Autore: Alfredo Musto – 03/05/2026
Il diritto nelle trasformazioni di potere. Recensione a
Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale, anno XXIX, n. 82, maggio-agosto 2026
Recensione a cura di Alfredo Musto

La Rivista, collocandosi tra presente e passato, dà prova di un esercizio di spirito critico lungo l’intera articolazione redazionale – suddivisa in Dottrina, Note e commenti, Dossier Stati, Accordi internazionali, Comunicazioni, Giurisprudenza, Documenti, Panorama e Recensioni.
In apertura di questo numero, ad orientarne implicitamente l’approccio, vi è il ricordo, per mano di Anna Lucia Valvo, di Ennio Triggiani quale figura eminente dell’internazionalismo italiano ed europeo; studioso che con rigore metodologico ha rivolto costante attenzione al rapporto tra diritto internazionale, diritto dell’Unione europea e tutela dei diritti della persona. Il ricordo è al tempo stesso richiamo ad una tradizione scientifica fondata su equilibrio, sistematicità e cooperazione internazionale.
I contributi, sebbene situati in sezioni diverse per genere editoriale e per taglio disciplinare, dialogano tra loro su problemi comuni attraverso concetti diversi ma correlati, lasciando emergere la possibilità di identificare tre nuclei tematici prevalenti cui fa da sfondo l’intricata trasformazione contemporanea del potere rispetto alla quale è chiamata a rapportarsi la dimensione del diritto: sicurezza, ordine mondiale e questione europea; questione del digitale e crisi del costituzionalismo; memoria storica e identità nazionale, soprattutto in relazione al confine orientale, alla RSI e alle contro-narrazioni politico-giudiziarie.
Sicurezza, mutamento politico ed Unione europea.
In questo primo nucleo la sicurezza è colta in senso ampio: militare, geopolitica, cibernetica, spaziale, economico-finanziaria. Nel saggio Sicurezza europea e guerra del Golfo di Massimo Panebianco (Università degli Studi di Salerno), essa viene letta dentro un quadro segnato dalla trasformazione degli assetti politici di riferimento e quindi delle guerre contemporanee, quest’ultime non interpretabili secondo i modelli classici: droni, armi robotiche e digitali, attori non statali ridefiniscono tanto l’azione militare quanto la condizione delle popolazioni.
Su questa base poggia l’interpretazione del conflitto mediorientale, e della costitutiva relazione Israele-USA-Iran, come banco di prova di un disordine internazionale più ampio, nel quale la crisi del disarmo strategico, il ritorno della forza e la moltiplicazione degli attori armati rendono insufficiente la sola logica euro-atlantica tradizionale.
In presenza di <<due opposte visioni del mondo, diviso in zone di influenza: l’una unilateralistica degli Usa nel G7 e l’altra multipolare di Russia e Cina nel gruppo del Brics, dove quest’ultimo è monopolista di una teoria geo-politica ed economica del nuovo ordine internazionale>> (pagg. 18-19), il punto di approdo del ragionamento è già annunciato nell’iniziale invito a valutare la possibilità di una difesa europea autonoma ed indipendente nonché di un <<vero>> esercito europeo.
In L’Europa e le politiche mediterranee di vicinato nella crisi della globalizzazione: il nuovo patto per il Mediterraneo tra discontinuità, continuità e criticità, Fausto Vecchio (Università degli Studi “Kore” di Enna) si colloca sullo stesso terreno. Privilegiando il versante delle politiche euro-mediterranee, esamina il nuovo Patto segnalando insieme elementi di novità e di continuità rispetto alle precedenti politiche di vicinato. Se per un verso i tre pilastri rappresentati dalle politiche sociali, economiche e di sicurezza disegnano un quadro di <<governance euro-mediterranea introducendo nuovi strumenti di azione e disegnando un sistema complesso, ispirato dal desiderio di offrire risposte flessibili e caratterizzato dalla coesistenza di diversi attori istituzionali>> (pag. 46), per altro verso la gestione del principio di condizionalità in legame con un approccio paternalistico e di sbilanciamento securitario mantiene concreta la possibilità di compromettere ancora una volta la costruzione di una cooperazione paritaria nello spazio mediterraneo.
Assecondando la necessità di una prospettiva più ampia, invece, Tiberio Graziani (Presidente di Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses) propone uno schema interpretativo, situato in una lettura sistemica, in virtù del quale il diritto internazionale trova collegamento con la riflessione teorica sull’ordine mondiale attraverso la metafora della curva gaussiana: il suo ruolo cresce e decresce a seconda della stabilità o dell’instabilità degli equilibri di potere. Se esso raggiunge il massimo della sua effettività nelle fasi di equilibrio relativamente stabile tra potenze, lo stesso perde forza quando gli assetti entrano in trasformazione o in crisi, segnatamente nelle epoche di transizione geopolitica. Emerge così il punto cruciale colto dalla lettura teorica: al venir meno della base politica dell’ordine, «il diritto non scompare, ma rivela la propria natura intrinsecamente politica» (p. 165, Il diritto internazionale e le condizioni dell’ordine globale. Una lettura gaussiana.). La rappresentazione “gaussiana” – consentendo di dar forma storico-dinamica all’assunto della natura politica del diritto, al consustanziale carattere di non neutralità di quest’ultimo in quanto inerente a processi e configurazioni di potere – assurge a riferimento primario per un ragionare di fondo che voglia prescindere dall’estemporaneità o dalla particolarità dei fatti misurati in termini di violazioni o rispetto delle norme.
Gaetanto Calcagno (Università degli Studi di Enna “Kore”) e Umberto Montuoro (Istituto di Studi Europei Alcide De Gasperi), invece, riflettono sull’aspetto spaziale e tecnologico del mutamento. Il primo, ne Il diritto internazionale dello spazio nel pensiero di Rolando Quadri, ricostruisce il pensiero del giurista mostrando il valore ora innovativo ora anticipatore delle sue riflessioni su uso pacifico dello spazio, responsabilità e limiti del potere statale; il secondo porta il discorso sul piano contemporaneo, analizzando come le costellazioni satellitari europee possano supportare ONU e AIEA in attività di monitoraggio, controllo e gestione delle crisi (Le costellazioni satellitari europee al servizio dell’ONU). L’autore insiste sul fatto che, dopo il Trattato di Lisbona, la politica spaziale vada letta anche come supporto alla pace e alla sicurezza; in questa prospettiva è significativa la formula secondo cui <<lo spazio cosmico diviene finalmente una competenza condivisa>> tra UE e Stati membri (p. 173).
In una prospettiva più strettamente teorico-giuridica, il saggio International legal personality: the case of individuals di Erjon Hitaj (Università degli Studi eCampus, Roma), intento a mostrare come il diritto internazionale contemporaneo non sia più leggibile esclusivamente a partire dagli Stati, affronta il tema della soggettività internazionale degli individui. Questo spostamento del centro analitico concorre a ridefinire il quadro generale entro cui si pensano responsabilità, tutela dei diritti e legittimazione del potere nell’ordine globale.
Le recensioni dedicate a Interferenze digitali, sicurezza e diritti di Paolo Bargiacchi e al volume sull’EPPO di Valentina Ranaldi allargano ulteriormente il concetto di sicurezza. La prima mostra come le interferenze digitali, il cybercrime, la disinformazione e la regolazione delle piattaforme coinvolgano nella questione quella dei diritti; la seconda evidenzia che la protezione degli interessi finanziari dell’Unione è anch’essa una forma di sicurezza, interna e istituzionale, affidata a nuovi strumenti da realizzarsi, come la Procura Europea.
Nel complesso, questo primo individuabile raggruppamento tematico mette in luce come la sicurezza europea non sia più riducibile alla sola difesa territoriale, ma dipende da infrastrutture tecnologiche, dati, spazio, finanza, cooperazione regionale e capacità dell’UE di agire in un ordine politico instabile.
Digitale e trasformazioni interne.
Il secondo nucleo si compone di contributi che interrogano l’evoluzione degli ordinamenti interni e la crisi delle categorie costituzionali tradizionali sotto la pressione della digitalizzazione, della flessibilizzazione economico-sociale e della politicizzazione del diritto.
Il saggio Dietro il mito della sovranità digitale: l’Europa nel labirinto delle dipendenze tecnologiche di Anna Lucia Valvo (Università degli Studi di Catania) ne costituisce il centro teorico. La nozione di “sovranità digitale” viene smontata come formula retorica: l’UE non dispone né di piena sovranità in senso classico né di controllo sulle infrastrutture tecnologiche decisive, come cloud, semiconduttori avanzati, piattaforme digitali e modelli di intelligenza artificiale. La forza argomentativa mostra la tensione tra la potenza regolatoria dell’UE e la sua debolezza industriale. GDPR, Digital Markets Act, Digital Services Act, Data Governance Act, Chips Act e AI Act sono presentati come esempi di una capacità normativa reale ma prevalentemente ex post, che pretende di affrontare (sistemi di) tecnologie progettate altrove e quindi non colma il divario strutturale europeo; da qui la formula, molto efficace, di un’Europa <<gigante normativo>> ma <<nano tecnologico>> (p. 23). Il saggio diventa così centrale non solo per il tema digitale, ma perché rimarca un tratto intrinseco alla condizione europea: molta attitudine regolatoria, poca capacità di decidere e di incidere davvero sul piano materiale del livello strategico-industriale.
Su un piano differente ma complementare, Daniele Trabucco (SSML – Istituto di grado universitario San Domenico di Roma) legge la stagione contemporanea come crisi del costituzionalismo moderno. Il suo bersaglio è il post-costituzionalismo, inteso come esito di un processo che, passando per il neocostituzionalismo e la centralità del bilanciamento, avrebbe dissolto l’idea della Costituzione come limite forte al potere, trasformandola in una narrazione flessibile, manipolabile dagli interpreti e in particolare dal potere giudiziario. Il passaggio particolarmente efficace <<se tutto principio, nulla norma; se tutto interpretabile, nulla vincolante>> dà conto della critica dell’autore (p. 51). Il rimedio proposto è un ritorno ad un fondamento oggettivo del diritto nonché ad una filosofia realista, in grado di sottrarre l’ordinamento al relativismo assiologico e alla <<deriva etica>> (Oltre la Costituzione, contro la ragione: le aporie del post-costituzionalismo tra deriva etica e crisi del diritto).
Su un piano diverso, più tecnico e giurisprudenziale, ma interno allo stesso orizzonte problematico, si colloca il contributo di Maurizio Orlandi (Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’)La Corte di giustizia torna sul diritto ad un ricorso giurisdizionale effettivo. Vi si mostra come proprio il terreno della tutela giurisdizionale effettiva sia divenuto uno degli spazi decisivi. Il ruolo dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Corte di giustizia nel garantire rimedi effettivi contro discipline nazionali che limitino l’accesso al giudice o svuotino di contenuto la protezione dei diritti conferma il crescente spostamento, non affatto privo di contraddizioni, del baricentro della garanzia verso la dimensione giurisdizionale e sovranazionale.
Alessandra Iacopino (Università di Trieste) calibra il discorso sul terreno dell’istruzione e dei diritti sociali. Si evidenzia che AI Act, PNRR e piani di digitalizzazione scolastica possono produrre inclusione solo a condizione che siano accompagnati da infrastrutture di rete, dispositivi, formazione dei docenti e governance efficiente; in assenza di queste condizioni, la scuola digitale rischia di amplificare il divario territoriale e sociale invece di ridurlo (Ai act, infrastrutture digitali e inclusione scolastica).
Rosso Nelson (Universidade Federal do Rio Grande do Norte) affronta invece il tema della pejotização nel diritto brasiliano, cioè l’uso di contratti civili di prestazione di servizi per mascherare rapporti di lavoro subordinato. Pur lontano dal tema digitale in senso stretto, il contributo mostra come le trasformazioni economiche e contrattuali possano svuotare la tutela sostanziale dei diritti sociali, ponendo il problema della capacità dell’ordinamento di reagire alla flessibilizzazione e all’elusione delle garanzie (Da (i)licitude da pejotização: entre a validade do contrato civil de prestação de serviços e a fraude na relação de emprego).
Anche questo secondo filone di contributi reclama la verifica dell’effettività del diritto dentro trasformazioni profonde del potere. Che si tratti di sovranità digitale, di ruolo delle corti, di istruzione inclusiva, di tutela del lavoro o di rapporto tra giurisdizione e politica, si rafforza l’interrogativo se le categorie giuridiche classiche siano ancora capaci di orientare processi che le oltrepassano o le svuotano dall’interno.
Memoria storica, identità nazionale e narrazioni politico-giudiziarie.
Il terzo nucleo argomentativo comprende gli scritti dedicati alla costruzione della memoria e dell’identità nazionali in chiave polemica rispetto all’impianto ideologico consolidato della storia repubblicana.
Un primo sottoinsieme ruota attorno al confine orientale e alle Foibe. In Magazzino diciotto, valori e contraddizioni di un’importante opera in memoria dell’esodo giuliano dalmata, Montani valuta positivamente la capacità dell’opera di Simone Cristicchi di portare all’attenzione pubblica una vicenda a lungo rimossa, ma ne sottolinea anche i limiti, legati al rischio di fermarsi alla dimensione emotiva e di non recidere davvero i vecchi pregiudizi storiografici. In Legge 30 marzo 2004 n. 92. Ricordo dell’esodo giuliano-dalmata e delle Foibe, lo stesso autore interpreta il Giorno del Ricordo come una svolta normativa nel riconoscimento di una memoria nazionale negata per decenni.
Su questa linea si collocano il contributo di Brussi sul cinquantennale del trattato di Osimo, definito sin dal titolo <<ignobile rinunzia all’ultima terra istriana>>, ed il testo di Montani sul “testamento spirituale” di Stefano Petris, presentato come esempio di eroismo e martirio italiano a Fiume nel 1945. L’effetto complessivo è quello di una memoria fortemente rivendicativa, che non si limita a commemorare ma accusa scelte politiche, indirizzi culturali e interpretazioni storiografiche responsabili, secondo questi autori, di avere marginalizzato il dramma del confine orientale.
Un secondo sottoinsieme riguarda la RSI, il fascismo e la questione della memoria rimossa. Montani dedica un profilo celebrativo a Fiorenza Ferrini, ausiliaria della RSI, insistendo su fedeltà, sacrificio e perseveranza nell’ideale; in un altro contributo ricostruisce la storia del sacrario di Santa Croce dedicato ai “Caduti del primo Fascismo”, denunciandone la cancellazione nel dopoguerra. Il documento sui diciotto punti del Manifesto di Verona e sul progetto costituzionale della RSI rafforza questa linea, offrendo materiali che permettono una rilettura anche in chiave “costituente” del fascismo repubblicano.
Infine, la recensione di Augusto Sinagra a Complotti di Stato. Avanguardia Nazionale tra storia e processi porta nel blocco la dimensione delle narrazioni politico-giudiziarie. Il libro di Tilgher è presentato come prova di una lunga <<caccia all’uomo>>, nella quale il processo penale sarebbe stato usato come strumento per costruire un nemico interno (p. 254). In questo modo, il testo si collega agli altri contributi non tanto per il tema storico specifico, quanto per la diffidenza verso le memorie e le letture ufficiali della storia repubblicana.
Nel loro insieme, dunque, la funzione dei testi non è soltanto informativa o descrittiva. Si tratta, più radicalmente, di interventi che partecipano alla costruzione di una identità nazionale “contro-memoriale”, alternativa ai canoni antifascisti e repubblicani prevalenti, e che chiedono riconoscimento per storie, simboli e figure considerate escluse o deformate dalla cultura pubblica dominante.
Lungo l’intero numero della Rivista, la presenza simultanea di contributi accademici di taglio strettamente scientifico e di testi di altro genere più apertamente polemici restituisce un approccio in cui la riflessione giuridica in senso stretto convive con interventi che utilizzano il diritto come lente per leggere conflitti geo/politici, trasformazioni sociali o battaglie culturali sul passato.
