Autore: Francesco Trani – 16/07/2026

IL MARE CHE DECIDE IL MONDO
Geopolitica del Mediterraneo. Potenze, risorse, conflitti
Recensione a cura di: Francesco Trani
Il 26 gennaio 2026, nel Mediterraneo centrale, la fregata italiana Virginio Fasan tallona un sottomarino russo diretto verso il porto siriano di Tartus. Non è un episodio isolato, ma la conferma plastica della tesi che percorre l’intero volume: il Mediterraneo, lungi dall’essere tornato centrale, non ha mai smesso di esserlo. Su questa affermazione — apparentemente paradossale in un’epoca dominata dal linguaggio dell’Indo-Pacifico — Luca Donadei costruisce un lavoro di 125 pagine che si propone come qualcosa di più ambizioso di un semplice manuale introduttivo: un tentativo, dichiarato fin dall’introduzione, di superare l’approccio “semplicemente descrittiva” o “soltanto storica” per costruire, attraverso l’osservazione delle costanti geografiche ed economiche, dei modelli politico-strategici tanto interpretativi quanto predittivi.
La struttura del volume risponde a questa ambizione con un’architettura in quattro movimenti che merita di essere resa esplicita, perché è essa stessa una tesi metodologica. Un primo blocco (capitoli I-III) fissa le costanti strutturali del bacino — la geografia fisica dei passaggi obbligati, l’economia energetica e commerciale, la traiettoria demografica delle tre sponde — trattandole non come sfondo ma come variabili indipendenti della competizione geopolitica. Un secondo blocco (capitoli IV-V) traduce queste costanti in un vero e proprio atlante operativo degli stretti, dei chokepoint, delle Zone Economiche Esclusive contese e delle potenze che vi si confrontano. Un terzo blocco (capitolo VI) applica l’impianto a un insieme di scenari di crisi concreti — la Libia divisa, la Siria post-Assad, il Bacino del Levante, la faglia greco-turca — e all’architettura istituzionale multilaterale che dovrebbe governarli. Solo a questo punto, nel capitolo VII, l’analisi si restringe al caso italiano, trasformando il quadro regionale in una domanda di politica nazionale. Questa architettura, dal generale allo scenario fino al caso singolo, è ciò che distingue il libro da una semplice rassegna di attualità mediterranea.
Il primo blocco svolge una funzione più sostanziale di quanto la sua collocazione iniziale suggerisca. Il capitolo I sulla morfologia del bacino — le quattro grandi penisole che ne disegnano il perimetro (Iberica, Italiana, Balcanica, Anatolica), le circa duecento isole che vi sono disseminate, la posizione cerniera della Penisola italiana tra Mediterraneo occidentale e orientale — non è erudizione cartografica fine a sé stessa: è la premessa che rende comprensibile, nei capitoli successivi, perché il controllo di un tratto di mare largo poche decine di chilometri (Gibilterra, il Canale di Sicilia, il Bosforo) possa valere quanto il controllo di un intero oceano. Il capitolo II, dedicato all’economia del “Mare Nostrum”, accumula con rigore statistico un patrimonio di dati — il 20% del traffico marittimo mondiale, il 27% del trasporto container e il 30% dei flussi di petrolio e gas che attraversano il bacino, la crisi idrica che entro il 2050 porterà l’intero occidente arabo sotto la soglia di povertà assoluta d’acqua — che restituisce al lettore la dimensione materiale, spesso rimossa dal dibattito pubblico, di un bacino percepito quasi solo attraverso la lente migratoria.
Il capitolo III, dedicato alla “bomba demografica” del Mediterraneo, è probabilmente il più ricco di implicazioni politiche e il più esposto, al tempo stesso, al rischio dell’obsolescenza rapida. L’asimmetria che Donadei documenta — una sponda nord che invecchia verso lo zero demografico mentre la sponda sud-est, entro il 2050, ospiterà due terzi della popolazione del bacino — è un dato strutturale di lungo periodo, e come tale ben si presta all’analisi geopolitica. Meno convincente è però il modo in cui il capitolo integra a questa cornice strutturale la cronaca più recente — dal caso egiziano fino alla situazione di Gaza e Cisgiordania —, che finisce per assumere un peso quasi pari a quello dei trend demografici di lungo periodo, con il risultato di offuscare, in alcuni passaggi, il confine tra fattore strutturale e evento contingente.
È nei capitoli IV e V che il volume raggiunge la sua prova più riuscita. Il capitolo IV si apre ricordando che, dei circa duecento stretti e canali della superficie terrestre, solo un numero ristretto è qualificabile come strategico — e che tutti quelli del Mediterraneo rientrano in questa categoria ristretta —, prima di passare alla mappatura vera e propria: Gibilterra, il Canale di Sicilia con le sue tre sotto-articolazioni attorno a Pantelleria, gli Stretti turchi regolati dalla Convenzione di Montreux, Suez. Il tutto è condotto con un livello di dettaglio militare e giuridico (dispositivi NATO, contingenti nazionali uomo per uomo, regime delle acque territoriali, disputa sulle ZEE non ratificate da Turchia e Siria) che ha pochi equivalenti in lingua italiana per aggiornamento e sistematicità. Lo stesso vale per il capitolo V, dove la mappa delle potenze — la “Patria Blu” turca e la sua proiezione navale in Libia, l’avamposto russo di Tartus, l’espansione portuale cinese attraverso Cosco e la Belt and Road, la Sesta Flotta statunitense come garante di deterrenza nella crisi israelo-palestinese — si accompagna a una rassegna altrettanto puntuale del dispositivo multilaterale in mare, dall’operazione Irini dell’UE alla missione Sea Guardian della NATO. Il capitolo si chiude su un’immagine efficace, che riassume bene l’intero impianto del libro fino a questo punto: il Mediterraneo come “campo di forze concentrico”, dove ogni stretto può diventare leva di potere e ogni crisi locale un detonatore globale.
Il capitolo VI applica questo impianto a un insieme di scenari che, insieme, restituiscono la fisionomia del Mediterraneo come sistema multipolare instabile più di quanto non facciano le sole mappe di potenza del capitolo precedente. Da un lato Donadei ricostruisce l’architettura istituzionale multilaterale — dalle missioni ONU UNIFIL, UNSMIL e UNFICYP alle organizzazioni regionali come l’Unione per il Mediterraneo, l’East Mediterranean Gas Forum o la Fondazione Anna Lindh — per mostrarne, nei fatti, la scarsa capacità di prevenzione strutturale. Dall’altro entra nel merito dei due principali fronti di instabilità: la Libia, spaccata tra il Governo di Unità Nazionale di Tripoli, sostenuto dalla Turchia, e la Cirenaica di Haftar, appoggiata da Russia, Egitto ed Emirati; e la Siria post-Assad, dove il nuovo governo di al-Sharaa ha scelto comunque di confermare a Mosca l’uso delle basi di Tartus e Hmeimim. Il capitolo dedica inoltre ampio spazio al Bacino del Levante — i giacimenti Leviathan, Tamar, Karish e Tanin, il futuro gasdotto East Med, l’accordo da 35 miliardi di dollari tra NewMed Energy ed Egitto — descrivendolo come il nuovo pivot energetico del bacino orientale, e riprende la faglia greco-turca in Egeo e a Cipro come ulteriore linea di frattura strutturale. È il capitolo in cui la densità documentaria del libro tocca il suo punto più alto, ma anche quello in cui il confine tra costante strutturale e cronaca degli ultimi mesi si fa più sottile: la lettura degli scenari libico e siriano, in particolare, rischia di invecchiare più rapidamente delle categorie geografiche ed economiche presentate nei primi capitoli.
Proprio l’accumulo di questa ricchezza documentaria pone però una questione metodologica che il libro non risolve del tutto. L’introduzione promette modelli interpretativi e predittivi costruiti sulle costanti geografiche; la citazione di Khanna, richiamata a più riprese, sottolinea che la geopolitica guarda al passato per orientare lo sguardo verso il futuro. Nella pratica dei capitoli, tuttavia, l’ambizione modellistica resta più enunciata che eseguita: ciò che il libro offre con grande efficacia è un inventario aggiornatissimo — quasi in presa diretta, con riferimenti che arrivano al febbraio 2026 — di attori, infrastrutture e rapporti di forza, più che un apparato teorico che li metta sistematicamente in relazione. Gli autori classici della disciplina — Mahan, Braudel, Abulafia — compaiono come autorità evocate nei momenti di sintesi, ma raramente vengono messi in dialogo esplicito tra loro o utilizzati come griglie di lettura applicate in modo costante lungo l’intero libro. Il risultato più prossimo, per genere, è quello degli atlanti geopolitici citati in bibliografia — Limes, l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo di Anghelone e Ungari — più che quello del saggio interpretativo a tesi unica: un pregio per chi cerca un riferimento factual denso e affidabile, un limite per chi cercasse un’argomentazione teorica compiutamente sviluppata.
Il capitolo VII, dedicato al ruolo dell’Italia, è per contro il momento più esplicitamente argomentativo del volume, e non a caso il più convincente sul piano della tesi. Donadei costruisce un arco storico che dalla sconfitta di Lissa (1866) passa per la breve stagione della quarta flotta mondiale nel periodo fascista, per il disastro di Capo Matapan, fino al 1946, quando la crociera nel Mediterraneo della corazzata statunitense Missouri — la nave su cui il Giappone aveva firmato la resa — inaugura una stagione di pressione psicologica statunitense pensata per tenere l’Italia nel campo occidentale durante le elezioni del 1946-1948; da lì il racconto arriva alla ricostituzione di una potenza navale regionale sotto l’ombrello NATO, per approdare a una diagnosi netta del presente: un’Italia geograficamente cardine del bacino — cerniera tra Mediterraneo occidentale e orientale, con l’11,3% del PIL nazionale legato al cluster marittimo secondo Unioncamere — ma politicamente reattiva, priva di una strategia marittima di lungo periodo, la cui Zona Economica Esclusiva è stata istituita solo nel 2021. È una tesi normativa esplicita — il mare come “moltiplicatore di potenza” da riconoscere, non solo come spazio di transito o di crisi — e come tale rappresenta il punto in cui il libro esce dalla modalità inventariale per assumersi un rischio argomentativo, con beneficio per la qualità del capitolo.
Le pagine conclusive cambiano infine registro, abbandonando la densità statistica dei capitoli centrali per un tono più propriamente saggistico. Donadei richiama i dati dell’UNCTAD sul peso del trasporto marittimo nel commercio mondiale per collocare poi il Mediterraneo nella gerarchia degli interessi di Washington: non il “Mediterraneo americano” dei Caraibi e del Golfo del Messico, né il Mar Cinese Meridionale conteso con Pechino, ma un bacino di rilevanza “convenzionale”, utile soprattutto come corridoio di transito verso l’Oceano Indiano. È in queste pagine che riprende anche il dibattito tra Fernand Braudel e David Abulafia sull’unità o la diversità del Mediterraneo, per chiudere il volume su un registro storico-culturale che restituisce respiro a un libro altrimenti dominato dal dato contemporaneo. Il passaggio dal registro fattuale a quello più meditativo, tuttavia, avviene senza una cerniera argomentativa esplicita che raccordi i due piani.
Il pubblico a cui il volume si rivolge è più composito di quanto la sua brevità lasci intuire. L’analista di sicurezza o l’operatore del settore energetico vi troverà una cartografia di stretti, ZEE, dispositivi militari e architetture multilaterali difficilmente reperibile con pari sistematicità in un’unica fonte italiana. Lo studente di Relazioni Internazionali disporrà di una sintesi affidabile delle dinamiche del bacino, corredata da un apparato di note che rimanda a fonti primarie e istituzionali (Eurostat, FAO, SIPRI, UNHCR, Frontex) più che a intermediazioni giornalistiche. Il lettore semplicemente informato sull’attualità internazionale, infine, troverà nell’aggiornamento quasi cronachistico — che arriva a includere gli attacchi israelo-statunitensi contro Teheran del febbraio 2026 — una chiave di lettura per orientarsi in una regione che i media affrontano quasi sempre per compartimenti stagni (migrazioni, energia, conflitti) senza mai ricomporli in un disegno unitario.
Il mare che decide il mondo è, in definitiva, un lavoro che riesce meglio come strumento di orientamento che come argomentazione teorica compiuta: la sua tesi implicita — che la marginalizzazione post-1492 del Mediterraneo sia stata sempre un’illusione ottica prodotta dallo spostamento del baricentro atlantico prima e indo-pacifico poi, e che il ritorno della competizione multipolare non abbia fatto che rivelare una centralità mai realmente perduta — è solida e ben documentata, ma affidata più alla forza cumulativa dei dati che a una dimostrazione teorica esplicita. Resta un contributo di cui la pubblicistica italiana sulla regione, spesso frammentata per aree di crisi, aveva bisogno: un tentativo, in larga parte riuscito, di restituire al Mediterraneo la sua unità di analisi.
Luca Donadei – IL MARE CHE DECIDE IL MONDO: Geopolitica del Mediterraneo. Rotte energetiche, sicurezza marittima e potenze regionali – 2026, Fuoco Edizioni ISBN-13 : 979-8199033572 – Prefazione di Tiberio Graziani
Luca Donadei – (Roma, 1972) dopo un percorso di studi accademici con specializzazione in politica internazionale, si è occupato di politiche migratorie e di sviluppo nei Paesi emergenti. Dopo diverse collaborazioni con organismi internazionali in ambito umanitario, ha concentrato la sua esperienza professionale nel settore editoriale, curando pubblicazioni di saggistica geopolitica ed economia. È inoltre autore di diversi articoli su tematiche inerenti l’immigrazione e le relazioni internazionali. Infine, ha scritto un libro di strategia militare (Almanacco delle Forze Armate Europee, Fuoco Edizioni, 2015).
L’autore della recensione – Francesco Trani, laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Siena. I suoi interessi di ricerca riguardano la politica internazionale e la geopolitica, con particolare attenzione ai processi decisionali degli Stati, alla competizione tra grandi potenze e all’evoluzione degli equilibri strategici globali.
