Autore: Aniello Inverso – 30/12/2025
RECENSIONE:
IL GRANO E L’ACQUA – SFIDE GEOPOLITICHE ANTICHE, PRESENTI E FUTURE
WHEAT AND WATER – ANCIENT, PRESENT, AND FUTURE GEOPOLITICAL CHALLENGES
GEOPOLITICA
RIVISTA DI POLITICA INTERNAZIONALE – JOURNAL OF GEOPOLITICS AND RELATED MATTERS
ISSN 2009-9193 – VOL XIV – N. 2/2025 LUGLIO-DICEMBRE – JULY-DECEMBER
Il volume Geopolitica. Il grano e l’acqua. Sfide geopolitiche antiche, presenti e future si presenta come un lavoro corale che affronta, in chiave interdisciplinare, l’intreccio tra risorse idriche, sicurezza alimentare e dinamiche geopolitiche contemporanee, mettendo in luce come acqua e grano costituiscano oggi vere e proprie infrastrutture strategiche del potere globale. Curato da Giuseppe Anzera e Tiberio Graziani, il numero offre al lettore una mappa articolata delle principali linee di frattura e delle nuove interdipendenze che attraversano lo spazio internazionale, con particolare attenzione alle aree considerate più vulnerabili agli effetti combinati di cambiamento climatico, instabilità politica e competizione per le risorse.
La struttura del volume è organizzata in quattro macro-sezioni, che guidano il lettore attraverso un percorso analitico coerente e progressivo. La prima sezione, Focus, raccoglie i contributi direttamente centrati sul dossier tematico del numero. Questa sezione costituisce l’ossatura concettuale del volume, offrendo un percorso che, dall’analisi delle politiche globali dell’acqua, conduce progressivamente verso i nessi tra sicurezza idrica, sicurezza alimentare e ridefinizione degli equilibri geopolitici regionali e globali. Dodici contributi articolano un’indagine sistematica che attraversa diverse scale geografiche, dal livello globale alle specificità regionali del Mediterraneo, del Nord Africa, dell’Asia Centrale e del Corno d’Africa, e diverse dimensioni analitiche, integrando governance multilivello, innovazione tecnologica, strumenti finanziari, pratiche agricole e dinamiche di conflitto e cooperazione internazionale.
Il primo lavoro, firmato da Giuseppe Anzera e intitolato Politica globale nella gestione delle risorse idriche e lotta al deficit idrico, inquadra l’acqua come risorsa strategica nel XXI secolo, mettendo in luce come 2,3 miliardi di persone vivano attualmente in condizioni di stress idrico e come il deficit idrico non sia solo una questione di scarsità fisica, ma anche di incapacità strutturale di garantire un uso equo ed efficiente della risorsa. Anzera esamina criticamente i modelli di gestione politica, gli strumenti normativi internazionali ( dall’Agenda 2030 con l’SDG 6 alle convenzioni sulla gestione dei bacini transfrontalieri ) e le strategie tecnologiche (desalinizzazione, riuso delle acque reflue, monitoraggio digitale), interrogandosi sulla loro effettiva capacità di ridurre il gap tra disponibilità e domanda idrica in uno scenario globale sempre più complesso. Il saggio introduce inoltre il concetto di «idropolitica», evidenziando come la cooperazione tra Stati nella gestione delle risorse idriche condivise possa rappresentare tanto un fattore di stabilità quanto, in assenza di accordi efficaci, un potenziale catalizzatore di tensioni e conflitti. Particolare attenzione viene dedicata all’evoluzione del diritto idrico internazionale, dal superamento della dottrina Harmon (sovranità territoriale assoluta) verso la teoria della sovranità territoriale limitata, fondata sui principi dell’uso equo e ragionevole e dell’obbligo di non arrecare danno significativo agli altri stati. Anzera affronta anche il dibattito cruciale tra acqua come diritto umano universale, riconosciuto dall’ONU nel 2010, e acqua come bene economico, proponendo un’integrazione pragmatica che garantisce l’accesso universale adottando al contempo strumenti economici per un uso efficiente e sostenibile.
Su questo quadro generale si innesta il contributo di Claudio Bertolotti, Cambiamento climatico e sicurezza nell’area mediterranea, che sposta il focus sui tre principali bacini fossili sotterranei transfrontalieri: North Western Sahara Aquifer System (NWSAS/SASS), Nubian Sandstone Aquifer System (NSAS) e Iullemeden Aquifer System (IAS); analizzandoli come infrastrutture idriche strategiche ma anche come potenziali catalizzatori di instabilità. Bertolotti evidenzia come la dipendenza da acque sotterranee non rinnovabili, in un contesto di precipitazioni irregolari e temperature crescenti, accentui le tensioni tra stati che condividono queste risorse, in particolare laddove prevalgono governance debole, asimmetrie nell’accesso tecnologico e instabilità politica. Il saggio dimostra come il controllo dell’acqua sia stato storicamente utilizzato come strumento di coercizione, attraverso dighe a monte o restrizioni idriche durante periodi di siccità, e come l‘overexploitation di questi bacini, in assenza di accordi vincolanti, possa alimentare non solo rivalità interstatali ma anche fenomeni di criminalità organizzata, terrorismo e migrazioni climatiche, con implicazioni dirette sulla sicurezza del Mediterraneo. Attraverso un’analisi empirica basata su dati FAO, UNESCO, World Bank e piattaforme di monitoraggio come AQUASTAT, l’autore sostiene la necessità di rafforzare i meccanismi di cooperazione transfrontaliera e di integrare la sicurezza idrica nelle politiche di prevenzione dei conflitti regionali.
Complementare alle analisi precedenti, il saggio di Irene Bosco e Giovanni Canitano, Food and Water Security in the Mediterranean: Geopolitical Challenges in a Context of Climate Change and Resource Scarcity, approfondisce il nesso acqua-cibo nei Paesi del Mediterraneo meridionale e orientale (SEMCs), dimostrando come le vulnerabilità idriche identificate da Anzera e Bertolotti si traducano in dipendenze alimentari strutturali e crisi sistemiche. Gli autori evidenziano come questa regione sia tra le più dipendenti al mondo dalle importazioni cerealicole e come tale vulnerabilità sia destinata ad accentuarsi a causa della crescita demografica, dei cambiamenti nei modelli di consumo e della scarsità di terre arabili e risorse idriche. Attraverso un’analisi quantitativa basata su dati FAOSTAT, AQUASTAT, World Bank e tecniche geospaziali, il contributo dimostra che in molti SEMCs l’agricoltura assorbe oltre l’80% delle estrazioni idriche totali e che paesi come Egitto (141%), Algeria (138%), Israele (132%) e Libia (817%) superano ampiamente la soglia critica di stress idrico del 40%, facendo massiccio ricorso ad acquiferi fossili non rinnovabili. Gli autori analizzano inoltre il concetto di «virtual water», l’acqua incorporata nei beni agricoli importati, mostrando come le crisi alimentari globali del 2007-08, 2010-11 e 2020-22 abbiano esposto la fragilità di modelli produttivi insostenibili e di economie dipendenti dalla volatilità dei mercati internazionali. Lo studio investiga infine le tensioni idropolitiche legate a risorse transfrontaliere come il Nilo e il bacino Tigri-Eufrate, mostrando come grandi progetti infrastrutturali e strategie di land grabbing si rivelino strumenti di influenza geopolitica incapaci però di risolvere l’insicurezza alimentare strutturale.
L’attenzione si sposta quindi su uno dei casi di idropolitica più sensibili dell’area mediterranea con il contributo di Marco Centaro, Eastern Nile Basin’s Hydro Politics: Understanding the GERD and Egyptian Fears, che analizza in profondità le dinamiche geopolitiche attorno alla Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la più grande diga idroelettrica africana costruita sul Nilo Azzurro. Se i saggi precedenti avevano delineato le vulnerabilità idriche strutturali e le interdipendenze tra acqua e sicurezza alimentare, Centaro offre un’analisi dettagliata di come queste tensioni si materializzino in un conflitto bilaterale concreto tra Etiopia ed Egitto. Il saggio ricostruisce la complessa geomorfologia del bacino del Nilo, evidenziando come l’85% delle acque che raggiungono l’Egitto provenga dai tributari etiopi, in particolare dal Nilo Azzurro, e come il completamento della GERD, con un serbatoio di 74 miliardi di metri cubi e una capacità produttiva di 16.000 GW annui, abbia riacceso tensioni radicate in rivendicazioni storiche e accordi coloniali, in particolare l’Agreement for the Full Utilization of Nile Waters del 1959 che escludeva i paesi a monte e garantiva all’Egitto 55,5 miliardi di metri cubi annui. Centaro dimostra come le paure egiziane, pur non confermate da studi tecnici che attestano la sostenibilità della GERD in condizioni normali, siano giustificate dalla mancanza di accordi vincolanti sulla gestione delle crisi idriche, dall’assenza di meccanismi di condivisione dei dati e dall’impatto del cambiamento climatico che aumenta evaporazione, variabilità delle precipitazioni e frequenza di siccità prolungate. L’autore sottolinea come la questione non sia solo tecnica ma profondamente politica: l’Egitto, con una popolazione proiettata a 150 milioni entro il 2050 e un deficit idrico già critico (consuma 80 miliardi di metri cubi annui contro i 60 disponibili), percepisce la GERD come una minaccia esistenziale, mentre l’Etiopia rivendica il diritto sovrano di sfruttare le proprie risorse per uno sviluppo energetico essenziale, in un contesto dove solo il 45% della popolazione ha accesso all’elettricità. Il saggio conclude evidenziando come questa disputa rappresenti un “problema tripartito” in cui crescente domanda idrica, impatti climatici e assenza di cooperazione si rafforzano reciprocamente, rendendo urgente un ripensamento pragmatico delle posizioni nazionali e la costruzione di meccanismi adattivi di governance transfrontaliera.
Dal piano regionale idropolitico, l’analisi si sposta verso la dimensione globale del commercio cerealicolo con il saggio di Alberto Cossu, Wheat Trade and Its Geopolitical Impact on the Global South, che problematizza il grano come dispositivo di potere e leva geopolitica nelle relazioni Nord-Sud. Se i contributi precedenti avevano evidenziato le vulnerabilità idriche e alimentari strutturali dei paesi mediterranei e le tensioni sui bacini transfrontalieri, Cossu dimostra come tali fragilità si traducano in dipendenze sistemiche dai mercati globali del grano, con effetti asimmetrici e destabilizzanti sul Sud globale. Il saggio analizza come il conflitto russo-ucraino abbia drammaticamente esposto la fragilità delle catene di approvvigionamento cerealicolo, dato che la regione del Mar Nero rappresenta circa il 30% delle esportazioni globali di grano, e come shock dei prezzi e interruzioni delle forniture abbiano colpito in modo sproporzionato paesi come Egitto, Libano, Pakistan e Bangladesh, dove il grano costituisce una componente essenziale della dieta e della stabilità sociale. Attraverso un’analisi empirica che integra dati FAO, World Bank, OECD e ricerche sul grain price volatility, Cossu evidenzia che una riduzione del 50% nelle esportazioni russo-ucraine può aumentare i prezzi globali del 15%, riducendo il consumo di grano e l’apporto calorico dell’8% nei paesi più colpiti, e che tra 11 e 19 milioni di persone potrebbero scivolare nella fame cronica a causa del conflitto. Il contributo mette in luce il ruolo ambivalente delle multinazionali agroalimentari (Cargill, ADM, Bunge, Louis Dreyfus) che, controllando il 70-90% del commercio globale di cereali, dispongono di capacità logistiche per attenuare shock di breve termine ma concentrano anche un potere di mercato che amplifica volatilità e opacità. Cossu analizza infine le strategie adattive adottate dai paesi del Sud globale – diversificazione dei fornitori (Argentina, Canada, Australia), rafforzamento delle riserve strategiche, investimenti nella produzione domestica – sottolineando però come tali misure rimangano insufficienti di fronte a vulnerabilità sistemiche quali la concentrazione geografica della produzione, le restrizioni all’export, la finanziarizzazione dei mercati delle commodity e gli impatti del cambiamento climatico sulla produttività cerealicola.
Dopo aver esaminato le tensioni geopolitiche sul commercio globale del grano, l’analisi si sposta sulla dimensione agronomica e socio-tecnologica della crisi alimentare con il contributo di Antonella Del Fiore, Federica Colucci, Chiara Nobili, Maurizio Notarfonso, Ombretta Presenti e Mariella Nocenzi, Wheat and Climate Change: Impacts on Food Security and Consumption Patterns, che integra la prospettiva biotecnologica e socio-culturale per offrire una visione sistemica delle sfide poste dalla crisi climatica alla coltivazione e al consumo del grano. Se Cossu aveva evidenziato come le dipendenze strutturali dai mercati cerealicoli internazionali amplificano le vulnerabilità del Sud globale di fronte agli shock geopolitici, questo lavoro, frutto della collaborazione tra ENEA, Sapienza Università di Roma e Università di Modena e Reggio Emilia, dimostra come il cambiamento climatico stia erodendo alla radice la capacità produttiva globale: ogni grado centigrado di aumento delle temperature comporta una riduzione delle rese comprese tra il 6% e il 10%, con impatti particolarmente severi nelle aree a bassa latitudine dove economia e sicurezza alimentare dipendono strettamente da condizioni agricole stabili.
Il contributo delinea un quadro articolato delle strategie di adattamento e mitigazione disponibili, dalla Climate Smart Agriculture al miglioramento genetico (Marker-Assisted Selection, tecniche CRISPR/Cas9 per sviluppare varietà resistenti a stress biotici e abiotici), dall’agricoltura di precisione (sensori, droni, AI, tecnologia a rateo variabile) all’agricoltura rigenerativa (biofertilizzazione, difesa integrata, recupero della biodiversità microbica del suolo). Gli autori sottolineano come le innovazioni biotecnologiche, pur essenziali, non siano sufficienti se non accompagnate da politiche pubbliche inclusive che affrontino le vulnerabilità intersezionali nell’accesso al grano sicuro: reddito, genere, età, residenza (urbana/rurale), status migratorio e livello di istruzione interagiscono amplificando le disuguaglianze nell’accesso a cibo nutriente e salubre. L’approccio intersezionale proposto evidenzia come le donne, specialmente nelle aree rurali, siano particolarmente esposte, responsabili della gestione alimentare familiare ma con minore accesso a terra, credito, formazione e tecnologie adattive, e come i migranti, i rifugiati e le popolazioni delle periferie urbane («deserti alimentari») subiscano barriere multiple nell’accesso al grano sicuro. Il saggio richiama la necessità di un paradigma transdisciplinare che integri saperi accademici, istituzionali e comunitari per costruire sistemi agroalimentari basati su resilienza, solidarietà e giustizia eco-sociale, superando approcci monodimensionali e riconoscendo il grano non solo come commodity ma come risorsa vitale per la sicurezza alimentare globale e la stabilità socio-politica.
Proseguendo nell’esplorazione delle intersezioni tra tecnologia, risorse naturali e sicurezza alimentare, il saggio di Alessandro Giorgetta, Artificial Intelligence, Water, and Commodity Financial Derivatives in Israel: Water Resilience and Cost Stability amid Geopolitical Volatility, introduce una prospettiva originale che integra innovazione agronomica, ingegneria finanziaria e governance delle risorse idriche in un contesto di stress idrico strutturale. Se i contributi precedenti avevano evidenziato come il cambiamento climatico stia erodendo le rese cerealicole e amplificando le vulnerabilità intersezionali nell’accesso al cibo, Giorgetta dimostra come Israele, un paese OECD con meno di 100 m³ di acqua dolce per abitante all’anno, abbia trasformato la scarsità in un vantaggio competitivo attraverso l’integrazione sistemica di piattaforme di irrigazione basate su intelligenza artificiale (capaci di ridurre il consumo idrico del 25-35%) e strumenti finanziari derivati (futures e options su grano e mais) che consentono alle imprese agroalimentari di stabilizzare i costi e ridurre la volatilità fino al 60%. L’analisi ricostruisce il quadro normativo che rende possibile questa duplice leva: dalla Water Law del 1959, che definisce l’acqua come proprietà pubblica e premia l’efficienza irrigua documentata da log digitali, alla Netting Law del 2021, che garantisce la compensazione legale riducendo i requisiti patrimoniali della clearing house domestica, fino all’AI Act europeo che impone obblighi di conformità ai produttori israeliani di sensori per infrastrutture critiche. Giorgetta compara il modello israeliano con altre esperienze nazionali: Singapore, Spagna, Cile, California, Australia; evidenziando la specificità nell’applicazione su vasta scala dell’irrigazione intelligente con effetti sistemici sulla sicurezza alimentare. Il saggio conclude sottolineando come l’escalation militare 2023-2025 abbia testato la resilienza del sistema, rivelando limiti strutturali nell’accesso alle tecnologie da parte dei piccoli produttori e richiamando la necessità di politiche inclusive per estendere i benefici della trasformazione digitale e finanziaria all’intera filiera agroalimentare.
Dall’analisi tecno-finanziaria del modello israeliano, la riflessione trasla sulla dimensione geopolitica regionale del Nordafrica con il saggio di A. Roberta La Fortezza, The North African Geopolitics of Wheat, che ricostruisce la profonda interconnessione tra sicurezza alimentare, stabilità politica e dipendenze strutturali dal mercato globale del grano nei paesi maghrebini. Se i contributi precedenti avevano evidenziato le strategie tecnologiche e finanziarie di adattamento alla scarsità idrica e alla volatilità dei prezzi delle commodity, La Fortezza dimostra come per i paesi del Nordafrica, tra i maggiori consumatori mondiali di grano con oltre 200 kg pro capite annui, tre volte la media globale, la questione cerealicola trascenda la dimensione economica per costituire un elemento fondativo del contratto sociale tra governati e governanti. L’autrice adotta una prospettiva storica di lungo periodo, rileggendo la weaponization del grano dalle politiche di Food for Peace statunitensi durante la Guerra Fredda (che crearono la «trappola del grano» trasformando economie africane in sistemi import-led) fino alla strategia russa contemporanea di influenza attraverso forniture preferenziali e interruzioni selettive della Black Sea Grain Initiative. Il saggio analizza come il conflitto russo-ucraino, che ha fatto salire i prezzi globali del grano del 58% nelle prime tre settimane dall’invasione, abbia esposto le vulnerabilità strutturali di economie già fragili: Egitto (72% delle importazioni dalla Russia, 11,2 milioni di tonnellate nel 2024-2025), Tunisia (produzione locale copre solo il 3% del fabbisogno di grano tenero, debito verso esportatori ucraini di 300 milioni nel 2021), Algeria e Marocco (impatto combinato di siccità prolungate e aumento dei costi dei fertilizzanti russi). La Fortezza evidenzia il dilemma politico-economico delle élite nordafricane, storicamente restie a toccare i sussidi al pane, memoria delle rivolte del 1977 in Egitto, del 1981 in Marocco, del 1983-1984 in Tunisia, e costrette a bilanciare stabilità sociale e sostenibilità fiscale: i sussidi rappresentano il bene concreto più tangibile che le popolazioni ricevono dallo Stato, ma il loro mantenimento in contesti di shock dei prezzi erode riserve valutarie, amplifica indebitamento pubblico e rende insostenibili i conti pubblici. Infine la Foresta sottolinea come la convergenza tra crescita demografica, riduzione della produzione locale dovuta al cambiamento climatico e volatilità geopolitica configuri uno scenario di crescente insicurezza alimentare regionale con potenziali effetti destabilizzanti su scala euro-mediterranea.
In continuità con il percorso che ha intrecciato idropolitica, crisi cerealicole e innovazione tecnologica, il saggio di Michele Lippiello e Francesco Zecca, L’uso dell’acqua in agricoltura tra sostenibilità e necessità di sviluppo, sposta il fuoco dall’arena geopolitica globale alla dimensione, solo apparentemente tecnica, della governance interna della risorsa idrica, mostrando come le scelte su tariffe, diritti d’uso e infrastrutture irrigue condizionino in profondità la capacità dei sistemi agricoli di reggere agli shock climatici e di mercato. Gli autori evidenziano il paradosso di un settore, quello agricolo, che assorbe oltre il 50% dei prelievi idrici nazionali e fino al 70% a livello globale, ma che in Italia utilizza solo il 60% della superficie irrigabile, con forti squilibri tra Nord e Centro‑Sud, segno di una razionalità economica che scoraggia l’irrigazione quando i ricavi attesi non coprono il costo della risorsa. In questo quadro, l’evoluzione del diritto europeo, dalla Direttiva Quadro 2000/60/CE al principio del full cost recovery recepito nel d.lgs. 152/2006, introduce l’acqua come bene economico e bene sociale al tempo stesso, producendo una tensione normativa che riecheggia il dibattito, visto nei saggi precedenti, tra acqua/grano come diritto e come leva di potere. Lippiello e Zecca mostrano come strumenti quali la tariffa sociale e la qualificazione dell’acqua come «bene comune» rischino, se non accompagnati da criteri di efficienza e differenziazione degli usi, di alimentare la tipica «tragedia dei commons», incentivando sovrasfruttamento e conflittualità, proprio mentre i modelli previsionali annunciano una riduzione della disponibilità idrica tra il 10% e il 40% e una crescita della domanda irrigua globale. In chiusura, il saggio richiama la necessità di riallineare politica agricola, pianificazione idrica e strumenti del PNRR verso un aumento della produttività economica dell’acqua, attraverso innovazione tecnologica, riuso, digitalizzazione degli schemi irrigui, condizione indispensabile perché la gestione interna della risorsa non diventi l’ennesimo moltiplicatore delle fragilità geopolitiche già emerse lungo l’intero volume.
Spostando l’analisi verso un’altra delle regioni più vulnerabili del pianeta in termini di gestione delle risorse idriche, il saggio di Giuliano Luongo, Contesto idrico e settore agroalimentare in Asia centrale: sfide e criticità, affronta il caso delle cinque repubbliche post-sovietiche: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan; dove il nesso tra acqua, agricoltura e stabilità politica rivela dinamiche peculiari legate all’eredità del modello sovietico. Luongo ricostruisce il «water‑energy nexus» centralizzato che regolava gli scambi tra paesi a monte (produzione idroelettrica) e a valle (irrigazione intensiva per cotone e grano), sistema crollato nel 1991 lasciando infrastrutture obsolete con perdite superiori al 30%, monoculture idroesigenti e una governance frammentata incapace di gestire risorse condivise. La crisi del Lago d’Aral, «un tempo uno dei più grandi bacini interni del pianeta, oggi quasi completamente prosciugato», simboleggia lo squilibrio strutturale di una regione tra le più aride al mondo, dove oltre il 70% delle acque è concentrato in Tagikistan e Kirghizistan mentre Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan destinano oltre il 90% dei prelievi all’irrigazione con efficienze del 40-50%. L’autore evidenzia come «l’uso intensivo di fertilizzanti e pesticidi, insieme alla salinizzazione dei suoli», abbia generato un deterioramento diffuso della qualità idrica, con il delta dell’Amu Darya che ha raggiunto concentrazioni critiche di sali e metalli pesanti, «rendendo impraticabili vaste porzioni di terreno, costringendo molte famiglie rurali a migrare verso le città». Il saggio dimostra come il settore agroalimentare centroasiatico rimanga incardinato su un modello insostenibile, dove colture idroesigenti persistono «più per inerzia istituzionale che per reale convenienza economica», mentre il sovrasfruttamento delle falde in bacini come Fergana e Khorezm erode riserve strategiche non rinnovabili.
Ampliando la prospettiva dalle dinamiche regionali a una riflessione teorica di lungo periodo sulla centralità geopolitica delle risorse primarie, il saggio di Giuseppe Romeo, Grano e acqua. Ovvero, geopolitica della sopravvivenza, riprende il filo delle riflessioni del Club di Roma sui Limits to Growth (1972) e del Progetto Rio sulla Reshaping International Order (1977), evidenziando come cinquant’anni dopo quelle proiezioni malthusiane tornino drammaticamente attuali. Romeo sottolinea che «la sopravvivenza politica ed economica di uno Stato dipendono dal livello di qualità della vita offerto alla propria comunità e dal livello di accesso se non di disponibilità di quelle materie prime che in campo non solo industriale ma, soprattutto, alimentare garantiscono qualità della vita e benessere», configurando grano e acqua come «variabili geopolitiche decisive». L’autore traccia una genealogia della weaponization delle risorse primarie, dalla visita di Kruscev nello Iowa nel 1959 – quando il leader sovietico propose di «gareggiare per produrre più burro piuttosto che più bombe» – alla Public Law 480 statunitense e al programma Food for Peace, fino alla crisi russo-ucraina che ha dimostrato «quanto la partita del grano abbia rappresentato, rappresenti ancora oggi e lo sarà in futuro uno degli esempi paradigmatici di come le relazioni internazionali tra Stati si possano riassumere anche attraverso il campo dell’approvvigionamento alimentare». Romeo evidenzia come la concentrazione della produzione cerealicola mondiale – con Russia, Cina e India maggiori produttori, ma solo una decina di paesi detentori di capacità esportativa significativa – e il controllo delle infrastrutture logistiche da parte di poche multinazionali abbiano determinato «una nuova divisione del mondo caratterizzata dalle possibilità o meno di accesso, oltre che dalla disponibilità, a materie prime come il grano e i cereali». Sul fronte idrico, l’autore ricostruisce come «attribuire una significatività strategica all’acqua sembra, paradossalmente per un pianeta dove l’acqua copre più di due terzi della superficie, un problema secondario rispetto all’approvvigionamento energetico», mentre in realtà «distribuzione ineguale, costi di accesso, inquinamento e difficoltà nella depurazione, sfruttamento di posizioni geografiche dominanti sui corsi d’acqua diventano i fattori di crisi che determineranno il confronto per la disponibilità di un elemento prezioso per lo sviluppo e per l’economia, oltre che per la sopravvivenza del genere umano». Il saggio conclude richiamando la necessità di una «sovranità alimentare» non intesa in senso autarchico ma come «possibilità di affrancarsi da dipendenze distributive o produttive tipiche di politiche egemoniche», e di una governance internazionale capace di coniugare sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale e giustizia nell’accesso alle risorse primarie.
Chiude la sezione Focus del volume il contributo di Luigi Tortora, Idropolitica nel Corno d’Africa e nello scenario saheliano: l’intercorrelazione esistente tra geopolitica e natura, che propone un’indagine sistematica su come «il potere modella la domanda e l’uso dell’acqua nelle unità idrologiche transfrontaliere» attraverso l’applicazione di un framework multidisciplinare che integra teorie delle relazioni internazionali e studi geo-storici. Tortora individua nell’«idro-politica» lo strumento analitico fondamentale per comprendere le dinamiche di allocazione delle risorse idriche e la distribuzione dei costi socio-ecologici «chi ottiene cosa, quanto e perché», in contesti regionali segnati da vulnerabilità climatiche, esplosione demografica e governance debole. L’autore applica questa lente d’analisi a tre casi studio emblematici: la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) sul Nilo Azzurro, che ha riacceso tensioni radicate nei trattati coloniali del 1929 e 1959 tra Egitto (che dipende per l’86% del consumo annuale d’acqua dal Nilo Azzurro e considera il libero flusso del fiume «questione di sicurezza nazionale») ed Etiopia (che rivendica il diritto sovrano di produrre tra il 65% e l’87% del fabbisogno energetico nazionale attraverso la diga); la diga Gilgel Gibe III sul fiume Omo nell’Etiopia meridionale, che ha innescato un processo di «villaggizzazione forzata» delle otto tribù agropastorali (Mursi, Bodi, Kwegu, Suri, Aari, Karo, Nyangatom e Dasanech) che praticano coltivazione recessiva lungo le sponde, rivelando come l’idro-politica operi anche a livello subnazionale attraverso «privatizzazione delle terre e perdita d’identità etnica»; il Lago Ciad, condiviso da Camerun, Niger, Nigeria e Ciad, dove la vulnerabilità delle risorse idriche si intreccia con l’insurrezione jihadista di Boko Haram, trasformando il bacino in un campo di «rivalità idro-egemonica» tra attori statali e non statali. Il saggio sottolinea come la Commissione del Bacino del Lago Ciad (LCBC, 1964) rappresenti un tentativo di cooperazione transfrontaliera spesso inefficace di fronte a «Stati deboli, accesso limitato ai servizi di base e tensioni etniche», richiamando la necessità di un’«idro-diplomazia» che superi la dicotomia tra conflitto e cooperazione e riconosca l’acqua come «vettore di pace e oggetto di consenso»
Conclusa la sezione Focus, dedicata all’analisi del nesso tra risorse idriche, sicurezza alimentare e dinamiche geopolitiche contemporanee attraverso casi studio regionali e approcci interdisciplinari, il volume prosegue con la sezione Orizzonti, che sposta l’attenzione dalle geografie circoscritte alle fratture dell’ordine internazionale. I quattro contributi qui raccolti interrogano i presupposti della sovranità territoriale, della legalità e del controllo sulle risorse nel XXI secolo, affrontando fenomeni che attraversano trasversalmente gli scenari regionali esaminati nella prima parte: il terrorismo jihadista e l’indottrinamento minorile nelle aree di crisi statale e alimentare; la crisi del principio di territorialità del diritto sotto la pressione di migrazioni, digitalizzazione e commercializzazione dello spazio extra-atmosferico; la ristrutturazione dell’ordine mondiale promossa dall’amministrazione Trump attraverso guerre commerciali e accordi bilaterali asimmetrici. La sezione propone così una ricomposizione teorica: dalle evidenze empiriche regionali alle chiavi interpretative necessarie per comprendere come le risorse strategiche si contendano oggi attraverso reti, flussi normativi e competizioni che trascendono gli Stati-nazione.
Apre la sezione il contributo di Cristina Colombo e Rebecca Viscomi, Il fenomeno del terrorismo e il delicato tema dell’indottrinamento minorile, che analizza il terrorismo jihadista come «una delle forme di violenza del terrore più letale» nel post-Guerra Fredda, con particolare attenzione al reclutamento sistematico di minori nelle file di Al-Qaeda, Islamic State (IS/Daesh) e affiliate come l’Islamic State of the Khorasan Province (ISKP). Le autrici ricostruiscono le molteplici tipologie operative: cellule dipendenti dalla leadership del Califfo, cellule autonome (attentati di Londra 2017, Barcellona e Cambrils 2017), lone wolves o lupi solitari (attentato di Nizza 2016 con 86 vittime), foreign fighters che ricevono addestramento in Siria e Iraq per poi tornare in patria con «effetto blowback», e jihadi entrepreneurs o veterani attorno cui si aggregano nuove reclute. L’Osservatorio ReaCT ha documentato 208 attacchi jihadisti in Europa tra 2014 e 2022, con persistente minaccia amplificata dal conflitto israelo-palestinese. Il nucleo del saggio illustra i meccanismi psicosociali di radicalizzazione attraverso il modello DRIA di Alessandro Orsini (Disintegrazione dell’identità sociale → Ristrutturazione attraverso ideologia radicale → Integrazione in setta rivoluzionaria → Alienazione dal mondo circostante), distinguendo radicalizzazione cognitiva da quella comportamentale-violenta, e analizzando processi come apprendimento sociale (Bandura), frustrazione-aggressività, obbedienza all’autorità (Milgram) e de-umanizzazione della vittima. Colombo e Viscomi documentano come lo Stato Islamico abbia sviluppato un sistema di indottrinamento dei «cuccioli del Califfato» attraverso scuole segregate dove «l’insegnamento include la glorificazione del martirio (istishhad), la pratica del takfir e la normalizzazione della violenza» mediante manuali che associano alfabeto ad armi ed esercizi matematici su numero di combattenti. I minori reclutati, spesso orfani o figli di jihadisti, subiscono «esposizione diretta a decapitazioni, crocifissioni, lapidazioni» con conseguenze devastanti: «trauma complesso, PTSD, perturbamento dell’asse HPA, rischio di disturbi fisici cardiovascolari ed endocrini che possono perdurare nell’età adulta». Le autrici sottolineano come IS sfrutti «social media (Telegram, Twitter, Facebook), piattaforme di gaming e app di messaggistica» per radicalizzare giovani anche in assenza di contatto fisico, come dimostrato dall’arresto a Bologna nel dicembre 2024 di cinque ragazzi del gruppo jihadista «DAWA Italia» radicalizzatisi online durante il lockdown Covid-19. Il contributo conclude richiamando la necessità che «la lotta al terrorismo dovrà diventare anche cyber-tecnologica», accompagnata da interventi precoci di recupero dei minori traumatizzati, come sollecitato dall’appello ONU per il «ritorno e rimpatrio urgente» conforme al diritto internazionale.
Prosegue la sezione Orizzonti il secondo contributo di Alberto Cossu, qui affiancato da Vanni Piras, Territorialità del diritto e globalizzazione: dimensione terrestre e marittima, immigrazione, tecnologie digitali e spaziali, che affronta la crisi strutturale del principio di territorialità giuridica, pietra angolare del sistema westfaliano dal 1648, sotto l’impatto combinato di mobilità umana, rivoluzione digitale e commercializzazione dello spazio extra-atmosferico. Gli autori evidenziano come «la globalizzazione ha trasformato radicalmente i flussi di persone, beni, servizi e informazioni, sfidando i tradizionali sistemi giuridici» e rendendo obsoleto un modello in cui «l’autorità giuridica è vincolata a uno specifico spazio geografico». Sul fronte migratorio, Cossu e Piras analizzano come i massicci movimenti di persone abbiano generato «zone d’ombra giuridiche», con il mare che diviene «esempio lampante di spazio giuridico ibrido dove i confini fisici non coincidono più con quelli legali» e dove «l’attribuzione dei diritti dipende da vulnerabilità e permanenza, non più solo dalla cittadinanza». L’analisi comparata di Stati Uniti (DACA 2012 che crea «una nuova categoria giuridica intermedia, dentro il territorio ma fuori dalla piena protezione normativa»), Unione Europea (Nuovo Patto Migrazione e Asilo 2023, EU-Turkey Statement 2016) e Italia (da leggi Turco-Napolitano 1998 e Bossi-Fini 2002 ai decreti sicurezza 2018, parzialmente dichiarati illegittimi dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 194/2019) mostra una «duplice tendenza: ri-territorializzazione del diritto con rafforzamento confini, e de-territorializzazione funzionale attraverso esternalizzazione di procedure». Nella dimensione digitale, i «grandi player tecnologici Google, Amazon operano su scala globale senza essere vincolati a una singola giurisdizione», innescando risposte extraterritoriali come il GDPR europeo (applicabile «a qualsiasi azienda che tratti dati personali di cittadini europei») e riforme fiscali OCSE con tassazione minima globale del 15%. Nello spazio extra-atmosferico, la commercializzazione guidata da SpaceX «solleva interrogativi sull’applicabilità delle norme in un contesto privo di riferimenti territoriali tradizionali», con iniziative come la Legge italiana 13 giugno 2025 n. 89 sulle «Disposizioni in materia di economia dello spazio» che proiettano «la sovranità ben oltre i confini terrestri». Gli autori concludono richiamando la necessità di «riformulare il principio di territorialità in chiave multilivello», verso un «nuovo paradigma di giurisdizione a rete» dove «la validità delle norme non dipende più dalla localizzazione fisica, ma dalla capacità di estendere l’influenza normativa a livello globale».
Il terzo saggio è firmato da Mark L. Entin ed Ekaterina G. Entina, Qualitatively New Challenges, Encroachments, and Attacks on the Polycentric World Order and Their Logic, dedicato all’analisi del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca come periodo di trasformazione volto a riformattare l’ordine mondiale secondo interessi unilaterali. Gli autori rivendicano il ruolo fondativo dell’URSS, di cui la Russia è Stato-continuatore, nel sistema ONU con Carta che possiede qualità di effettiva Costituzione dell’ordine mondiale, il cui Consiglio di Sicurezza con diritto di veto ha permesso di prevenire la Terza Guerra Mondiale. Entin ed Entina identificano sei ragioni strutturali dell’offensiva trumpiana: inevitabilità di seconda crisi finanziaria globale con debito a livello critico; percezione che il resto del mondo vive a spese americane mentre Cina diviene fabbrica e potenza tecnologica mondiale; necessità di reindustrializzazione USA; completamento di tutti i cicli a lungo termine (generazionale, istituzionale, politico, economico); perdita di leadership tecnologica; necessità di terminare conflitti in Europa e Medio Oriente per concentrarsi su priorità strategiche. La strategia opera su quattro binari: gioco dazi doganali con entrate salite a 113,3 miliardi di dollari; ristrutturazione apparato statale; risoluzione conflitti secondo Realpolitik; affermazione valori conservatori mediante internazionale con Orbán, Bukele, Milei. L’analisi degli accordi bilaterali documenta UK che accetta termini USA nonostante caduta economia dello 0,3%, Vietnam con regime differenziato, e UE che il 27 luglio 2025 firma accordo definito shameful capitulation dagli oppositori francesi, con impegni europei per oltre 1,5 trilioni di dollari. Gli autori evidenziano come l’economia americana abbia continuato a crescere con PIL al 3,8% annualizzato e investimenti esteri diretti saliti del 20% a 279 miliardi di dollari, mentre FDI nei paesi europei è caduto a 220 miliardi, confermando la trasformazione degli Stati Uniti in leader mondiale per attrazione di capitali.
Chiude la sezione il contributo di Djawed Sangdel e Hicheme Lehmici, Les BRICS veulent-ils réinventer le Monde?, che sposta l’analisi dalle fratture dell’ordine internazionale determinate da terrorismo, crisi della territorialità giuridica e unilateralismo trumpiano verso la costruzione di un’architettura alternativa promossa dalle economie non occidentali. Gli autori analizzano l’ascesa della coalizione BRICS+ come potenziale catalizzatore per la riconfigurazione della governance globale, ricostruendo l’evoluzione del gruppo dalla sua genesi nel 2001 fino all’allargamento strategico del 2023 con l’adesione di Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Indonesia, che porta il blocco a rappresentare circa il 37% del PIL mondiale in parità di potere d’acquisto e oltre l’80% delle risorse strategiche mondiali. Sangdel e Lehmici inscrivono l’emergere dei BRICS+ in una dinamica storica di contestazione dell’ordine economico ereditato da Bretton Woods, con particolare attenzione agli strumenti finanziari alternativi, dalla Nuova Banca di Sviluppo a BRICS Pay e BRICS Clear, messi in campo per affrancarsi dalla dipendenza strutturale dal dollaro, strategia che si traduce in pratiche concrete come gli scambi sino-russi per oltre il 90% in rubli e yuan e le esportazioni petrolifere saudite verso la Cina per il 40% regolate in yuan. Nonostante il peso economico crescente e il controllo delle risorse strategiche, gli autori evidenziano le tensioni strutturali, eterogeneità dei regimi politici, divergenze nelle politiche commerciali, tensioni frontaliere tra Cina e India, che potrebbero compromettere la coerenza del gruppo. Il saggio conclude che i BRICS+ si trovano a un crocevia geopolitico dove il successo dipende dalla capacità di articolare una visione strategica condivisa e costruire credibilità istituzionale, rimanendo aperto il dilemma se il blocco potrà diventare un attore sistemico strutturante capace di promuovere un ordine globale più equo e multipolare o rimarrà un raggruppamento eteroclito d’interessi geopolitici concorrenti.
La terza articolazione del volume, Contributi su invito / Invited Papers, raccoglie tre saggi che, pur esulando dalla trattazione tematica su grano e acqua che caratterizza le sezioni Focus e Orizzonti, ne ampliano e approfondiscono prospettive metodologiche e dimensioni simboliche. Se le prime due sezioni hanno delineato le tensioni geopolitiche, le vulnerabilità strutturali e le fratture dell’ordine internazionale legate alle risorse strategiche, i contributi su invito introducono chiavi interpretative trasversali: dalle radici filosofiche e culturali che plasmano la concezione del potere e dell’autocontrollo nei sistemi di governance, all’adattamento dei meccanismi europei di tutela dei diritti delle persone con disabilità ai sistemi giuridici centroasiatici, fino alla dimensione simbolica, tecnica e conflittuale dell’acqua come elemento primordiale e fattore di potere geopolitico.
Il primo lavoro d’analisi, terza firma di Alberto Cossu nel volume dopo i saggi su commercio globale del grano e crisi della territorialità giuridica, è firmato insieme a Rajendra Deshpande: Indian Knowledge System and Greek Concepts of Sophrosyne and Encrateia: A Comparative Analysis. Gli autori propongono un’analisi comparativa tra le tradizioni filosofiche indiana e occidentale, con particolare focus sui pensatori Kautilya, Machiavelli e Hobbes, ricostruendo le origini del sistema di conoscenza indiano a partire dall’era vedica, caratterizzato da profonde esplorazioni metafisiche e da una sofisticata comprensione dell’ordine cosmico generato attraverso dibattiti rigorosi in un ambiente di straordinaria libertà intellettuale. Il saggio evidenzia come il sistema di conoscenza indiano sia intrinsecamente olistico, riconoscendo l’interconnessione di tutte le cose e l’importanza delle dimensioni materiali e spirituali dell’esistenza, offrendo così un contrappunto prezioso alle tendenze riduzioniste del pensiero occidentale moderno. Gli autori esplorano in particolare il concetto di Purushartha, i quattro pilastri dell’impegno umano, Dharma, Artha, Kama e Moksha, dimostrando come nella tradizione indiana le conquiste materiali siano integrate in un quadro etico e spirituale più ampio. Al centro dell’analisi si colloca la comparazione tra il concetto indiano di Sthitpradnya, stato di consapevolezza senza scelta caratterizzato da equanimità incrollabile e controllo completo sui sensi e sulle emozioni, e i concetti greci di sophrosyne ed encrateia. Il saggio conclude sottolineando come i contesti culturali e storici distinti abbiano plasmato profondamente gli approcci alla governance e alla proiezione del potere: una cultura che vede il potere come mezzo per conseguire l’elevazione morale e spirituale collettiva può proiettare la propria influenza attraverso scambio culturale e leadership etica, mentre una cultura la cui filosofia politica enfatizza l’interesse statale e l’accumulo di potere può proiettare la propria influenza attraverso capacità militari assertive.
Il secondo contributo, firmato da Said S. Gulyamov, Adapting EU Disability Rights Mechanisms to Central Asian Legal Systems: A Comparative Analysis, affronta la questione del trasferimento e dell’adattamento dei meccanismi europei di tutela dei diritti delle persone con disabilità ai sistemi giuridici dell’Asia Centrale. L’autore evidenzia come, nonostante la ratifica della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (UNCRPD) da parte di tutti i paesi centroasiatici tra il 2008 e il 2015, permangano significative sfide di implementazione: applicando le stime di prevalenza globale dell’OMS, circa 13,2 milioni di persone con disabilità vivono in Asia Centrale su una popolazione complessiva di 79 milioni, affrontando barriere multiple nell’accesso all’istruzione, all’occupazione, ai servizi sanitari e alla partecipazione comunitaria. Gulyamov applica la teoria del trapianto giuridico di Watson, raffinata attraverso il concetto di “legal irritants” di Teubner, per analizzare come le norme trasferite possano funzionare nei contesti centroasiatici, evidenziando il dilemma centrale tra impegni legali formali ed efficacia pratica dell’implementazione. Il saggio sottolinea come, nonostante le disposizioni costituzionali di uguaglianza in Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, esistano significative lacune tra queste previsioni e la legislazione di attuazione, particolarmente riguardo agli accomodamenti ragionevoli, agli standard di accessibilità e alle disposizioni sulla vita indipendente. A differenza dell’European Accessibility Act del 2019, i paesi centroasiatici mancano di legislazione sull’accessibilità completa, mentre l’influenza persistente dei paradigmi medici di epoca sovietica continua a permeare gli approcci legislativi, creando tensioni fondamentali con i modelli sociali e basati sui diritti umani abbracciati dal diritto dell’Unione Europea e dalla UNCRPD. L’analisi comparativa rivela come il modello medico, pur dominante nei contesti centroasiatici, sia fondamentalmente incompatibile con gli standard europei, mentre il modello dei diritti umani offre compatibilità ottimale con gli standard internazionali, sebbene l’implementazione richieda approcci graduali che costruiscano capacità istituzionale. Gulyamov sviluppa una roadmap di implementazione decennale che fornisce una guida strutturata per raggiungere una protezione completa dei diritti delle persone con disabilità, dimostrando come, sebbene la replica diretta dei meccanismi dell’Unione Europea affronti ostacoli significativi dovuti a differenze fondamentali nei sistemi giuridici, nelle capacità istituzionali e nelle risorse, l’adattamento selettivo dei principi fondamentali combinato con strategie di implementazione contestualizzate offra percorsi praticabili per la realizzazione progressiva dei diritti.
Il terzo saggio, firmato da Gino Lanzara, La fluida rilevanza dell’acqua / The Fluid Significance of Water, esplora le dimensioni storiche, simboliche e tecniche dell’acqua come elemento primordiale che permea cultura, religione, mito e tecnologia, e che oggi si afferma come risorsa strategica e fattore di potere geopolitico. Lanzara ricostruisce il carattere archetipico dell’acqua presente in tutti i sistemi filosofici e religiosi, evidenziando come l’acqua assuma valori simbolici molteplici: principio primordiale, liquido amniotico, strumento di purificazione e iniziazione battesimale, simbolo di purezza e misericordia divina. L’autore sottolinea come su un pianeta ricoperto per il 71% di acqua, ma con solo il 2,5% di acqua dolce disponibile, la risorsa idrica sia sempre stata esigua, rendendo l’acqua un “vero oro blu” che unisce ma al contempo divide, stabilendo diseguaglianze e portando in sé l’idea stessa di conflitto. Lanzara analizza i principali teatri di tensione idropolitica: il bacino del Giordano dove dal 1964 si accende la contesa arabo-israeliana; il bacino di Tigri ed Eufrate dove dal 1977 il Progetto turco del Sud-Est anatolico ha alterato gli equilibri regionali; il bacino del Nilo dove la costruzione etiope della Grand Ethiopian Renaissance Dam ha riacceso tensioni esistenziali. Il contributo introduce i concetti di water footprint e acqua virtuale, evidenziando come l’Europa, importatore netto di acqua virtuale, riponga la propria sicurezza idrica su risorse esterne prive di garanzie future. Lanzara conclude sottolineando come la gestione strategica dell’acqua rappresenti una delle sfide geopolitiche chiave del XXI secolo, dove la crescente scarsità e la distribuzione diseguale delle risorse idriche, esacerbate da cambiamento climatico, urbanizzazione e crescita demografica, alimentano tensioni locali e globali, richiedendo governance sostenibile e cooperativa per prevenire crisi e garantire sicurezza alimentare ed energetica.
La quarta e ultima sezione del volume, Commenti e Dibattiti / Comments and Debates, raccoglie due saggi che offrono prospettive originali e critiche su questioni di rilevanza scientifica e mediatica contemporanea. Questa sezione si distingue dalle precedenti per il suo carattere più riflessivo e problematizzante, affrontando da un lato le radici epistemologiche dell’ecologia marina attraverso il pensiero di un grande scienziato russo del Novecento, dall’altro analizzando criticamente il ruolo dei media occidentali nella rappresentazione di uno dei conflitti più drammatici e dibattuti del presente.
Jan Campbell, nel suo Influence of Vernadsky’s Thoughts on (Marine) Ecology, riporta all’attenzione contemporanea il pensiero scientifico di Vladimir Ivanovich Vernadsky (1863-1945), uno dei più grandi scienziati del XX secolo in Russia ma riconosciuto a livello internazionale solo recentemente. La sua opera seminale The Biosphere, pubblicata nel 1926 ma disponibile in versione completa in inglese solo nel 1997, definisce la biosfera come concetto unificante e olistico per il sistema Terra, concependo la vita come forza geologica trainante del pianeta e anticipando paradigmi ecologici moderni come l’ipotesi Gaia e il concetto di Antropocene. Vernadsky considerava gli oceani come il più voluminoso serbatoio biogeochimico del pianeta, esplorando il concetto di “materia vivente” e il suo ruolo fondamentale nel trasformare l’energia solare e guidare le reazioni chimiche che collegano i processi biologici a quelli geologici. Campbell esplora il concetto di Noosfera introdotto da Vernadsky negli anni ’30, dal greco nous (mente o intelligenza), definita come la parte della Biosfera fisicamente trasformata dall’attività umana, anticipando la tesi che l’azione antropica agisce sempre più come forza geologica planetaria. Il saggio collega le teorie di Vernadsky alle questioni contemporanee della degradazione oceanica, delle emissioni antropogeniche di CO₂ e delle sfide metodologiche nella scienza del clima, discutendo un recente rapporto di Tim Gallaudet sugli impatti climatici che ha suscitato dibattito per il suo approccio critico verso i modelli climatici convenzionali. Campbell conclude suggerendo che occorre cercare ispirazione al di fuori degli schemi e dei modelli occidentali, proponendo che gli insegnamenti di Confucio, Buddha, Lao-Tzu, Kant e dei pensatori russi potrebbero formare la base di un modello depoliticizzato di scienza in cui le leggi della natura sarebbero parte integrante del lavoro scientifico, accettando che l’acqua sia il filo conduttore di tutto ciò che vive e non vive su questo pianeta.
Gaia Santoro, con How Western Media Failed to Accurately Portray the War and the Genocide in the Gaza Strip, analizza criticamente come i media occidentali abbiano coperto la guerra e il genocidio nella Striscia di Gaza seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, conflitto che ha causato almeno 55.000 morti e oltre 120.000 feriti tra la popolazione palestinese. L’analisi identifica pattern ricorrenti: deumanizzazione dei palestinesi, linguaggio distorto, verifica dei fatti inadeguata, voci silenziate e decontestualizzazione. Santoro documenta come un’inchiesta di The Intercept su oltre 1.100 articoli di tre importanti giornali statunitensi nelle sei settimane successive al 7 ottobre abbia quantificato questa copertura impari: le morti israeliane hanno ricevuto otto menzioni per ogni vittima contro una menzione ogni due vittime palestinesi; termini fortemente emotivi come “slaughter“, “massacre” e “horrific” sono stati usati molto più frequentemente per le uccisioni di civili israeliani; la parola “bambini” in riferimento a quelli palestinesi appare solo in due titoli su oltre 1.100, nonostante le circa 6.000 vittime sotto i 18 anni al 25 novembre 2023. Il saggio evidenzia come i giornalisti palestinesi siano stati uccisi in numero record (almeno 170 secondo il Palestinian Journalists’ Syndicate al 28 ottobre 2024) mentre i colleghi occidentali hanno avuto accesso alla Striscia solo se embedded con l’esercito israeliano e conformi alle linee guida del censore militare, che nel 2023 ha proibito la pubblicazione di 613 articoli e censurato parzialmente 2.703 articoli. Santoro conclude che la copertura giornalistica è stata gravemente compromessa, dimostrando come i media occidentali abbiano fallito nel loro compito fondamentale di informare imparzialmente l’opinione pubblica su eventi storici di grande portata.
Attraversando tutte le articolazioni del volume emerge una domanda che non viene mai formulata esplicitamente ma che permea ogni analisi presentata. Quando le risorse primarie della sopravvivenza umana, acqua e grano, cessano di essere infrastrutture neutrali della vita per diventare dispositivi di potere, leve geopolitiche, armi silenziose, cosa accade alle società che dipendono dal loro accesso? Dalle geografie del deficit idrico nordafricano alla weaponization del grano nel conflitto russo-ucraino, dall’indottrinamento dei «cuccioli del Califfato» nelle regioni di crisi alimentare alla censura sistematica dei media occidentali durante il conflitto di Gaza, emerge un’architettura globale in cui sopravvivenza, controllo territoriale e narrazione pubblica non sono più ambiti separati ma dimensioni intrecciate di una stessa lotta per l’egemonia. Il volume non propone rassicuranti sintesi né soluzioni tecniche neutre ma dimostra piuttosto come la scarsità, reale o costruita politicamente, generi nuove forme di dipendenza strutturale che riproducono gerarchie postcoloniali, mentre gli strumenti della cooperazione internazionale, dalla diplomazia idrica ai meccanismi di governance multilivello, si rivelano fragili di fronte all’accelerazione simultanea di collasso climatico, esplosioni demografiche e riorganizzazione dell’ordine mondiale. Ciò che rende questo lavoro indispensabile non è la mappatura delle crisi regionali, ma la dimostrazione analitica di come acqua e grano funzionino oggi come rivelatori delle faglie profonde del sistema internazionale. Dove passa un acquedotto, dove si blocca una nave carica di cereali, dove si prosciuga una falda, lì si decide chi può sopravvivere, chi deve migrare, chi può governare. Il volume ci consegna così non una rassegna di studi settoriali ma un’archeologia del presente geopolitico, in cui le antiche logiche della sopravvivenza si intrecciano con le nuove guerre ibride, e dove la domanda fondamentale non è più se ci sarà abbastanza acqua e grano per tutti, ma chi controllerà l’accesso, chi deciderà le priorità, chi scriverà le regole del razionamento.
L’autore: Aniello Inverso – Laurea magistrale in ‘Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale’, presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Laurea triennale in ‘Scienze politiche e delle relazioni internazionali’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Analista presso Vision & Global Trends International Institute for Global Analyses, nell’ambito del progetto Società Italiana di Geopolitica. Il suo ultimo saggio è: “Geopolitica vettore dell’ordine globale. Dinamiche spaziali e attori strategici nella trasformazione del sistema internazionale” (prefazione di Stefano de Falco – Callive, 2025 – ISBN 9791281485310 – Collana Heartland ISSN 3035-322X)
