Autore: Massimo Ortolani – 05/05/2026
CRIPTO E STABLECOIN: NUOVE ARMI GEOECONOMICHE
COME VALUTE VIRTUALI E INGEGNERIZZAZIONE DEI PAGAMENTI CONFIGURANO LA MAPPA DELLA COMPETIZIONE GEOPOLITICA
Massimo Ortolani
Analista geoeconomico
Il terreno della competizione geopolitica vede un ricorso crescente alle valute virtuali, stablecoin e criptovalute, che stanno posizionandosi all’ all’incrocio tra tecnologia, denaro e potere. Per assecondare in primo luogo l’intento di un paese di allentare per quanto possibile i propri scambi internazionali dai vincoli monetari di natura macroeconomica connessi all’uso di valute forti, e del dollaro in particolare. Ragione per cui tendono a divenire strumenti di pagamento transfrontalieri non solo quando il sistema finanziario interno è debole, o soggetto a forti controlli sui capitali, ma soprattutto quando si tratta di transazioni commerciali oggetto di sanzioni imposte esternamente. Al riguardo si legge sui media (FT) che la Russia, nell’intento di bypassare i sistemi finanziari occidentali dopo le sanzioni imposte per il conflitto in Ucraina, e anche per approfondire i legami economici e politici con paesi africani, stia tentando di affidarsi in quei territori a sistemi alternativi di pagamenti transfrontalieri, a valere su di una rete di criptovalute: A7.
Anche se utilizzi alternativi del cripto concernono operazioni illecite, riconducibili a terrorismo, riciclaggio, o sabotaggio asservito ad obiettivi di intelligence, attualmente, è sui piani geoeconomico e geopolitico che i paesi utilizzatori ne conseguono i maggiori benefici. Nel primo caso riuscendo a schivare parzialmente le implicazioni della politica monetaria statunitense mentre, nel secondo caso, evitando il dollaro hanno la possibilità di sottrarsi ai controlli informativi statunitensi riconducibili alla messaggistica Swift; in un’epoca, come quella odierna, in cui “informazione” e intelligenza artificiale costituiscono prerequisiti di potere egemonico.
Fattori, questi, che maggiormente spiegano il ricorso ad alternative, come il lancio di una valuta digitale per la banca centrale cinese, l’e-CNY, o come quella del Cross-border International Payment System (CIPS), un sistema sostenuto dalla banca Popolare Cinese, ed operante in oltre 180 Stati, con una rete finanziaria che abilita pagamenti interbancari diretti nel renmimbi cinese.
L’obiettivo geoeconomico di accelerare e ridurre i costi delle transazioni transfrontaliere, riducendo nel contempo la dipendenza dalla valuta internazionale di riserva ancora per eccellenza, è però oggi raggiungibile ricorrendo non solo alla fintech dei pagamenti basati su tecnologia decentralizzata, tipica ad es. di Bitcoin ed Ethereum, criptovalute volatili, ma anche a piattaforme di valuta digitale multi-banca, come mBridge sviluppata per supportare pagamenti transfrontalieri e transazioni di cambio in tempo reale, (cui aderiscono Cina, Hong Kong, Tailandia ed Emirati Arabi Uniti), o ricorrendo alle stablecoin non ancorate, appunto, sul dollaro.
Ciò spiega perchè i principali paesi del gruppo Brics stanno pensando di affidarsi anch’essi al funzionamento di un protocollo di pagamento decentralizzato – e non di una valuta fiat stampata. Il cosiddetto Brics Pay è in corso di progettazione per funzionare grazie all’interoperabilità dei sistemi nazionali di pagamento digitale: collegando digitalmente l’UPI indiano, l’SPFS russo, il CIPS cinese e il Pix brasiliano. Bisogna però ricordare che Cina, Russia ed India, in particolare, con raffinate ingegnerizzazione dei pagamenti sono state in grado di bypassare la minaccia delle sanzioni secondarie americane sulla compravendita di gas e petrolio russo, anche utilizzando le proprie valute nazionali. Pechino e Mosca hanno in particolare fatto ricorso al sofisticato schema di pagamenti in compensazione (China Track) ed al netting bancario, schema che prevede l’attivazione di un gruppo di banche agenti, diversificate per import e per export, e pagamenti compensati a livello centrale.
Pechino sta però dimostrando di volere andare ben oltre, e di sfidare l’egemonia del dollaro anche nei finanziamenti degli organismi multilaterali. E’ infatti da tempo operante la strategia cinese di sostegno alla penetrazione della B&R, che consente l‘opportunità di conversione di obblighi di rimborso finanziario denominati in dollari in prestiti in renmimbi. In tal modo permettendo a paesi del cosiddetto sud-globale, debitori verso organismi multilaterali e in difficoltà di rimborso, di rinegoziare il debito secondo condizioni più sostenibili, abbassando opportunamente i costi di servizio. Oltre a sponsorizzare meccanismi di conversione diretta nella valuta di Pechino, che paesi africani stanno studiando sia per pagamenti di transazioni commerciali, che per l’emissione di bonds in renmimbi (Panda bond). Con la connessa opportunità, quindi, di fare leva politica su questo potere di riduzione della loro dipendenza dal dollaro. D’altro canto, è palese “l’ aspirazione” di Pechino di fare acquisire anche al renmimbi lo status di valuta di riserva, che consentirebbe la creazione di stablecoin anche in tale valuta. Ma trattasi di un’aspirazione attualmente frenata dal fattore reputazionale, dai controlli sui capitali cinesi e dall’incertezza nel condurre affari in un paese privo dello stato di diritto.
Sul piano della competizione geopolitica il governo USA sta reagendo con una controffensiva valutaria all’attivismo cinese, beneficiando dell’ondata montante delle stablecoin agganciate al dollaro. Una categoria di asset digitali – le stablecoin – progettati per mantenere un valore stabile rispetto a un bene di riferimento (una valuta forte, appunto), o a un paniere di asset, tra cui beni finanziari o una materia prima (come l’oro). E in grado di mantenere la stabilità dei prezzi ricorrendo a vari meccanismi, tra cui la garanzia parziale o totale, il controllo algoritmico dell’offerta o una combinazione di questi strumenti. Ragioni del notevole successo di cui stanno beneficiando le stablecoin sul dollaro – soprattutto in America Latina – vanno collegate non solo alla fiducia degli utenti negli asset posti a garanzia, ma anche al fattore di innovazione nell’ investimento del risparmio e soprattutto alla loro versatilità come strumenti di pagamento e di copertura dall’inflazione. Il tutto in un contesto evolutivo, in cui le società emittenti private si adeguano alle pressioni del mercato, alle aspettative normative (il Genius Act appare tuttora in elaborazione normativa) e alle vulnerabilità emergenti dall’operatività.
Se il governo americano ha motivo di ritenere che la diffusione di tali stablecoin rafforzerà lo status del dollaro come valuta di riserva globale, oltre a stimolare la domanda di Treasuries in un contesto di forte indebitamento pubblico, nell’Eurozona invece non manca una certa disaffezione, sul piano istituzionale, verso queste forme di denaro privato considerate ancora potenzialmente poco stabili e trasparenti, e forse capaci, in prospettiva, di rimodellare il panorama valutario. In particolare a motivo dei rischi geoeconomici associabili alle stablecoin ad emissione multipla. Allorquando lo stesso token ancorato al dollaro viene cioè collocato in più giurisdizioni (USA, Eurozona, ecc), ma mantenendo riserve separate. Dato che, in tal caso, si possono creare rischi di incapacità di controllo dei flussi finanziari interni per la BCE. Tanto che, in un recente documento, Germania e Italia hanno paventato l’incapacità di un’adeguata protezione della sicurezza economica nell’Eurozona nell’eventualità in cui una parte delle riserve – custodita all’estero – risultasse soggetta a norme diverse che potrebbero rallentarne il trasferimento in Europa, se non addirittura impedirlo.
Un clima di incertezza normativa, dunque, che nella zona Euro alimenta il sospetto che la prospettiva di disallineamenti regolatori, uniti alla già nota dipendenza della UE dai sistemi di pagamento con carte di credito gestiti da organismi americani, possa contribuire a indebolire in futuro la sovranità finanziaria europea, con implicazioni anche di natura geopolitica. Senza considerare il fatto che il successo delle stablecoin sul dollaro possano implicare anche rischiosi impatti concorrenziali con le stablecoin sull’ Euro, progettande ai sensi della normativa MICAR. Dato che per l’Euro sarebbe invece molto utile ampliare le occasioni di fare valere il suo potenziale di attrattività relativa come valuta di riserva, sul piano geopolitico e geoeconomico, così da facilitare un maggiore afflusso di investimenti finanziari da aree diverse dall’Eurozona, su titoli obbligazionari emessi da imprese europee.
Un panorama, dunque, di criticità ed opportunità che fanno intuire come nel breve periodo, e in un contesto di elevate turbolenze geopolitiche come quello odierno, il valore di una stablecoin dipenda fondamentalmente dalla fiducia nell’emittente, che può però venire meno in condizioni di stress; mentre nel medio-lungo la fiducia in una stablecoin potrà essere erosa anche dall’indebolimento della stessa valuta fiat cui sia ancorata.
