativiutilizzati per misurare laproduzione, la qualità e l’impatto della ricerca scientifica attraverso l’analisi delle pubblicazioni e delle citazioni
[2] SCImago è un gruppo di ricerca e una piattaforma internazionale di analisi bibliometrica che si occupa di valutare la produzione scientifica, l’impatto delle pubblicazioni e le performance di università, centri di ricerca, paesi e riviste scientifiche.
[3] https://www.investinitaly.gov.it/en/innovation-ecosystem?utm_source=chatgpt.com
[4] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0954/index.html?dotcache=refresh
[5] https://publications.europa.eu/resource/cellar/8a17929b-415d-11f0-b9f2-01aa75ed71a1.0002.03/DOC_1?utm_source=chatgpt.com
[6] https://www.confindustria-am.it/servizi/studi-e-ricerche/circolari/istat-pubblicazione-nuovi-dati-su-ricerca-e-sviluppo-in-italia-anni-2023-2025?utm_source=chatgpt.com
[7] https://www.confindustria.it/en/news/research-and-development-foreign-companies-focus-on-innovation-with-33-of-private-spending/?utm_source=chatgpt.com . Per un panorama internazionale vedere anche Tiberio Graziani e Stefano De Falco (a cura di) 2025 Geopolitica e Geografia dell’innovazione Callive
