Autore: Fabrizio Vielmini – 09/03/2026
Di fronte all’aggressione: la dignità del popolo iraniano e la miseria morale dell’Europa
La prima settimana di attacchi israelo-americani contro l’Iran ha nuovamente gettato una luce impietosa sulla condizione in cui versa la politica dei principali paesi europei: un’agonia fatta di silenzio, incoscienza, ipocrisia e sottomissione.
Non provocata, anzi scoppiata nel bel mezzo di negoziati in corso, e condotta in modo indiscriminato contro la popolazione civile, questa aggressione ha valicato ogni limite. Ha violato tutte le leggi internazionali e calpestato quei principi sedicenti che, per quattro anni, i leader europei hanno sbandierato per denunciare la Russia. Eppure, di fronte a questa ennesima conflagrazione, i nostri rappresentanti diplomatici non hanno trovato una parola di condanna per gli aggressori. Anzi non sono riusciti nemmeno a nominarli. Al contrario, ne hanno poi riecheggiato la retorica, parlando della “minaccia esistenziale” che l’Iran rappresenterebbe per il mondo civile.
Per giustificare questo abisso morale, è arrivata la peggiore delle scuse: “Se il diritto internazionale viene violato, è colpa della Russia, che ha dato il cattivo esempio invadendo l’Ucraina nel 2022”. Come se non ci fossero state le aggressioni, anch’esse illegali, della NATO e dei suoi alleati contro la Jugoslavia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003 e la Libia nel 2011, per non citare che i casi più macroscopici. La memoria storica, in Europa, è un lusso che i nostri politici non possono più permettersi. Quando si tratta di concepire quali sarebbero gli interessi reali dei popoli europei, e quale un’azione geopolitica in grado di assicurarli, i loro encefalogrammi tracciano linee sempre più piatte.
In questo deserto etico, una sola eccezione sembra emergere, quella della Spagna. Dopo aver già salvato l’onore del continente nei giorni più bui del genocidio a Gaza, il governo spagnolo ha nuovamente rotto il fronte dell’ipocrisia, denunciando l’aggressione in corso. Nel resto d’Europa, la notte più cupa.
Per coprire questo vuoto angosciante, gli spin-doctors liberali hanno messo in moto la macchina della propaganda, inondando i cittadini con un flusso di informazioni che rasenta il surreale. È stata rispolverata la vecchia retorica della “minaccia islamica” dei primi anni 2000, ma con strumenti nuovi e ancora più insidiosi. Basta aprire un qualunque social network per imbattersi in reel studiati a tavolino, alcuni con signore avvenenti, dallo sguardo serio e professionale, che spiegano con tono compassionevole quanto sia “brutto” e “oppressivo” per le donne il regime iraniano. Il messaggio è confezionato per colpire l’occhio prima ancora che la mente, sfruttando la bellezza femminile per far passare la narrativa di guerra con preoccupazioni “umanitarie”. Viene da pensare che questa ondata serva a distrarre coscienze forse scosse dalle prime rivelazioni sul “sistema Epstein”. Servirebbe a evitare che qualcuno si ponga una domanda scomoda: in un mondo dove le donne possono ancora essere ridotte a oggetti di schiavitù da élite potenti, la condizione femminile in Iran è davvero talmente più arretrata?
Ma il culmine del grottesco si è visto in alcune piazze italiane. Qualche decina di studenti, esibiti dai media come rappresentanti del popolo iraniano, sono stati ripresi mentre ballavano e cantavano sotto bandiere israeliane e anglosassoni. Questo anche mentre le bombe anglo-sioniste facevano strage di quasi duecento ragazzine in una scuola. È difficile trovare un’immagine plastica più efficace del livello di degradazione morale toccato dall’Occidente liberale di quella che offrono questi figli privilegiati dell’emigrazione. Ne ho incontrati tanti, di simili, tra i giovani liberali delle repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale. Fatti con lo stesso identico stampo, monadi isolate, completamente recise dalla storia e dalla cultura dei loro popoli. La condizione di questi ultimi è la loro ultima preoccupazione. La loro unica fede è l’idolatria di un benessere importato, di cui usufruiranno le sole élite, un modello esterno che, ne sono certi, risolverà ogni loro problema. E in nome di questo benessere, sono pronti ad accettare la distruzione dei loro stessi paesi.
Prima che l’aggressione iniziasse è uscita in Italia un’opera coraggiosa: “NATO: Non Nato. Crisi di uno strumento di dominio coloniale”. Un saggio collettivo che ho avuto l’onore di firmare accanto a figure del calibro del Professor Franco Cardini, uno dei più grandi intellettuali italiani. Il libro osa infrangere un tema che è stato reso tabù: l’appartenenza dell’Italia alla NATO. Tra i contributi più preziosi, quello dell’Ambasciatore Alberto Bradanini, uno dei pochi alti diplomatici ad aver avuto il coraggio di rompere il muro di gomma. Bradanini solleva una questione vitale: al di là dei rischi per la sicurezza, la gabbia atlantica ci ha provocato un danno cognitivo profondo, una deformazione antropologica che si è insinuata nelle menti delle masse, portandole all’incapacità di distinguere il vero dal falso, il bene dal male. La reazione del mainstream alla nuova guerra inutile degli Stati Uniti ne è la riprova migliore.
Di fronte a questa pseudo-civiltà in piena decomposizione, gli uomini e le donne dell’Iran si ergono come giganti. La scomparsa dell’Ayatollah Khamenei, avvenuta nella dignità del martirio durante il sacro mese del Ramadan, ha suggellato un’eredità di resistenza che il popolo iraniano ha fatto propria. La sua scelta di affrontare il sacrificio sino all’ultimo, divenendo esempio vivente per la nazione, racchiude una grandezza che gli europei, smarriti nel loro vuoto esistenziale, non riescono più nemmeno ad immaginare.
Ed è proprio il popolo iraniano il vero protagonista di questa stagione di fuoco. Nonostante le bombe che continuano a piovere, folle enormi e compatte invadono le strade delle città iraniane in sfregio agli aggressori. Non si tratta di manifestazioni orchestrate, come la propaganda occidentale vorrebbe far credere: è la spontanea eruzione di un orgoglio nazionale ferito ma non domo. Il popolo iraniano sa che nelle condizioni odierne la propria indipendenza e sovranità, nel bene e nel male, possono essere garantita solo dalla cornice della Repubblica islamica. E per questo si stringe attorno ad essa, opponendo il petto nudo alla potenza di fuoco dell’imperialismo.
È questa la vera forza di fronte alla quale l’aggressione è già segretamente fallita. Si possono bombardare infrastrutture, si possono uccidere migliaia di persone, ma non si piegherà mai una nazione millenaria che ha fatto della dignità la propria ragione di vita. Di fronte a ciò, le immagini dei balli e dei canti dei dissidenti nelle piazze d’Europa, sciagurati danzanti sulle bare dei loro stessi compatrioti, servono solo a evidenziare l’abisso in cui è precipitato l’Occidente. Da un lato un popolo che resiste in piedi sotto le bombe. Dall’altro, un pugno di sradicati che applaudono i propri carnefici. Questa, e non altra, è la vera linea di faglia che divide oggi il mondo: tra chi ha conservato l’onore di esistere e chi l’ha venduto per vigliaccheria e la promessa di un benessere che non arriverà mai.
