Autore: Fabrizio Vielmini – 08/0/4/2026
Il difficile risveglio dell’Europa tra guerre e sudditanza geopolitica
L’aggressione all’Iran apre spazi ai sovranisti, ma senza ulteriori shock il Continente non uscirà dal torpore in cui lo ha condannato l’UE
Fabrizio Vielmini
A un mese dall’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran iniziano a emergere in Europa conseguenze politiche rilevanti. Il dato generale è quello che evidenzia le crescenti fragilità che attraversano il cosiddetto “Occidente collettivo”, sempre più segnato da divisioni interne, divergenze strategiche e tensioni politiche.
Il fallimento dell’obiettivo dichiarato di rovesciare il governo iraniano, unito alle reazioni iraniane contro gli interessi occidentali nella regione e alla prospettiva di una crisi senza precedenti con l’allargamento del conflitto, hanno contribuito ad approfondire la distanza – non solo strategica ma anche politica – tra gli Stati Uniti e diversi Paesi europei. Una distanza che si inserisce in un contesto già segnato da incomprensioni e priorità divergenti.
In questo scenario, si aprono spazi politici nuovi per i fronti sovranisti e per tutte le forze critiche verso l’attuale assetto internazionale all’interno dei vari paesi europei.
Un caso emblematico è rappresentato dall’Italia. Qui, le tensioni internazionali si sono riflesse anche sul piano interno, intrecciandosi con il recente referendum sulla Giustizia votato il 22 marzo. La consultazione, fortemente sostenuta dal governo guidato da Giorgia Meloni che ne aveva fatto una questione politica centrale, riguardava temi complessi come la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e il funzionamento degli organi di autogoverno della magistratura.
Sono stati così sottoposti quesiti tecnici complessi, decisioni che, secondo numerosi giuristi e forze politiche di opposizione, sarebbero dovute restare di competenza del legislatore. Dietro ciò, la molti hanno intravisto un tentativo di subordinazione dell’autonomia del potere giudiziario a quello esecutivo. Intuendo il reale senso della manovra, gli italiani hanno reagito con un’affluenza alle urne che ha invertito i precedenti trend di astensione, facendo così del referendum un voto di sfiducia verso l’attuale establishment.
Alla base della débâcle referendaria vi era, con ogni evidenza, una forte componente di politica estera. L’opposizione al governo non si è espressa soltanto sul piano istituzionale interno, ma ha raccolto il disagio di quanti contestano la subalternità dell’esecutivo di destra alle politiche degli Stati Uniti e di Israele.
Pur dichiarandosi “patriottico”, il governo Meloni ha finora sostenuto in modo incondizionato le operazioni militari israeliane in Palestina, definite da numerosi osservatori come un genocidio, ed ha applaudito a tutte le violazioni di Washington e Tel Aviv nei confronti di Paesi quali il Venezuela e il Libano, inclusa l’attuale fallimentare aggressione contro l’Iran con i gravi rischi che essa comporta per il Paese. A ulteriore dimostrazione di questa linea, il governo è arrivato a proporre una legge che equipara il sionismo all’antisemitismo: un provvedimento che, se approvato, andrebbe a colpire anche il dissenso verso le politiche dello Stato di Israele. Si tratta di una linea che rende de facto l’Italia corresponsabile dei crimini imputati a Israele e agli Stati Uniti, in netto contrasto con i propri interessi nazionali.
L’esito referendario ha prodotto ricadute immediate sul quadro politico interno. Il governo ha dovuto allontanare alcune delle figure più screditate della propria compagine, tra cui la ministra del Turismo Daniela Santanchè (coinvolta in procedimenti giudiziari), il sottosegretario Andrea Del Mastro (sotto accusa per legami con ambienti mafiosi) e il senatore Maurizio Gasparri, vicino a lobby filoisraeliane e tra i promotori dell’insensata legge sull’“antisemitismo”.
Ma il segnale più significativo è arrivato il 31 marzo, quando il ministero della Difesa ha negato il consenso all’atterraggio, sulle basi militari statunitensi in Italia, per gli aerei impegnati in operazioni belliche. Una decisione che segna una svolta importante nei rapporti tra Roma e Washington.
Malauguratamente, in una congiuntura che offre un tale potenziale per mutare la politica estera del Paese e far fronte alle gravi minacce che l’attuale assetto internazionale gli pone, le opposizioni non sembrano in grado di esprimere un’idea di politica estera all’altezza delle sfide emergenti. Se da un lato hanno criticato le posizioni dei governi di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dall’altro continuano in larga parte a sostenere il governo di Volodymyr Zelensky e la guerra per procura contro la Russia finanziata dall’Unione Europea.
Il nodo centrale, in Italia come in molti altri Paesi europei, resta il ruolo dell’Unione Europea nella definizione delle politiche estere nazionali e la necessità di mettere in discussione l’attuale indirizzo delle istituzioni di Bruxelles, responsabili per la fallimentare linea di politica estera seguita finora.
Tali istituzioni continuano a brancolare nel buio, sempre più concentrate sulla propria sopravvivenza politica piuttosto che sulla prevenzione della grave recessione che minaccia le economie del continente. Indicativo come, in questo contesto, il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, abbia esortato gli Stati membri ad abbattere i consumi energetici di fronte al rischio di interruzioni nelle forniture. Un segnale che riflette la consapevolezza della crisi che si annuncia, con aumento dei costi, difficoltà per il sistema industriale e una contrazione di settori chiave come il turismo, particolarmente rilevante per economie come quella italiana.
Tali dinamiche dipendono direttamente dalle guerre scatenate da Stati Uniti e Israele, che hanno disarticolato le reti di rifornimento energetico europeo preparando disastri sociali, economici, ambientali e umanitari destinati a riversarsi sul nostro continente.
Di fronte a tutto ciò, l’Unione europea rimane paralizzata. E dopo aver accettato l’aggressione al Venezuela, il genocidio a Gaza e sostenuto Israele in tutte le sue avventure militari contro i paesi limitrofi, continua ad alimentare una politica di confronto con la Russia intensificando la propaganda che la vuole come nemico principale ed esistenziale. Ad esempio, in vista delle prossime elezioni politiche in Armenia, la UE si proietta verso il Paese dichiarandolo un nuovo fronte della guerra fredda contro Mosca. A tal fine sono stati inviati a Erevan una decina di esperti per fornire consulenza al governo, come se questo potesse incidere in qualche modo sulle reali dinamiche in atto in uno scenario complesso quale quello del Caucaso.Del pari, la casta degli eurocrati vive come unaminaccia esistenzialele elezioni del 12 aprile in Ungheria. Tutti i possibili strumenti d’influenza e d’intelligence sono stati attivati — principalmente dall’Ucraina e dai Paesi baltici – così da interferire nella competizione e convincere la popolazione a votare l’opposizione a Viktor Orbán così da riportare il Paese sotto il controllo dell’élite ‘UE.
L’attuale fase storica rivela il sistema europeo quale una macchina ingannatrice che disattiva strutturalmente la sovranità popolare e conduce al suicidio del benessere del continente. Disorientati di fronte ai cambiamenti epocali, la maggioranza dei cittadini stenta a riconoscere questa realtà. In questo vuoto di consapevolezza, molti si attaccano ancora all’illusione del “sogno europeo”, inteso come spazio di stabilità, prosperità e protezione. La guerra in atto è però un catalizzatore di trasformazioni profonde i cui effetti porteranno presto ad un risveglio e al ritorno senso di responsabilità per proprio futuro. Solo, sarà un risveglio molto duro.
