Autore: Aniello Inverso – 22/07/2026

GEOPOLITICA. Rivista di Politica Internazionale — Journal of Geopolitics and Related Matters – ISSN 2009-9193, Vol. XV, N. 1/2026, gennaio-giugno 2026
Il volume Geopolitica dei Poli: Artico e Antartico tra Rotte, Risorse e Potenze Globali, primo di due numeri dedicati al tema polare dalla rivista Geopolitica, pubblicata da Callive Edizioni in collaborazione con Media&Books, si presenta come un lavoro corale che affronta, in chiave interdisciplinare, l’intreccio tra mutamento climatico, competizione per le risorse e ridefinizione degli equilibri di potere nelle regioni circumpolari, mettendo in luce come l’Artico costituisca oggi una delle infrastrutture geopolitiche più rilevanti e contese del sistema internazionale. Curato da Marco Dordoni e Tiberio Graziani, il numero offre al lettore una mappa articolata delle principali linee di frattura e delle nuove interdipendenze che attraversano lo spazio polare, con particolare attenzione alle dinamiche militari, energetiche, giuridiche e tecnologiche che rendono la regione non più uno spazio eccentrico rispetto alle logiche del potere mondiale ma, al contrario, un nodo nel quale tali logiche si manifestano con nitidezza e urgenza particolari.
La scelta di dedicare due numeri monografici consecutivi alle regioni polari non risponde a una moda contingente né alla semplice risonanza mediatica della crisi climatica, ma a una consapevolezza analitica precisa. L’Artico e l’Antartico sono divenuti negli ultimi anni spazi nei quali si proiettano con particolare nitidezza le trasformazioni strutturali dell’ordine internazionale, la ridefinizione delle gerarchie di potenza, la competizione per le risorse energetiche e minerarie, la militarizzazione progressiva di teatri un tempo considerati marginali e la costruzione di nuove rotte di comunicazione che ridisegnano le connettività eurasiatiche e transoceaniche. Come osservano i curatori, l’Artico non può essere interpretato come uno spazio d’eccezione o separato dal resto del sistema internazionale, ma si configura piuttosto come uno snodo nel quale convergono processi che hanno origine ben oltre i confini regionali, dalla riorganizzazione delle catene del valore alla competizione per il controllo delle rotte marittime, dal riassetto dei mercati energetici alla transizione verso assetti di potere sempre più policentrici.
Il volume ospita ventuno contributi scientifici che affrontano il tema polare attraverso angolature disciplinari complementari, spaziando dalla geografia fisica e dell’ambiente al diritto internazionale, dall’analisi delle politiche artiche nazionali alla dimensione militare e della sorveglianza subacquea, dalla diplomazia culturale e scientifica alla questione dell’autodeterminazione dei popoli indigeni, fino alla tecnologia satellitare e ai cavi sottomarini come infrastrutture critiche della connettività circumpolare. La pluralità degli approcci non produce dispersione analitica ma, al contrario, restituisce la complessità multidimensionale di una regione che non si lascia comprendere attraverso una sola disciplina né attraverso un’unica prospettiva nazionale.
Andrea Alberti, analista presso Bank Austria, apre il volume con il saggio Dal margine al centro: la Russia, i BRICS e la trasformazione geopolitica dell’Artico, che interpreta la regione non come spazio periferico e isolato dal resto del sistema internazionale, ma come crocevia geopolitico nel quale le trasformazioni strutturali dell’ordine internazionale assumono una forma particolarmente visibile. Adottando un approccio geopolitico-strutturale fondato sull’analisi congiunta di documenti ufficiali, dinamiche energetiche e sviluppi infrastrutturali, Alberti argomenta che il superamento dell’eccezionalismo artico, caratteristico della fase post-Guerra Fredda, segnala il pieno reinserimento della regione nelle logiche della competizione tra grandi potenze. La tesi centrale del saggio individua nella Russia il soggetto catalizzatore di una presenza BRICS nell’Artico funzionale e selettiva, piuttosto che l’espressione di una strategia polare unitaria e formalizzata del gruppo, coerente con la transizione verso un ordine multipolare. A sostegno di questa lettura, l’autore mostra come Mosca controlli oltre il cinquantatré per cento della linea costiera dell’Oceano Artico e detenga circa il cinquantotto per cento delle potenziali riserve di idrocarburi della regione, dati che ne confermano la posizione di potenza strutturalmente dominante nell’area, indipendentemente dalla composizione e dalle dinamiche interne ai BRICS. Attraverso le direttrici Russia-Cina e Russia-India, e mediante l’integrazione dell’Artico in corridoi logistici ed energetici alternativi, il Grande Nord viene progressivamente inserito in una rete eurasiatica più ampia, coerente con le dinamiche della de-globalizzazione selettiva. La Northern Sea Route emerge in questa lettura non come alternativa commerciale immediata alle rotte transoceaniche tradizionali, ma come infrastruttura geopolitica di lungo periodo capace di accrescere l’autonomia russa in un ordine mondiale sempre più frammentato, mentre le direttrici di cooperazione con Pechino e Nuova Delhi si configurano come assi di un ridisegno più profondo degli equilibri eurasiatici che trascende la dimensione strettamente polare per investire l’intera architettura dell’assetto internazionale in transizione.
Immaginare l’Artico sulla proiezione cilindrica di Mercatore significa già distorcerlo. È da questa premessa metodologica che prende avvio il saggio di Teresa Amodio, professoressa ordinaria di Geografia economico-politica e responsabile del Laboratorio di Sistemi Informativi Geografici per l’Organizzazione del Territorio dell’Università degli Studi di Salerno, e Daniel Signorelli, esperto GIS e di immagini satellitari del medesimo laboratorio, intitolato Porti e infrastrutture retroportuali a supporto del traffico artico: una prospettiva geografica. La proiezione mercatoriana, giudicata inadeguata per le alte latitudini in quanto introduce distorsioni significative nelle superfici e nelle distanze, viene sostituita dalla Lambert Azimuthal Equal-Area projection centrata sul Polo Nord, che consente una rappresentazione areale coerente dello spazio artico, ponendolo al centro della riflessione visiva e analitica. Mediante l’elaborazione in ambiente GIS di dataset mensili forniti dal National Snow and Ice Data Center relativi al periodo 1979-2025, il saggio ricostruisce la progressiva riduzione dell’estensione dei ghiacci, passata da 12.576.807 kmq nel 1979 a 10.412.496 kmq nel 2025, e le nuove condizioni di accessibilità marittima che ne derivano. Il concetto geografico di interscalarità viene applicato per mostrare come fenomeni climatici localizzati producano ripercussioni sulle rotte di comunicazione e sulle infrastrutture portuali e retroportuali a scala continentale, con particolare attenzione alla rete portuale russa lungo la Northern Sea Route e alle sue connessioni con l’hinterland siberiano, dove la carenza infrastrutturale rappresenta ancora il principale vincolo alla piena valorizzazione del potenziale logistico della regione.
Che il ritiro dei ghiacci apra l’accesso a risorse del fondale marino lo mostrano i dati di Amodio e Signorelli; che questo accesso sollevi questioni giuridiche di difficile risoluzione lo dimostra il terzo contributo del volume. Fiammetta Borgia, professoressa ordinaria di Diritto internazionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, e Luca Vincenzo Maria Salamone, Direttore Generale dell’Agenzia Spaziale Italiana, affrontano in Extracting in a Warming Arctic: Deep-Sea Mining, Sovereign Rights, and Environmental Vulnerability under UNCLOS la questione dell’estrazione mineraria in acque profonde come banco di prova della capacità della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare di reggere simultaneamente alle pressioni geopolitiche e ambientali di una regione in rapida trasformazione. L’UNCLOS ha finora svolto una funzione stabilizzatrice, incanalando la rivalità tra Stati costieri in processi governati dal diritto e prevenendo l’emergere di conflitti aperti sulle risorse del fondale. Lo testimoniano la Dichiarazione di Ilulissat del 2008 e la persistente pratica degli Stati artici di fondare le proprie rivendicazioni sull’architettura giuridica convenzionale. Tuttavia, Borgia e Salamone evidenziano come questa funzione stabilizzatrice operi all’interno di un’architettura che genera asimmetrie strutturali. Mentre l’autorità regolatoria e i benefici economici rimangono concentrati a livello nazionale, i rischi ambientali si estendono oltre i confini ecologici, gravando in misura sproporzionata sulle comunità indigene i cui mezzi di sussistenza e le cui pratiche culturali sono strettamente legati agli ecosistemi marini artici. Il saggio richiama a tale proposito le raccomandazioni adottate dalla Commissione sui Limiti della Piattaforma Continentale nel febbraio 2023 riguardanti la Federazione Russa, nonché le rivendicazioni in corso di Danimarca e Canada, come esempi di un riordino giuridico dello spazio marittimo che trasforma aree un tempo periferiche in zone di crescente rilevanza, e suggerisce che il recente BBNJ Agreement, entrato in vigore il 17 gennaio 2026, introduca aspettative normative evolutive di rilevanza interpretativa per regioni ecologicamente interconnesse come l’Artico.
Solo ventinove Stati su circa duecento erano classificabili come democrazie liberali nel 2024, pari a poco più del quindici per cento del totale globale. Un dato, tratto dal V-Dem 2025, che restituisce con nitidezza il contesto sistemico entro cui Andrea Canzilla, ricercatore presso l’Università degli Studi di Sassari, Michela Chioso, analista della Società Italiana di Intelligence, e Alberto Pagani, dell’Università di Bologna, collocano la loro analisi della competizione artica nel saggio Tra ghiaccio e geopolitica: l’Artico come spazio emergente di competizione economica e militare. Il saggio adotta un disegno metodologico fondato sulla triangolazione di fonti eterogenee, revisione strutturata della letteratura politologica e geostrategica, analisi comparata delle strategie artiche ufficiali di Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea e Italia inclusa la Politica Artica Italiana del 2026, e somministrazione di questionari strutturati a un campione selezionato di ex vertici istituzionali, tra cui lo stesso Pagani, che ha affrontato questi temi anche in audizione presso il Comitato permanente sull’Artico della Camera dei deputati il 3 dicembre 2025. La cornice teorica è quella della transizione dal momento unipolare al ritorno della competizione tra potenze, con una critica esplicita alle narrazioni sulla fine della storia e sulla pace americana, giudicate responsabili di aver sistematicamente sottovalutato la persistenza delle logiche anarchiche nel sistema internazionale. Tra gli elementi più significativi che il saggio porta alla luce vi è la ricostruzione dell’asse russo-cinese formalizzato nel Joint Statement sottoscritto da Putin e Xi Jinping a Pechino il 4 febbraio 2022, nel quale i due leader hanno definito la propria intesa un’amicizia «senza limiti», orientando esplicitamente la cooperazione bilaterale verso lo sviluppo delle rotte artiche e lo sfruttamento delle risorse della Northern Sea Route, sullo sfondo di una dipendenza europea dal gas russo superiore al quaranta per cento nei cinque anni precedenti e collassata a meno del cinque per cento nel 2023. La supremazia russa nella regione trova la sua espressione materiale più concreta nell’unica flotta di rompighiaccio nucleari al mondo, con otto unità operative tra cui quattro vettori di Classe Arktika del progetto 22220 e tre in fase di costruzione, mentre la misura dell’attenzione che l’Alleanza Atlantica riserva al teatro polare è rivelata dal fatto che tre dei dodici scenari di crisi elaborati dal NATO Defense College fino al 2028 vedano l’Artico come potenziale epicentro di conflitto, incluse ipotesi di operazioni militari russe nell’High North e di occupazione delle isole Svalbard.
La militarizzazione progressiva e la competizione tra grandi potenze analizzate da Canzilla, Chioso e Pagani poggiano su una trasformazione fisica della regione che il quinto contributo del volume esamina con rigore scientifico, fornendo le basi empiriche senza le quali il ragionamento geopolitico rischierebbe di operare nel vuoto. Sandro Carniel e Mauro Sclavo, dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Venezia, Keith Larson, dell’Arctic Centre dell’Università di Umeå, Roberto Domini, del Centro per la Geopolitica e la Strategia Marittima CeSMar, e Marco Dordoni, dell’Università per Stranieri di Perugia e della SIOI, propongono in The Arctic as a Strategic Climate Observatory un’analisi interdisciplinare che integra climatologia, oceanografia fisica e relazioni internazionali per inquadrare l’Artico come sistema di allerta precoce per la governance climatica mondiale. Il fenomeno dell’Arctic amplification, il riscaldamento artico che procede a una velocità quasi quattro volte superiore alla media planetaria, non costituisce per gli autori un dato puramente fisico ma il segnale di trasformazioni a scala planetaria con effetti a cascata che si propagano ben oltre i confini polari. L’estensione minima dei ghiacci settembrina è diminuita di circa il dodici per cento per decennio nel periodo 1979-2024, con uno spostamento progressivo dal ghiaccio pluriennale più spesso verso formazioni più sottili e vulnerabili alla fusione. Alla destabilizzazione della circolazione termoalina, e in particolare dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation, si accompagna l’azione del vortice polare artico come amplificatore atmosferico capace di intensificare gli eventi estremi nell’area euro-mediterranea, mentre sul piano geopolitico il saggio segnala come nel febbraio 2026 la NATO abbia lanciato Arctic Sentry, attività di vigilanza rafforzata multidominio destinata a coordinare le operazioni alleate nel Grand Nord sotto un quadro operativo unificato guidato dal Joint Force Command Norfolk.
Con oltre il quaranta per cento del proprio territorio situato a nord del Circolo Polare Artico e duecentomila chilometri di costa pari al settantacinque per cento dell’intera fascia litoranea nazionale, il Canada non ha mai potuto considerare l’Artico una questione periferica. Marco Castriani, del Centro Studi Italia-Canada, ricostruisce in Il Nord come priorità nazionale: evoluzione e prospettive delle politiche artiche canadesi il percorso attraverso cui Ottawa ha progressivamente ridefinito il proprio approccio alla regione in risposta alla pressione combinata del cambiamento climatico e dell’intensificarsi della competizione tra potenze, attraverso una prospettiva storico-comparativa che abbraccia tre successive amministrazioni da Harper a Trudeau fino a Carney. Il governo Harper aveva concentrato la propria azione sulla difesa della sovranità e sul rafforzamento militare, mentre l’amministrazione Trudeau aveva progressivamente integrato nella strategia artica elementi riconducibili alla human security, allo sviluppo sostenibile e ai processi di riconciliazione con le popolazioni indigene, fino all’’adozione dell’Arctic and Northern Policy Framework del 2019. La pubblicazione dell’Arctic Foreign Policy nel dicembre 2024 ha segnato tuttavia un deciso cambio di registro, riconoscendo esplicitamente che l’Artico non può più essere considerato uno spazio a bassa tensione, mentre l’amministrazione Carney ha ulteriormente consolidato questa svolta con investimenti significativi nella difesa e nelle infrastrutture. Particolare attenzione viene dedicata alla controversia giuridica sul Passaggio a Nord-Ovest, che il Canada considera parte delle proprie acque interne mentre gli Stati Uniti lo qualificano come stretto internazionale, una divergenza che riflette tensioni più profonde sull’equilibrio tra sovranità nazionale e libertà di navigazione nel contesto della crescente accessibilità delle rotte artiche, e che Castriani interpreta come manifestazione di una più ampia ridefinizione delle geometrie di potere nell’Alto Nord.
Novanta miliardi di barili di petrolio, quarantotto miliardi di metri cubi di gas naturale in forma gassosa e quarantaquattro miliardi di barili di gas naturale liquido. Queste le stime della US Geological Survey per le riserve tecnicamente recuperabili a nord del Circolo Polare Artico, cifre sufficienti ad alimentare il fabbisogno statunitense per oltre dodici anni, quello europeo per oltre diciotto e quello russo per oltre sessanta. È su questi numeri che Paolo Cornetti e Leonardo Noschese, entrambi di Vision & Global Trends, fondano in La marea dell’Artico: energia, infrastrutture e transizione multipolare la propria interpretazione dell’Artico come catalizzatore della transizione verso un assetto multipolare, individuando tre vettori di trasformazione destinati a ridefinire gli equilibri dell’assetto internazionale nei decenni a venire. Il primo riguarda la parziale ridirezione delle rotte commerciali e il conseguente spostamento dei baricentri economici verso nord. Il secondo concerne la nuova accessibilità delle risorse energetiche e dei materiali critici, con la Groenlandia che secondo le stime della USGS disporrebbe di circa un milione e cinquecentomila tonnellate di ossidi di terre rare recuperabili, dati che spiegano l’interesse statunitense per un’isola la cui acquisizione consentirebbe a Washington di ridurre la propria dipendenza dalla Cina, che controlla attualmente il trentaquattro per cento del mercato mondiale. Il terzo vettore riguarda la riconfigurazione delle alleanze per il dispiegamento di sistemi d’arma. Cornetti e Noschese mostrano come la complementarità energetica russo-cinese, rafforzata dopo il conflitto ucraino, stia ridisegnando la geometria degli approvvigionamenti in modo coerente con le ambizioni polari di entrambe le potenze, mentre gli Stati Uniti si trovano paradossalmente dipendenti proprio dal loro principale competitore per i materiali critici necessari allo sviluppo tecnologico, avendo progressivamente perso rilevanza nel mercato delle terre rare dopo la chiusura della miniera di Mountain Pass. Particolarmente significativa è la ricostruzione storica delle infrastrutture energetiche artiche, dalla baleneria ottocentesca alla scoperta del carbone nelle Svalbard, che documenta come la progressiva territorializzazione dell’Artico abbia radici ben più profonde dell’attuale competizione e come solo le potenze dotate di visione di lungo periodo siano nella condizione di cogliere le opportunità che la regione offrirà con il progredire delle trasformazioni climatiche e tecnologiche.
Novantacinque per cento, è la quota del traffico dati intercontinentale che transita attraverso cavi in fibra ottica sottomarina, infrastrutture fisicamente vulnerabili che per decenni hanno operato in una condizione di invisibilità triplicata, come la definiscono Bueger e Liebetrau, perché collocate sui fondali marini, in ambienti oceanici storicamente sottogovernati e al di fuori della percezione pubblica. Cristina Di Silvio, direttrice delle Relazioni Internazionali per il Rappresentante Permanente della Comunità Europea presso lo United States Foreign Trade Institute, esamina in Underwater Surveillance and Maritime Dominance in the Arctic: A Strategic Lever in Global Geopolitical Competition l’intreccio tra sorveglianza subacquea, protezione delle infrastrutture critiche sottomarine e competizione tra grandi potenze nel Grande Nord. Il contributo ricostruisce come l’integrazione di sorveglianza satellitare, tecnologie di rilevamento subacqueo, piattaforme autonome e intelligenza artificiale stia ridefinendo la Maritime Domain Awareness, ovvero la capacità di rilevare, monitorare e rispondere alle attività marittime attraverso i domini di superficie, subacqueo e aereo. Particolare attenzione viene dedicata al Distributed Acoustic Sensing, che trasforma le reti in fibra ottica esistenti in sensori acustici continui capaci di rilevare vibrazioni e interferenze lungo decine di chilometri di infrastrutture sottomarine. Di Silvio documenta come Russia, Cina e Stati Uniti abbiano sviluppato approcci distinti, con Mosca che privilegia operazioni in zona grigia con capacità subacquee specializzate lungo la Northern Sea Route, Pechino che avanza attraverso la Polar Silk Road con infrastrutture a duplice uso, e Washington che privilegia le operazioni di libertà di navigazione e l’interoperabilità con gli alleati NATO. Il ruolo dell’Italia emerge come particolarmente significativo, sia attraverso l’ospitalità della rete NATO per la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine sia attraverso il programma DEEP di Fincantieri, che integra barriere acustiche, veicoli subacquei autonomi e reti di monitoraggio continuo, prefigurando un modello di resilienza industriale e istituzionale che il saggio propone come riferimento per la tutela europea delle infrastrutture critiche nell’Alto Nord.
Il Consiglio Artico, istituito nel 1996 con il solo obiettivo della ricerca scientifica ambientale e privo di potere legislativo, si trova oggi a dover gestire dinamiche che trascendono di gran lunga il suo mandato originario. Silvia Iacuone, del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara, affronta questa contraddizione in L’Artico: la nuova frontiera energetica mondiale attraverso un approccio qualitativo e interdisciplinare che combina analisi geopolitica, rassegna critica di fonti ufficiali e rielaborazione di dati quantitativi, con l’obiettivo di valutare in che misura la competizione per le risorse incida sulle dinamiche di potere tra gli attori coinvolti. Il contributo muove da una chiarificazione terminologica di rilievo metodologico, distinguendo tre definizioni convenzionali della regione artica, quella astronomica basata sul Circolo Polare Artico, quella climatica fondata sull’isoterma dei dieci gradi centigradi nel mese di luglio e quella ecologica determinata dall’Arctic Tree Line, definizioni destinate a essere progressivamente ridiscusse per effetto del riscaldamento globale. Sul piano delle risorse, Iacuone richiama la stima effettuata nel 2008 dall’US Geological Survey, che ha rilevato nella regione il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio e il trenta per cento di quelle di gas naturale, cui si aggiungono ingenti depositi di minerali, metalli e terre rare. Particolarmente significativa è la tabella sull’evoluzione dell’accessibilità marittima che il saggio presenta, dalla quale emerge come la Rotta Transpolare sia destinata a passare da una percorribilità del sessantaquattro per cento nel periodo 2000-2014 al cento per cento nel periodo 2045-2059, con un miglioramento del cinquantasei per cento. La fragilità del quadro istituzionale, caratterizzata dall’assenza di un regime giuridico vincolante e dai limiti operativi del Consiglio Artico, lascia un vuoto normativo che Iacuone individua come il principale fattore di instabilità in una regione nella quale le mire espansionistiche dei principali attori, Russia, Stati Uniti e Cina, operano in assenza di meccanismi vincolanti di regolazione multilaterale.
Nel 1987, davanti a un auditorio riunito a Murmansk, Mikhail Gorbachev prefigurava l’Artico come zona eccezionale di pace dove tre continenti si incontrano senza conflitto. Meno di quarant’anni dopo, quella visione appare come il fondamento di una narrazione ormai definitivamente tramontata. Ilaria Ilieva, ricercatrice indipendente, propone in Dalla fine dell’eccezionalismo artico alla Space Technology: ruolo e implicazioni dei satelliti polari per la Difesa e la Sicurezza un’indagine theory-driven che colloca i satelliti in orbita polare come enablers strutturali della nuova competizione nell’Alto Nord, adottando il quadro teorico del realismo e della balance of power theory per interpretare la transizione dallo spazio artico come zona di cooperazione a teatro di rivalità sistemica. Ilieva individua nel 2007 lo spartiacque simbolico di questa transizione, segnato dalla spedizione Arktika e dal discorso di Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, mentre sul piano fisico richiama come nel 2020 l’estensione minima del ghiaccio marino abbia raggiunto circa 3,74 milioni di chilometri quadrati, secondo solo al minimo storico del 2012 e ben al di sotto della media del periodo 1979-2000 di circa 6,7 milioni di chilometri quadrati, dato che traduce in termini quantitativi la trasformazione ambientale che ha reso l’Artico uno spazio di proiezione di potenza. I satelliti polari, sostiene Ilieva, non sono strumenti tecnici accessori ma veri e propri moltiplicatori di potenza, caratterizzati da orbite altamente inclinate capaci di completare circa quattordici rivoluzioni giornaliere garantendo copertura sistematica delle alte latitudini, che abilitano sorveglianza globale, ricognizione ISR, early warning e penetrating reconnaissance delle infrastrutture sotterranee. L’analisi comparativa delle capacità dei tre principali attori rivela architetture distinte: gli Stati Uniti strutturano il proprio sistema attorno al programma Enhanced Polar System-Recapitalization con payload militari EHF integrati su piattaforme commerciali della Arctic Satellite Broadband Mission, e a un modello tri-command integrato che connette NORAD, NORTHCOM e SPACECOM in un ciclo di sorveglianza continua h24, come dimostrato nel 2023 quando NORAD ha intercettato palloni spia e una task force russo-cinese ha operato vicino alla Zona Economica Esclusiva dell’Alaska. In tale prospettiva, lo spazio non è un dominio tecnico accessorio ma un’infrastruttura abilitante per la competizione geopolitica nelle alte latitudini, tanto più rilevante considerando che i soli lanci satellitari hanno superato i duemilaseicento nel 2023, rendendo l’orbita polare uno spazio congestionato, conteso e competitivo come già le Nazioni Unite avevano segnalato nel 2013.
Il primo cavo telegrafico sottomarino transatlantico stabile fu posato nel 1866. Da allora, la geografia dei cavi ha sempre rispecchiato le geometrie del potere: le rotte scelte dall’Impero britannico per la sua All-Red Line non obbedivano a criteri tecnici o economici ma all’imperativo di connettere i territori imperiali senza dipendere da sovranità terze. Agata Lavorio ed Edoardo Landoni, entrambi dell’Università di Milano, recuperano questa prospettiva storica in Cold Connections. Submarine Cables and the Reconfiguration of Geographic Pathways in the Arctic per interpretare le trasformazioni in corso nell’architettura dei cavi sottomarini artici come proxy delle più ampie riconfigurazioni geopolitiche della regione. Due tendenze empiriche contemporanee vengono documentate con originalità metodologica attraverso una rappresentazione cartografica originale in ambiente GIS. La prima è una tendenza all’isolamento dell’area del Passaggio a Nord-Est, esemplificata dalla sospensione del progetto trans-Arctic Connect Cable, che segnala come l’area tradizionalmente considerata il motore commerciale del nuovo Artico trasformato dal cambiamento climatico stia subendo un processo di esclusione dalle principali rotte digitali. La seconda è l’emergere di un nuovo corridoio digitale lungo il Passaggio a Nord-Ovest, segnalato dal progetto Far North Fiber che si estende dall’Estremo Oriente all’Artico nordamericano ed europeo. La conclusione del saggio è che l’insieme delle evidenze fornite dalla configurazione dei cavi sottomarini, combinate con i recenti sviluppi in ambito geoeconomico e della sicurezza, contribuisca alla consolidazione di una tendenza guidata dagli Stati verso un corridoio transatlantico piuttosto che verso un anello circumpolare cooperativo, segnalando una biforcazione digitale dell’Artico coerente con la più ampia frattura tra le orbite occidentale e russo-cinese.
Nel corso degli ultimi cinque anni la nave oceanografica italiana Nave Alliance ha condotto missioni ripetute nelle acque artiche per raccogliere dati cruciali per il rilevamento dei sottomarini. Nel 2024 il sommergibile convenzionale portoghese Arpão ha effettuato il suo primo dispiegamento artico. Fregate spagnole e portoghesi hanno partecipato alle esercitazioni Northern Vikings 2024 e Arctic Dolphin 2026. Giacomo Leccese, della Luiss Guido Carli University, e Yan Cavalluzzi, di Canale Energia, partono da questi dati empirici in Beyond the Russian Bastion: Linking Arctic Submarine Operations to Southern European Security Dynamics per affrontare una domanda rimasta ai margini della letteratura specializzata, ovvero perché Paesi geograficamente lontani dall’Artico stiano investendo in attività di guerra antisom nell’Alto Nord e quali implicazioni le operazioni sottomarine russe nell’area abbiano per la sicurezza dell’Europa meridionale. L’impianto metodologico adotta un approccio di scenario-based strategic planning per l’orizzonte temporale 2026-2035, articolato attorno a quattro incertezze critiche: le relazioni NATO-Russia, la postura operativa dei sottomarini d’attacco russi, il cambiamento climatico e la logistica navale russa nel fianco meridionale dell’Alleanza. La cornice teorica è quella della Russian Strategy for Escalation Management elaborata da Kofman, Fink ed Edmonds, che interpreta l’attività subacquea non come deterrenza statica ma come strumento flessibile di gestione dell’escalation lungo un continuum che integra strumenti nucleari, convenzionali e non militari. Di particolare rilievo è l’analisi dei sottomarini della classe Yasen, equipaggiati con sistemi di lancio verticale per missili Kalibr e potenzialmente Tsirkon, e delle piattaforme GUGI come il Belgorod e il Khabarovsk, capaci di sorveglianza dei fondali e di interferenza con i cavi di comunicazione sottomarina anche nel Mediterraneo, rendendo l’Artico non un teatro isolato ma un nodo di una catena di proiezione che raggiunge il fianco meridionale dell’Alleanza Atlantica.
Nel sedicesimo secolo, balenieri e pescatori baschi solcavano le acque dell’Atlantico settentrionale fino a Terranova. Nel 1920, la Spagna aderiva formalmente al Trattato delle Svalbard, acquisendo diritti equi di sfruttamento delle risorse nell’arcipelago sotto sovranità norvegese. Nel 2006, Madrid otteneva lo status di Stato osservatore presso il Consiglio Artico. Ana Belén López Tárraga, della Complutense University of Madrid e del TEIDE Research Group dell’Università di Salamanca, e Céline Rodrigues, della Faculdade de Ciências Sociais e Humanas della Universidade NOVA de Lisboa e dell’Instituto Português de Relações Internacionais, prendono le mosse da questa stratificazione storica in A Southern European Cooperation in Arctic Governance: The Cases of Spain and Portugal per analizzare come due Paesi dell’Europa meridionale privi di prossimità territoriale con l’Artico stiano progressivamente definendo i propri ruoli nel quadro regolatorio polare attraverso un approccio qualitativo comparato fondato su documenti ufficiali, risoluzioni parlamentari e dichiarazioni governative. Il caso spagnolo si distingue per la solidità di una legittimazione costruita su basi storiche e giuridiche complementari, con la Spagna che ha ottenuto il quarantanove virgola tre per cento della quota comunitaria di merluzzo artico nelle Svalbard ai sensi del Regolamento UE 2022/681, che riceve circa il dieci per cento del proprio fabbisogno di gas dalla Norvegia e che conta novantaquattro imprese attive in Finlandia, Svezia e Norvegia tra il 2020 e il 2022. Il caso portoghese si caratterizza invece per l’assenza di una strategia artica formale, compensata da una solida esperienza nella gestione degli spazi oceanici. Le autrici propongono scenari di cooperazione bilaterale iberica e si allineano alla proposta avanzata durante l’Arctic Circle Assembly 2025 di eliminare la categoria di Stati non artici dai documenti fondativi del Consiglio Artico, in favore di terminologie più inclusive che meglio riflettano i ruoli collaborativi senza minare la leadership degli Stati costieri.
«Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale». Con questa dichiarazione, rilasciata nel corso del suo secondo mandato, Donald Trump non ha fatto altro che esplicitare un imperativo che attraversa la politica estera statunitense da oltre un secolo e mezzo, dalle aspirazioni di William Seward nel diciannovesimo secolo alla richiesta formale di acquisto inviata da Truman alla Danimarca nel 1946. Mara Morini, dell’Università di Genova, ricostruisce questa continuità in La geopolitica dell’Artico del XXI secolo: USA e Russia a confronto, proponendo un’analisi comparativa dei sistemi di sicurezza e delle posture geopolitiche delle due superpotenze nell’area che invita a non liquidare le dichiarazioni presidenziali come eccentricità ma a leggerle come manifestazioni di un calcolo coerente con la strutturale debolezza statunitense nella regione: l’Alaska rappresenta soltanto circa il sette per cento dell’intera area artica, una posizione marginale rispetto a Russia, Canada e Danimarca che alimenta l’imperativo di ampliare la proiezione americana. Sul versante russo, Morini documenta come Mosca consideri l’Artico simultaneamente fonte di ricchezza e componente fondamentale dell’identità e della sicurezza nazionale, gestendo la Flotta del Nord con circa quaranta navi da guerra e rompighiaccio di cui sette a propulsione nucleare, sistemi missilistici S-400 e diverse basi aeree sulla penisola di Kola, nonché la capacità di secondo colpo nucleare resa ancora più rilevante dopo l’accesso di Finlandia e Svezia alla NATO. La Cina, pur non essendo uno Stato artico, avanza attraverso la Polar Silk Road integrando investimenti infrastrutturali e supporto tecnologico alla Russia in un disegno di complementarità che Morini interpreta come asse portante della sfida all’egemonia occidentale nella regione. L’Artico, conclude l’analisi, è il corridoio più breve per eventuali scambi di vettori nucleari tra Russia e Stati Uniti, e la fine del Trattato New START ha ulteriormente accresciuto l’incertezza su un teatro dove la competizione missilistica potrebbe riprendere in forme nuove e imprevedibili.
La comparazione russo-americana tracciata da Morini con rigore analitico trova nel contributo successivo un approfondimento centrato esclusivamente sul versante russo, esaminato nella sua trasformazione interna a partire dal 2022. Xavier Peña de Campos Pereira, ricercatore indipendente, offre in Russia’s Arctic Reorientation: Doctrinal and Military Transformation in the High North After 2022 un’analisi documentale sistematica che esamina come la svolta post-ucraina abbia ridefinito la postura di Mosca nell’Alto Nord non sul piano retorico ma su quello dottrinale, istituzionale e materiale, attraverso tre documenti fondamentali: la Dottrina Marittima del 2022, gli emendamenti del 2023 ai Fondamenti della Politica Statale per l’Artico e il nuovo Concetto di Politica Estera. Il filo conduttore del contributo è che questa trasformazione non costituisca una discontinuità ma l’accelerazione di una traiettoria storica di lunga durata, le cui origini risalgono alla Risoluzione del 1926 con cui l’URSS dichiarava propri i territori e le isole dell’Oceano Artico, proseguita durante il mandato di Putin con la spedizione Arktika-2007 e i Fondamenti del 2008, e culminata con la creazione nel 2024 del Maritime Collegium, organismo che centralizza la gestione artica all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale. L’aspetto più significativo del contributo risiede nell’analisi dell’impatto della guerra in Ucraina sulla forza distribuita russa nell’Artico: Peña de Campos Pereira documenta come il conflitto abbia redistribuito risorse dalla Flotta del Nord verso il teatro meridionale, creando vulnerabilità tattiche che Mosca ha cercato di compensare con una più aggressiva segnalazione e con l’accelerazione del programma di modernizzazione delle capacità missilistiche e subacquee nell’area. La tesi conclusiva è che la Russia stia perseguendo in Artico una logica duale, mantenendo aperta la possibilità di cooperazione selettiva con i Paesi asiatici, in particolare Cina e India, mentre consolida simultaneamente capacità che renderebbero insostenibile qualsiasi tentativo di contestazione della sua posizione dominante nella regione.
Se Peña de Campos Pereira ha mostrato come Mosca abbia trasformato la propria postura artica in risposta alla guerra in Ucraina, il contributo successivo esamina come questo stesso contesto abbia costretto Ottawa a ridefinire la propria strategia nell’Alto Nord, in un quadro paradossale nel quale la minaccia più immediata alla sovranità canadese proviene non dalla Russia ma dal suo più stretto alleato. Ana Pouvreau, geopolitologa specialista del mondo russo, dottoressa in Studi slavi dell’Università di Paris IV-Sorbona e diplomata in relazioni internazionali e studi strategici della Boston University nonché uditrice dell’Institut des hautes études de défense nationale, propone in La nouvelle stratégie du Canada dans l’Arctique un’analisi articolata su quattro documenti ufficiali pubblicati da Ottawa nel biennio 2022-2024, la Canadian Arctic Foreign Policy, il documento Our North, Strong and Free, la Arctic Strategy della Guardia Costiera canadese e la Inuit Nunangat Policy, che nel loro insieme configurano la risposta canadese alla fase di «cryogéopolitique» aperta dalla convergenza di pressioni russe, cinesi e americane nella regione. I dati geografici che Pouvreau pone alla base dell’analisi sono di per sé eloquenti: l’Artico canadese copre il quaranta per cento della superficie del Paese e rappresenta oltre il sessanta per cento del litorale nazionale con centosessantaduemila chilometri di coste, un territorio immenso popolato da meno di centocinquantamila abitanti in condizioni di estrema perifericità infrastrutturale, nel quale Churchill rimane l’unico porto in acque profonde e numerose comunità indigene dipendono ancora da generatori diesel. Il saggio documenta come la dichiarazione di Trump di voler acquisire la Groenlandia e le sue affermazioni sul Canada come potenziale cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti nel 2025 abbiano riaperto contenziosi mai del tutto sopiti sulla sovranità del Passaggio a Nord-Ovest, che il Canada considera acque interne e gli Stati Uniti qualificano come stretto internazionale. La modernizzazione del NORAD, il programma di acquisizione di nuovi rompighiaccio polari incluso un rompighiaccio finlandese del valore di due miliardi di euro, e il rafforzamento del ruolo delle comunità Inuit nel quadro decisionale artico emergono come i tre assi principali di una strategia che Pouvreau interpreta come tentativo di ridurre la dipendenza strutturale da Washington preservando al tempo stesso l’alleanza atlantica.
Tra le dimensioni della competizione artica meno esplorate dalla letteratura figura quella dei popoli indigeni come variabile strutturale, non semplice fattore di rischio, nella corsa ai minerali critici dell’Alto Nord. Sara Riccetti Selim, analista del Centro Studi Italia-Canada, propone in Indigenous Self-Determination in the Arctic’s Critical Minerals Resource Competition: Canada vs. U.S. Models un’analisi istituzionale comparata che colma una lacuna significativa. Gli studi geopolitici sui minerali critici trattano tipicamente le comunità originarie come elemento di frizione per le catene di approvvigionamento, mentre la letteratura sull’autodeterminazione indigena raramente considera la loro autorità come variabile strutturale nella competizione tra potenze. Il saggio argomenta che la collocazione istituzionale del potere indigeno, ovvero se esso risieda all’interno di organismi regolatori statali o si esprima attraverso meccanismi proprietari e contrattuali, incide direttamente sulla durabilità e credibilità dei progetti estrattivi artici e dunque sulla tenuta delle strategie di diversificazione degli approvvigionamenti nazionali. I due casi selezionati permettono di isolare l’architettura istituzionale come principale variabile esplicativa tenendo costante il contesto geopolitico nordamericano: il progetto di terre rare di Nechalacho nei Territori del Nord-Ovest canadesi, operante sotto il Mackenzie Valley Resource Management Act che attribuisce al Governo Tłı̨chǫ e ad altri titolari di diritti una sede formale e un’autorità statutaria nei processi di valutazione ambientale e licenza estrattiva, e la miniera Red Dog in Alaska, dove l’Alaska Native Claims Settlement Act del 1971 ha creato un regime di proprietà fondiaria corporativa che lascia l’autorità regolatoria sostanzialmente in capo ad agenzie statali e federali. I risultati mostrano che il modello canadese di co-management istituzionalizza i popoli indigeni come co-decisori con effetti misurabili sulla prevedibilità e legittimità dei processi autorizzativi, mentre il modello americano canalizza la loro influenza principalmente attraverso accordi negoziali e leva fondiaria, producendo un assetto più vulnerabile a contestazioni e ritardi che possono compromettere la credibilità delle strategie nazionali di sicurezza mineraria.
L’analisi comparata dei modelli nordamericani di gestione delle risorse minerarie condotta da Riccetti Selim rivela quanto profondamente la competizione per l’Artico attraversi le strutture istituzionali degli Stati prima ancora di manifestarsi sul piano militare. Ed è proprio su quest’ultimo piano che Michela Sette, membro associato dell’IARI, Institute for International Relations Analysis, concentra la propria attenzione in The Militarization of the Arctic Outlines a New Strategic Theatre and Opens Different Scenarios: Towards an “Arctic Cold War” or Space for Multilateral Cooperation?, affrontando la progressiva trasformazione della regione in teatro di confronto tra grandi potenze e ponendo una domanda che nessun contributo del volume aveva ancora formulato in termini così diretti. La corsa agli armamenti in corso è destinata a produrre una nuova guerra fredda polare oppure esistono ancora margini per forme di cooperazione multilaterale? Il punto di partenza empirico è la polarizzazione crescente attorno all’Oceano Artico: da un lato la Russia, che dalla metà degli anni Duemila ha riattivato decine di avamposti militari sovietici e sviluppato sistemi missilistici ipersonici progettati per eludere le architetture di difesa missilistica statunitensi; dall’altro la NATO, che dopo l’adesione di Finlandia e Svezia include sette degli otto Paesi artici e ha avviato il ridispiegamento della base di Pituffik in Groenlandia nell’ambito di NORAD, con la partecipazione diretta della Danimarca alle operazioni di difesa aerea per la prima volta nella storia. Tre gli scenari delineati per il prossimo decennio. Il primo prevede una risposta collettiva ai temi climatici e della gestione delle risorse attraverso la rivitalizzazione del Consiglio Artico e altri canali diplomatici, con attenzione privilegiata ad aree di interesse condiviso come il monitoraggio ambientale e la protezione degli ecosistemi. Il secondo, assimilabile a una nuova guerra fredda artica, vede Russia e NATO perseguire un equilibrio di deterrenza militare speculare capace di ridurre la tensione percepita senza eliminare la rivalità strutturale, reso plausibile dal recente ridispiegamento di NORAD a Pituffik e dalla progressiva standardizzazione delle posture difensive alleate. Il terzo e più preoccupante si configura attorno all’assertività statunitense sulla Groenlandia, alla crescente frammentazione interna dell’Alleanza e al rischio di incidenti non intenzionali derivanti dalla prossimità di operazioni militari parallele, con un’Europa costretta a interrogarsi sulla propria autonomia in un teatro dove rischia la marginalizzazione se non riesce a costruire una postura coesa e unitaria.
Posta da Sette la questione degli scenari futuri della militarizzazione artica, il contributo di Emanuela Somalvico, presidente dell’Osservatorio di Intelligence sull’Artico della Società Italiana Intelligence, e Paolo Quattrocchi, direttore del Centro Studi Italia-Canada, ne approfondisce le implicazioni operative attraverso un’analisi delle sfide concrete alla sicurezza regionale che va oltre la sola dimensione militare per abbracciare la nozione di sicurezza allargata. Nel saggio L’Artico di fronte alle sfide per la sicurezza. Nuovi scenari, nuove minacce gli autori ripartono da un dato istituzionale di rilievo spesso trascurato: la Convenzione di Ottawa del 1996 che istituì il Consiglio Artico conteneva in una nota a piè di pagina la precisazione esplicita che l’organismo non avrebbe dovuto occuparsi di sicurezza militare, una clausola che nel contesto attuale risulta più ingombrante di un tomo enciclopedico di fronte allo squarcio aperto dalla necessità di confrontarsi nuovamente su legittime esigenze di difesa e dinamiche securitarie. Somalvico e Quattrocchi documentano con precisione la rimilitarizzazione russa dell’Artico attraverso la riattivazione e costruzione di basi militari tra cui l’Arctic Shamrock adiacente all’aeroporto di Nagurskoye nell’arcipelago di Franz Josef Land, il Northern Trefoil sull’isola di Kotelny e la Polar Star sull’isola di Wrangel a meno di trecento miglia dall’Alaska, accompagnate da un parco di circa cinquanta rompighiaccio tra cui unità da combattimento dotate di armamenti, ponti di volo e strumentazioni per operazioni nello spettro elettromagnetico. Di particolare importanza è l’analisi dell’interesse cinese, testimoniato dall’avvistamento nell’estate 2025 della nave rompighiaccio Tan Suo San Hao nelle acque artiche, e dalle esercitazioni congiunte sino-russe avviate dal 2023, mentre l’India, dotata di una propria strategia artica dal 2022, persegue accordi di corridoio commerciale tra il porto di Chennai e Vladivostok. Il contributo si distingue per l’attenzione riservata alle minacce ibride e ai traffici illeciti come dimensioni emergenti della sicurezza artica, proponendo raccomandazioni orientate alle politiche per costruire un’adeguata consapevolezza istituzionale di fronte a sfide che trascendono le categorie tradizionali della difesa militare.
Accanto alla rimilitarizzazione documentata da Somalvico e Quattrocchi, la Russia persegue nell’Artico una strategia di lungo periodo che si avvale di strumenti radicalmente diversi ma complementari alla proiezione di forza. Ksenia Tabarintseva-Romanova, dell’Ural Federal University Yeltsin di Ekaterinburg, esamina in Diplomazia culturale e scientifica nell’Artico: l’esperienza russa come Mosca utilizzi la cultura e la scienza come vettori di soft power capaci di mantenere canali di dialogo e costruire legittimità internazionale anche nelle fasi di massima tensione geopolitica. La tesi centrale del contributo è che gli aspetti umanitari della politica artica russa, spesso marginalizzati nell’analisi accademica rispetto alle dimensioni militare ed energetica, costituiscano in realtà uno strumento deliberato e sofisticato di presenza internazionale, il cui funzionamento risulta particolarmente evidente nel cambiamento di orientamento avvenuto dopo il febbraio 2022. La sospensione della partecipazione ai lavori del Consiglio Artico da parte di sette Paesi non ha interrotto ma ridiretto i flussi della cooperazione culturale e scientifica russa verso i Paesi del Sud globale e dell’Est, con Cina, India e i membri dei BRICS che vengono identificati come nuovi partner chiave nei settori scientifico e umanitario. Il saggio documenta iniziative concrete di notevole rilevanza, tra cui il progetto di digitalizzazione del patrimonio linguistico e culturale di quaranta popolazioni indigene del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente della Federazione Russa condotto in collaborazione con la Cattedra UNESCO dell’Università Federale Nord-Orientale, e il VI Forum Artico Internazionale tenutosi a Murmansk nel marzo 2025 sotto lo slogan «Vivere al Nord!», al quale hanno partecipato circa milletrecento rappresentanti provenienti da ventuno Paesi tra cui Cina, India, Emirati Arabi Uniti e diversi Paesi dell’America Latina e del Sud-Est asiatico. La conclusione è che scienza e cultura continuino a funzionare come efficaci strumenti di influenza, capaci di favorire il dialogo e la presenza internazionale russa anche in un contesto di profondi antagonismi geopolitici, rendendo la diplomazia culturale non un’appendice decorativa della politica artica di Mosca ma una componente strutturale della sua proiezione nel sistema internazionale.
Quando la competizione per una regione si dispiega simultaneamente sul piano militare, energetico, giuridico, tecnologico, culturale e scientifico, la domanda più profonda che rimane aperta riguarda il fondamento teorico che sorregge tutti questi livelli. È a questa domanda che risponde il saggio conclusivo del volume, The Arctic and the Territorialization of the Sea, nel quale Alessandro Vitale, dell’Università di Milano, affronta la questione artica attraverso la categoria della territorializzazione del mare, definita come estensione del potere di controllo spaziale da parte di attori politici capace di escludere altri soggetti, delimitare confini e appropriarsi di risorse. Collocato in una prospettiva storica di lungo periodo che risale alle dottrine del mare libero di Grozio e Pufendorf, alla distinzione schmittiana tra ordine terrestre e spazio marittimo nel jus publicum europaeum e alle Convenzioni di Ginevra del 1958, aggiornate con l’UNCLOS del 1982 a Montego Bay, il ragionamento di Vitale mostra come il tentativo di regolamentare la sovranità marittima abbia paradossalmente aperto finestre di territorializzazione sfruttate dagli Stati costieri. Il diritto marittimo vigente non ostacola la territorializzazione del mare ma può anzi favorirla: è questa la tesi di fondo attorno a cui Vitale costruisce la propria analisi, indicando nell’Artico il teatro più avanzato e rivelatore di tale processo, con la cresta di Lomonosov contesa tra Russia, Canada e Norvegia come caso emblematico di come rivendicazioni di sovranità su dorsali oceaniche generino tensioni potenzialmente destabilizzanti indipendentemente dall’attuale impossibilità tecnica di sfruttarne le risorse. Il saggio dialoga implicitamente con l’intera architettura del volume, fornendo la cornice teorica entro cui leggere le dinamiche analizzate nei venti contributi precedenti. Se la sovranità terrestre si indebolisce, osserva Vitale richiamando la lezione schmittiana, quella marittima si espande, trasformando lo spazio oceanico in una posta in gioco capace di alimentare rivalità persistenti e condizioni potenziali di conflitto aperto che rappresentano la sfida strutturale più profonda dell’ordine internazionale contemporaneo.
Ventuno voci, trentaquattro autori, sei nazioni di provenienza, tre lingue di scrittura. La prima parte di questo numero monografico di Geopolitica non si limita a mappare la competizione per l’Alto Nord, la usa come specchio per leggere le trasformazioni profonde di un sistema internazionale che non ha ancora trovato il linguaggio per descrivere se stesso. Ciò che emerge con forza dall’insieme dei contributi non è tanto la novità della posta in gioco quanto la velocità con cui processi storicamente lenti, dalla territorializzazione degli spazi marini alla ridefinizione delle gerarchie di potenza, si sono addensati in un arco temporale compresso, costringendo gli attori a ridefinire dottrine, istituzioni e alleanze in condizioni di crescente incertezza. Il merito principale del volume risiede nell’aver tenuto insieme livelli di analisi che la letteratura tende a tenere separati: la fisicità del cambiamento climatico e le sue implicazioni strategiche, il diritto internazionale e i suoi limiti strutturali, le politiche nazionali e le loro dipendenze sistemiche, la dimensione indigena e quella satellitare, la diplomazia culturale e la guerra subacquea. Ne risulta un quadro nel quale l’Artico non è semplicemente un’arena di competizione tra potenze ma una zona di accelerazione dove le contraddizioni dell’ordine internazionale emergono con una nitidezza difficile da replicare in altri teatri.
Il secondo volume, dedicato all’Antartico e ai restanti temi polari, sarà chiamato a misurarsi con una sfida altrettanto impegnativa, quella di restituire con la stessa profondità analitica uno spazio che la letteratura ha storicamente trattato con minore attenzione rispetto al suo omologo settentrionale, e che la crescente competizione per le sue risorse e la fragilità del regime del Trattato Antartico rendono oggi non meno urgente da comprendere.

