Autore: Aniello Inverso – 20/04/2026

GEOGRAFIA DEL BENESSERE. Turismo lento, sostenibilità e spiritualità nella valorizzazione dei territori
GEOGRAPHY OF WELL-BEING. Slow Tourism, Sustainability and Spirituality in the Enhancement of Territories
Collana Giano – Affari Internazionali – Callive Edizioni / Media&Books, Roma, 2026 (ISBN 9791281485327)
Il volume collettaneo curato da Carmen Bizzarri, Davide Clemente, Tiberio Graziani e Kiran Shinde, Geografia del benessere. Turismo lento, sostenibilità e spiritualità nella valorizzazione dei territori, pubblicato nella collana Giano – Affari Internazionali diretta da Tiberio Graziani per Callive Edizioni/Media&Books, si inserisce nel panorama della geografia critica contemporanea come un contributo teorico ed empirico di rilievo, intorno all’emergente categoria del benessere territoriale. Il volume raccoglie contributi di studiosi italiani e internazionali: Luca Arlotto, Ann Suwaree Ashton, Rocío Blanco-Gregory, Calogero Bontempo, Cristina Caldareri, Lucia Caprinali, Paolo Casetti, Federico Massimo Ceschin, Maria Grazia Cinti, Alberto Cossu, Antonella Cuppari, Claudiana Di Cesare, Sonia Ferrari, Joan Ganau Casas, Tiberio Graziani, Salvatore Lampreu, Patrizia Lupi, Agustín Martínez Peláez, Tiziana Nicotera, Alessandra Olietti, Liana Pastorin, Astrid Pellicano, Stefania Piccolo, Paola Rizzitelli, Sara Sampieri, Giovanni Antonio Sanna, Corinna Scaletta, Kiran Shinde, Giovanna Spinelli, Anna Trono, articolati in quattro parti tematiche che accompagnano il lettore in un percorso progressivo, dai fondamenti teorici della geografia del benessere alle infrastrutture della mobilità lenta, dalle pratiche spirituali e simboliche fino alle strategie di valorizzazione sostenibile dei territori. Il progetto editoriale nasce dal programma di ricerca e Public Engagement dell’Università Europea di Roma e si colloca esplicitamente in opposizione ai modelli estrattivi ed accelerati di fruizione turistica, interrogandosi su come il turismo possa diventare pratica di cura, esperienza trasformativa e leva di rigenerazione territoriale.
L’impianto generale del volume è sorretto da un assunto teorico di fondo, chiaramente espresso nella prefazione di Carmen Bizzarri. Il benessere non è né uno stato individuale astratto, né un attributo intrinseco dei luoghi, né una promessa di marketing, ma una «dimensione relazionale, situata e processuale» che prende forma nell’interazione tra pratiche di mobilità, configurazioni spaziali, patrimoni materiali e immateriali, sistemi di valori, percezioni sociali e modalità di governo del territorio. L’opera dialoga con la tradizione consolidata della geografia della salute, da Massey (1994) a Paasi (2009), da Kearns e Collins (2012) fino al concetto di place-based well-being (Smith et al., 2016), per costruire un campo epistemologico autonomo che intreccia analisi spaziale, riflessione culturale e attenzione ai processi sociali, in un’ottica esplicitamente critica nei confronti dei modelli di sviluppo quantitativi e dei fenomeni di overtourism. L’introduzione generale individua tre assi concettuali, lentezza, sostenibilità e spiritualità, non come segmenti di mercato o ambiti distinti, bensì come «chiavi interpretative per ripensare il modo in cui i territori vengono attraversati, narrati e vissuti», con la lentezza intesa non già come semplice alternativa alla velocità, ma come «categoria critica che investe il tempo dell’esperienza, la durata delle relazioni, la qualità dell’attenzione».
La prima parte del volume è dedicata alla costruzione delle cornici teoriche e interpretative attraverso cui la geografia del benessere prende forma come ambito di ricerca critico, interdisciplinare e in rapida evoluzione.
Il primo contributo, firmato da Federico Massimo Ceschin, Patrizia Lupi, Paola Rizzitelli e Giovanni Antonio Sanna di Simtur con il saggio La svolta rigenerativa: obiettivo ‘ben-essere’ e ‘buon-vivere’, inaugura la riflessione tematica operando un passaggio decisivo dalla sostenibilità in senso prevalentemente mitigativo a un «paradigma rigenerativo» orientato al buon vivere. Attraverso la critica al paradigma futurista di Marinetti e la rivendicazione del senso latino di otium come «pienezza vitale», il saggio interpreta le infrastrutture di mobilità dolce, cammini, ciclovie, ippovie, non come semplici dispositivi di accessibilità, ma come «veri e propri vettori di narrazione, cura del territorio e valorizzazione delle risorse ambientali e culturali». Gli autori elaborano il modello F.R.A.M.S., articolato nelle dimensioni fisico, relazionale, ambientale, mentale e spirituale, come griglia analitica del benessere integrato, corroborata da dati quantitativi che stimano nel cicloturismo e nel turismo lento un valore tra i 4,7 e 7,6 miliardi di euro annui, e illustrata attraverso cinque casi studio italiani, dall’Isola d’Elba ai Castelli Romani.
Su un piano complementare ma fortemente innovativo, il saggio di Joan Ganau Casas e Luca Arlotto (Università di Lleida), Cognitive Geographies of Well-Being: Neurolandscape, Territorial Storytelling, and Socio-Digital Innovation, amplia il quadro teorico introducendo il concetto di neurolandscape, posizionando la geografia del benessere all’intersezione tra neuroscienze ambientali, psicologia ambientale e studi territoriali. Integrando la capabilities approach di Amartya Sen con le metriche spaziali della Regional Science, il saggio dimostra come itinerari progettati con «consapevolezza neurosensoriale» producano effetti analoghi alle tecniche meditative, con benefici misurabili sulla salute mentale dei viaggiatori confermati dall’Attention Restoration Theory e dalla Stress Reduction Theory. Sul piano della governance, il contributo propone modelli innovativi di socio-digital innovation, fino alle forme sperimentali ispirate ai DAO (Decentralised Autonomous Organisations), pur riconoscendo il rischio della «disneylandizzazione» del sacro come sfida irriducibile a un approccio puramente tecnologico.
La dimensione simbolica e spirituale del benessere è al centro del contributo di Tiberio Graziani con il saggio Il sacro in cammino. Pellegrinaggi, turismo e mercificazione nella società contemporanea. Attraverso una lettura antropologica del sacro come costruzione collettiva, da Durkheim a Eliade, il saggio mette in luce le tensioni tra pratiche spirituali e logiche di mercato, interpretando il pellegrinaggio come pratica trasformativa in cui «la ripetitività del passo produce uno stato di attenzione simile a quello della mindfulness», ma anche come spazio di conflitto tra autenticità e consumo. La risposta proposta è una «gestione consapevole e integrata» articolata in cinque leve operative, dalla destagionalizzazione dei flussi alla resilienza economica attraverso filiere locali, sostenendo che la vera sfida sia «costruire territori più giusti, resilienti e ospitali, in cui la presenza del sacro non sia solo un’eredità storica, ma una risorsa viva per pensare insieme il futuro».
Il contributo di Rocío Blanco-Gregory (Universidad de Extremadura), Límites sociales y bienestar en la experiencia turística de espacios naturales, introduce una prospettiva socio-psicologica fondamentale, focalizzandosi sul ruolo delle norme sociali e della capacidad de carga psicosocial nell’esperienza turistica degli spazi naturali. Lo studio empirico condotto ai cenotes dello Yucatán in Messico, attraverso 300 questionari somministrati face-to-face e strumenti visivi innovativi basati su fotografie a densità variabile, evidenzia come «il benessere non sia universale, ma mediato da fattori culturali, sociologici e di esperienza pregressa», dimostrando come le cooperative di ecoturismo locali rappresentino modelli virtuosi di bilanciamento tra soddisfazione del visitatore, protezione ambientale e sviluppo comunitario equo.
Chiude la prima parte il lavoro di Agustín Martínez Peláez e Sara Sampieri con Beyond the Dual Approach: Heritage as a Systemic Driver for Italian Destinations. Il saggio propone una lettura sistemica del patrimonio culturale come driver territoriale capace di superare la tradizionale dicotomia tra tutela e valorizzazione, costruita su una revisione sistematica di 18 fonti selezionate prevalentemente italiane e concentrate nel decennio 2010-2021. Il contributo sviluppa la tesi che «il patrimonio culturale non è solo un oggetto da proteggere o sfruttare, ma un elemento strutturante dei processi di benessere territoriale», la cui gestione richiede una «rinnovata responsabilità istituzionale» capace di superare le frammentazioni amministrative che penalizzano ancora molti contesti territoriali italiani.
La seconda parte del volume si concentra sui cammini, sulla mobilità dolce e sulle infrastrutture lente come dispositivi territoriali attraverso cui la geografia del benessere prende forma concreta nello spazio e nelle pratiche.
Il saggio di apertura, Reti, itinerari e geografie del cammino di Calogero Bontempo (docente di geografia del turismo presso l’IISS di Mistretta), fornisce la cornice geografica più ampia e strutturata della sezione, interpretando i cammini come sistemi territoriali complessi caratterizzati da nodi, flussi e gerarchie che operano simultaneamente a scala locale, regionale, europea e globale. Richiamando la provocazione di Marc Augé, «camminare significa riappropriarsi dello spazio contro la sua astratta omologazione», il saggio elabora un’analisi delle reti di cammino storiche e contemporanee in chiave geografica e geopolitica, evidenziando come la struttura reticolare di questi itinerari non sia orientata alla massimizzazione della velocità o dell’efficienza, bensì alla «continuità esperienziale e paesaggistica». Al centro dell’argomentazione vi sono le Cultural Routes of the Council of Europe, avviate nel 1987: tra i 49 itinerari certificati a livello europeo nel 2025, dal Cammino di Santiago alla Via Francigena, dalla Via Romea Germanica alla Rotta dei Fenici, Bontempo individua una funzione di soft power geopolitico, capace di rafforzare la cooperazione transnazionale e la diplomazia culturale, superando i confini politici tradizionali e contribuendo alla costruzione di un’identità europea fondata su valori condivisi, memoria storica e patrimonio. La dimensione extra-europea è esplorata attraverso la Via della Seta, oggi riletta in chiave geopolitica dalla Belt and Road Initiative cinese, e il Kumano Kōdō giapponese (Patrimonio UNESCO), due casi che mostrano come la mobilità lenta possa diventare «uno strumento di affermazione identitaria e di controllo simbolico dello spazio». Il contributo si chiude con una riflessione sull’innovazione tecnologica, applicazioni mobili, sistemi GIS e piattaforme di storytelling territoriale, che amplia l’accessibilità dei cammini ma apre interrogativi sulla standardizzazione dell’esperienza e sulla mercificazione del paesaggio.
Su un piano più direttamente territoriale e applicativo, il saggio Turismo lento e sentieri del benessere: iniziative per l’Alto Casertano–Matese di Astrid Pellicano (Università della Campania Luigi Vanvitelli) esamina il potenziale dei sentieri del benessere nelle aree interne, assumendo il territorio dell’Alto Casertano–Matese come laboratorio di sperimentazione. Il saggio parte da un’articolata chiarificazione terminologica: sentieri (strade a fondo naturale formatesi per calpestio), itinerari (reti di luoghi uniti da un tema comune, riconosciuti dall’ICOMOS) e cammini (ex D 567/2015 MIC, itinerari a matrice religiosa percorribili a piedi o in mobilità dolce sostenibile per almeno 100 km su tema storico, culturale, artistico, religioso o sociale) configurano categorie distinte ma interconnesse. Il fulcro analitico è la Via Francigena del Sud (VFS), riconosciuta nel 2016 come asse prioritario di sviluppo turistico e tuttora «cammino in progress»: il contributo analizza il segmento che attraversa l’ACM lungo la Valle Telesina (tappe 16 e 17, tra Dragoni e Alife fino alle terme di Telese in provincia di Benevento), mettendo in evidenza come questo tracciato attraversi borghi a forte vocazione storica e micaelica (la Grotta di San Michele Arcangelo a Gioia Sannitica, il Santuario di Madonna del Bagno, le emergenze archeologiche di Alife) e costituisca al contempo uno strumento di reterritorializzazione capace di contrastare spopolamento e marginalità. La mobilità lenta viene qui interpretata non come infrastruttura fisica ma come «infrastruttura leggera che richiede politiche multilivello, governance collaborativa e progettazione integrata», capace di coinvolgere i GAL (Gruppi di Azione Locale) e le Cooperative di Comunità in processi di sviluppo endogeno. Il saggio documenta anche le iniziative del GAL Alto Casertano, dai progetti CAM-SENT Cammini e Sentieri d’Europa al CREA-MED sulla dieta mediterranea, mostrando come il «nuovo pellegrino-turista» ricerchi il viaggio come «esperienza esistenziale e rigenerativa, in contrapposizione alla standardizzazione dei consumi turistici», e come questa domanda possa diventare leva strategica per aree interne che «conservano elementi di un nostalgico ritorno al passato».
Il saggio di Paolo Casetti, I luoghi che curano e la cura dei luoghi: Viterbo e la Via Francigena tra turismo lento, benessere e inclusione sociale, introduce con particolare efficacia il nesso tra cammini, benessere psicofisico e inclusione sociale, proponendo quello che l’autore definisce un «rovesciamento concettuale significativo»: non più soltanto dai luoghi che curano, ma anche e soprattutto alla cura dei luoghi. Attraverso il caso di Viterbo e della Via Francigena, il saggio interpreta il turismo lento come esperienza trasformativa capace di generare benefici tanto per il viaggiatore quanto per la comunità ospitante: camminare diventa così «una pratica di relazione, di ascolto e di responsabilità», che rafforza il legame affettivo con i luoghi e attiva dinamiche virtuose di valorizzazione sostenibile. Questo «doppio orientamento», il territorio come risorsa di cura per il visitatore e, simmetricamente, il visitatore come agente di cura per il territorio, è letto come condizione fondamentale per la rigenerazione dei luoghi di transito, capace di trasformare il passaggio in presenza e la presenza in responsabilità condivisa.
La dimensione collettiva e comunitaria del benessere territoriale è al centro del contributo di Antonella Cuppari e Lucia Caprinali, Turismo, comunità e benessere al Lago di Como. Un percorso di ricerca-azione con il Terzo Settore, che analizza il ruolo del Terzo Settore come infrastruttura relazionale e cognitiva in un contesto turistico ad alta pressione. Il saggio nasce dal progetto Tourism Open UP (TOP-UP), realizzato tra dicembre 2024 e dicembre 2025. La ricerca combina una componente quantitativa, 884 questionari somministrati ai turisti con il coinvolgimento di giovani del territorio formati ad hoc, con una componente qualitativa basata su 14 interviste in profondità semi-strutturate, un focus group e una successiva fase di prototipazione partecipata. Il Lago di Como emerge come territorio paradigmatico, altamente attrattivo e al contempo attraversato da forti asimmetrie, in cui la polarizzazione dei flussi e l’overtourism convivono con pratiche di turismo diffuso che faticano a trovare riconoscimento istituzionale. L’analisi qualitativa rivela come l’espansione delle locazioni brevi contribuisca a processi di pressione abitativa e di displacement indiretto, configurando il turismo come «fattore di giustizia o ingiustizia generazionale» che incide sulle opportunità di radicamento dei giovani. La risposta operativa si articola in tre itinerari prototipali sviluppati in co-progettazione lungo gli assi Lecco–Milano (natura, storia locale e inclusione sociale, con mobilità dolce adattata per persone con ridotta mobilità), Lecco–Como (attraversamento di laghi minori e patrimoni diffusi con figure storiche locali come fili interpretativi) e Como–Tremezzina (benessere, cura e inclusione con il coinvolgimento di cooperative di inserimento socio-lavorativo): non modelli trasferibili, ma dispositivi esplorativi capaci di rendere visibili le condizioni relazionali, organizzative e istituzionali necessarie per sostenere forme di turismo più attente al benessere dei luoghi.
Conclude la seconda parte il contributo di Giovanna Spinelli, che amplia ulteriormente il campo introducendo la dimensione dei viaggi di istruzione e della mobilità educativa come forme specifiche di turismo lento e consapevole. Attraverso l’analisi dei Programmi Erasmus e del turismo scolastico, il saggio mette in luce il valore dell’apprendimento informale e dell’esperienza diretta dei luoghi nella formazione di una cittadinanza attiva e responsabile. In questo senso, la mobilità educativa si configura come una pratica di «benessere cognitivo e civico», capace di ampliare gli orizzonti spaziali e temporali degli individui e di rafforzare il legame tra conoscenza, territorio e responsabilità ambientale e sociale, completando il mosaico della seconda parte con una dimensione formativa che chiude il cerchio tra movimento, apprendimento e cura dei luoghi.
La terza parte del volume affronta la dimensione della spiritualità, intesa non come ambito esclusivamente religioso o individuale, ma come pratica spaziale, simbolica e relazionale profondamente intrecciata ai processi di costruzione del benessere.
Il primo contributo, firmato da Corinna Scaletta (Vicepresidente Nazionale di Federagit Confesercenti), propone un significativo spostamento di sguardo, riconoscendo le città d’arte come contesti potenzialmente generativi di benessere interiore. Attraverso il concetto di Stanze della Quiete Urbana, chiese, chiostri, cappelle, cimiteri monumentali e spazi liminali del tessuto urbano vengono interpretati come micro-territori di introspezione accessibile e democratica. Muovendo da oltre venticinque anni di esperienza come guida turistica abilitata, Scaletta dialoga con le categorie della geografia umanistica di Yi-Fu Tuan, la distinzione tra space e place, e con il concetto di genius loci di Norberg-Schulz, per descrivere come le architetture sacre urbane siano «centri di valore vissuto», spazi-soglia in cui il visitatore può ristabilire un rapporto affettivo con l’ambiente. Richiamando la teoria dei riti di passaggio di Victor Turner e la critica al Tourist Gaze di Urry, l’autrice delinea il profilo di una guida turistica come facilitatrice di esperienze interiori, il cui compito è accompagnare il visitatore in un cammino interiore urbano, trasformando la città d’arte in laboratorio quotidiano di un turismo del benessere democratico e accessibile.
Anna Trono sposta invece lo sguardo sul territorio del Salento, analizzando il nesso tra religione, architettura e cultura del vino con particolare riferimento al sistema territoriale di Copertino. Il turismo religioso viene qui interpretato come dispositivo integrato, capace di mettere in dialogo devozione, paesaggio, tradizioni enogastronomiche e identità locali, contribuendo alla destagionalizzazione dei flussi senza ridurre il sacro a mero oggetto di consumo. Il caso studio ruota attorno alla Cantina Cooperativa Cupertinum e alla figura di San Giuseppe da Copertino, il «Santo dei Voli», canonizzato nel 1763 e definito dallo storico dell’arte Émile Mâle «il più straordinario del XVII secolo», che connette la viticoltura locale al patrimonio devozionale del territorio. Come illustra la storica dell’arte Alessandra Marulli, il percorso devozionale legato al Santo potrebbe essere riproposto come Cammino Josephino, asse di collegamento tra i diversi nodi di un sistema di offerta territoriale integrata, capace di coniugare spiritualità, patrimonio architettonico e cultura enogastronomica.
Liana Pastorin si colloca invece nel contesto delle aree interne, assumendo la Val Bormida come laboratorio sperimentale di turismo lento, pratiche sensoriali e ri-significazione simbolica. Attraverso la valorizzazione di un patrimonio religioso minore, affreschi gotici diffusi, cappelle e architetture devozionali, il territorio viene riletto come spazio di esperienza multisensoriale e di spiritualità laica, dimostrando come il corpo, i sensi e la narrazione possano diventare strumenti di rigenerazione simbolica. Il contributo mostra come luoghi marginali possano trasformarsi in ecosistemi relazionali fondati sul benessere e sull’appartenenza, seguendo un modello di cura del territorio che fa del paesaggio invisibile, quello emotivo e simbolico, la sua principale risorsa.
La dimensione performativa e corporea del benessere emerge con forza nel contributo di Stefania Piccolo, presidente di Officinae Efesti, che introduce il concetto foucaultiano di eterotopia come spazio generativo di memoria emotiva e cura collettiva. Prendendo le mosse dalla nozione elaborata da Konstantin Stanislavskij, la memoria emotiva come «capacità dell’attore di attivare esperienze vissute, non per riprodurle meccanicamente, ma per farle risuonare nel corpo come verità organica», l’autrice applica questo strumento alla rigenerazione dei luoghi, proponendo il teatro fisico e il teatro sociale come dispositivi di ri-territorializzazione. Le tecniche dei livelli di tensione di Jacques Lecoq vengono utilizzate per insegnare alle comunità a «leggere» la tensione di un luogo e a intervenire attraverso ascolto, ritmo e respiro, mentre il pensiero di Hegel, «l’autocoscienza raggiunge il suo appagamento solo in un’altra autocoscienza», fornisce il fondamento filosofico del riconoscimento reciproco come pratica di welfare territoriale. I casi studio presentati, dal progetto Viaggio alla radice a Belmonte Calabro al format La Grande Bellezza (600 studenti, 660 ore, nessun abbandono, riconosciuto Best Practice italiana e presentato a Bruxelles dalla campagna PON-MIUR), documentano come l’integrazione tra teatro fisico, danza comunitaria e turismo culturale rigenerativo possa costituire un potente dispositivo di cura sociale, corroborato dal Rapporto OMS 2019 che, attraverso oltre 3.000 studi, certifica scientificamente il contributo delle arti al benessere.
Chiude la sezione il contributo di Kiran Shinde e Ann Suwaree Ashton, che amplia lo sguardo su scala globale analizzando i siti buddhisti di Lumbini e Bodhgaya come destinazioni emergenti di turismo spirituale e benessere. Pratiche come meditazione, ritiro spirituale, volontariato e attività di cura olistica vengono interpretate come forme di turismo intenzionale, orientate alla trasformazione interiore e alla qualità della vita. Il confronto con contesti extra-europei consente di collocare la geografia del benessere in una prospettiva comparativa, mostrando convergenze e differenze nei modi in cui la spiritualità viene tradotta in pratiche turistiche e territoriali, e confermando che la ricerca di significato e di cura di sé attraverso il paesaggio è una dimensione universalmente condivisa.
La quarta parte del volume si configura come momento di sintesi operativa del percorso tracciato fin qui, concentrandosi sulle modalità attraverso cui la geografia del benessere può tradursi in strategie territoriali, politiche pubbliche, pratiche di governance e modelli di valorizzazione sostenibile.
Alberto Cossu apre la sezione con una riflessione articolata sul contesto insulare, assumendo la Sardegna come laboratorio privilegiato di geografia del benessere applicata. Attraverso l’analisi del progetto regionale Sardegna, un’isola sostenibile, sviluppato nell’ambito della Strategia di Specializzazione Intelligente (S3) e articolato in ventuno sotto-progetti distribuiti capillarmente sull’intero territorio insulare, il saggio mostra come il turismo lento possa diventare asse portante di politiche capaci di integrare valorizzazione delle aree interne, destagionalizzazione, cittadinanza attiva e governance collaborativa. In linea con l’interpretazione del benessere territoriale proposta da G.J. Hospers come chiave dello sviluppo regionale europeo, il contributo identifica tre assi strategici, la governance collaborativa pubblico-privata, la destagionalizzazione dell’offerta attraverso percorsi tematici (cammini religiosi, Blue Zones, ciclovie, astro-turismo) e l’innovazione digitale per la gestione sostenibile dei flussi, trasformando le criticità riscontrate, frammentazione territoriale, coordinamento multi-attore e limitazioni promozionali, in lezioni operative per la replicabilità del modello in altre regioni insulari europee.
La dimensione progettuale e comunicativa del turismo rigenerativo è al centro del contributo di Alessandra Olietti, che introduce il concetto di geo-narrazioni come dispositivi capaci di trasformare i territori in sistemi semantici produttivi di senso e valore. Superando una logica promozionale tradizionale, il saggio mostra come narrazioni «gentili», phygital e partecipate possano favorire processi di co-creazione tra visitatori e comunità locali, contribuendo alla redistribuzione dei flussi verso destinazioni secondarie e al rafforzamento dell’identità territoriale. La comunicazione, in questo quadro, diventa parte integrante della governance del benessere, non semplice strumento di marketing, ma infrastruttura di mediazione tra luoghi, storie e persone.
Cristina Caldareri affronta il tema della sostenibilità turistica attraverso il caso emblematico di Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025, situando la riflessione all’interno del più ampio contesto siciliano. La città e il suo territorio vengono letti come spazio di sperimentazione, in cui patrimonio culturale, paesaggio e politiche pubbliche convergono nella costruzione di un modello orientato ai principi dell’Agenda 2030. Il benessere emerge qui come obiettivo trasversale che coinvolge accessibilità culturale, tutela ambientale e qualità dell’esperienza turistica, superando la centralità esclusiva dei grandi attrattori monumentali e aprendo prospettive di valorizzazione integrata dell’intero territorio siciliano.
Il tema dell’identità e dell’appartenenza è al centro del contributo di Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera, dedicato al turismo delle radici come strumento di rigenerazione delle aree rurali e marginali. Questo segmento turistico, fondato su legami genealogici, memoria e nostalgia, viene interpretato come forma di turismo ad alta intensità emotiva e relazionale, capace di contrastare spopolamento, stagionalità e perdita di capitale identitario. Il benessere si configura qui come ricostruzione di senso e di appartenenza, tanto per i visitatori quanto per le comunità ospitanti, in un circuito virtuoso in cui la ricerca delle origini diventa fattore di rigenerazione economica e sociale per le aree più periferiche del paese.
Maria Grazia Cinti amplia la riflessione alle risorse naturali meno visibili, analizzando il geoheritage e lo speleoturismo nella Regione Lazio attraverso una revisione critica della letteratura e un’analisi desk dei siti ufficiali delle grotte turistiche. Le grotte e i geositi ipogei vengono interpretati come patrimoni complessi, in cui valori scientifici, ambientali e culturali si intrecciano, richiedendo modelli di fruizione fortemente integrati e responsabili. Il saggio evidenzia come, su oltre 50.000 cavità naturali censite in Italia, solo 64 siano classificabili come grotte turistiche attrezzate, confermando la fragilità estrema di questi ambienti e la necessità di principi di geoetica per garantirne la conservazione a lungo termine, bilanciando fruizione educativa e rispetto dei limiti ecologici.
La dimensione territoriale e rurale ritorna nel contributo di Salvatore Lampreu, che propone una ricognizione e mappatura delle risorse della Marmilla, sub-regione storica della Sardegna caratterizzata da elevata perifericità e ricco capitale territoriale. Attraverso un approccio geografico sistemico, il saggio mostra come itinerari, turismo lento e valorizzazione integrata di beni materiali e immateriali possano diventare strumenti di rafforzamento dell’attrattività e della resilienza locale, evitando letture semplicistiche del turismo come soluzione automatica alla marginalità. Il caso della Marmilla illustra come la complessità dei patrimoni storici, dal periodo nuragico alle tradizioni rurali viventi, possa essere tradotta in offerta turistica coerente e rispettosa, senza cedere alla logica del consumo superficiale del paesaggio.
Chiude la sezione, e il volume, il contributo di Claudiana Di Cesare (consulente di comunicazione specializzata in turismo e innovazione digitale), che propone una riflessione sul superamento del destination marketing tradizionale in favore di un modello integrato di benessere territoriale. La comunicazione turistica viene letta come infrastruttura di mediazione e di potere, capace di produrre visibilità ma anche pressioni e vulnerabilità. Il caso emblematico di Roccaraso nel gennaio 2025, in cui la viralità dei contenuti social ha generato un afflusso non pianificato di decine di migliaia di visitatori giornalieri costringendo l’amministrazione a misure emergenziali di blocco, illustra con drammatica chiarezza come la visibilità non governata possa trasformarsi istantaneamente in crisi territoriale. Per rispondere strutturalmente a queste sfide, Di Cesare propone il framework C.A.R.E. (Care & Coordination, Authenticity & Active Listening, Rhythm & Relationships, Equity & Education) come griglia concettuale-operativa per costruire «care destinations» capaci di tenere insieme qualità dell’esperienza, innovazione e responsabilità pubblica. Fondandosi su una ricognizione critica della letteratura internazionale, da Kotler, Haider e Rein (1993) a Urry (2002), da Hall (2011) a Xiang e Gretzel (2010), e sui più recenti documenti della Commissione europea, dell’OCSE e di UN Tourism, il contributo converge nel segnalare come la competitività turistica nel medio periodo dipenda dalla capacità delle destinazioni di preservare condizioni di abitabilità e coesione sociale, non solo di attrarre domanda: il marketing, in questa prospettiva, smette di essere leva di crescita per diventare leva di regolazione del valore e strumento di governance integrata della domanda.
Giungere alla fine di questo volume significa, paradossalmente, tornare all’inizio, alla domanda fondamentale che ne ha motivato la costruzione e che attraversa, in forme sempre diverse, i contributi raccolti. Che cos’è il benessere territoriale? Come si produce, si governa, si comunica e si difende? E in che modo il turismo, con le sue pratiche, i suoi flussi, le sue narrazioni, può diventare non un fattore di pressione o di consumo, ma una forza rigenerativa capace di restituire senso, coesione e qualità della vita ai territori che attraversa? La ricchezza del progetto editoriale sta nella pluralità di voci, approcci e sensibilità che vi convergono, eppure al di là di questa varietà emergono con chiarezza alcune linee di convergenza. La più importante è di natura epistemologica. Il benessere territoriale non è una qualità intrinseca dei luoghi né una promessa di marketing, ma è, come scrive Carmen Bizzarri nella prefazione, una «dimensione relazionale, situata e processuale», che prende forma nell’interazione tra pratiche di mobilità, sistemi di valori, memorie collettive e forme di governance. Significa che il benessere non si trova ma si costruisce, non si eredita ma si pratica, non si preserva per decreto ma si rigenera continuamente attraverso la cura e la responsabilità condivisa. Questa concezione relazionale percorre l’intero arco del volume, dalla capabilities approach di Amartya Sen richiamata da Ganau Casas e Arlotto, alla memoria emotiva di Stanislavskij applicata da Stefania Piccolo alla rigenerazione dei luoghi, fino al framework C.A.R.E. di Claudiana Di Cesare, che traduce la stessa logica in strumenti operativi di governance della domanda. Il secondo filo conduttore è il passaggio, qui radicalizzato con consapevolezza critica, dalla sostenibilità come mitigazione a un paradigma rigenerativo orientato al buon vivere. Le infrastrutture lente della mobilità dolce non sono semplici dispositivi di accessibilità, ma, come mostrano Ceschin, Lupi, Rizzitelli e Sanna attraverso il modello F.R.A.M.S., veri e propri vettori di narrazione, cura del territorio e valorizzazione delle risorse ambientali e culturali. Questo paradigma richiede però una governance adeguata, perché la crescita non è mai automaticamente buona e può produrre benessere per chi arriva e malessere per chi resta, può erodere l’autenticità dell’esperienza, può trasformare il sacro in estetica di consumo e i borghi in scenari svuotati di vita. Quello che il volume offre non sono risposte definitive, e nessuno degli autori pretende di darne, ma qualcosa di forse più prezioso, ovvero un vocabolario condiviso, una cassetta degli attrezzi teorica ed empirica e una prospettiva etica che riconosce nei territori non uno sfondo inerte, ma soggetti vulnerabili meritevoli di cura. Come scrive Tiberio Graziani interrogando il sacro come bene comune, la vera sfida non è attirare più turisti, ma costruire territori più giusti, resilienti e ospitali, in cui la presenza del sacro non sia solo un’eredità storica, ma una risorsa viva per pensare insieme il futuro. È in questa formula che risiede il senso più profondo di questo progetto editoriale collettivo e la sua più autentica scommessa scientifica e civile.
