Autore: Alberto Cossu – 5/05/2026

Storia e futuro dell’ordine mondiale di Amitav Acharya si colloca all’interno di uno dei dibattiti più intensi della teoria delle relazioni internazionali contemporanee: la crisi dell’ordine liberale internazionale, la redistribuzione del potere globale e la progressiva erosione del monopolio normativo occidentale nella definizione delle regole della governance mondiale.
Il volume rappresenta la naturale evoluzione del progetto teorico che Acharya sviluppa da oltre un decennio attraverso il paradigma delle Global IR (Global international relations) e costituisce al tempo stesso una critica epistemologica all’eurocentrismo e una riflessione storica sulla natura dell’ordine internazionale.
La tesi centrale è tanto semplice quanto ambiziosa nella enunciazione di Amitav Acharya “il libro si oppone all’idea, diffusa in Occidente, che l’ordine mondiale odierno sia di base un prodotto della storia e degli ideali occidentali, in particolare della libertà e della democrazia”.
La tesi centrale del volume è tanto semplice nella formulazione quanto ambiziosa nelle sue implicazioni teoriche. Come afferma Amitav Acharya, «il libro si oppone all’idea, diffusa in Occidente, che l’ordine mondiale odierno sia fondamentalmente un prodotto della storia e degli ideali occidentali, in particolare della libertà e della democrazia». A partire da questa premessa, l’autore mette in discussione una delle convinzioni più radicate della riflessione internazionale contemporanea: che la stabilità globale sia stata generata quasi esclusivamente dall’esperienza storica euro-atlantica e che il suo declino debba necessariamente tradursi in disordine sistemico.
In sintesi, l’ordine mondiale non è mai stato esclusivamente occidentale, la supremazia euro-atlantica rappresenta una fase storicamente circoscritta e il declino relativo dell’Occidente non implica necessariamente il collasso della cooperazione internazionale, ma può piuttosto aprire lo spazio a una configurazione più pluralistica e multilivello dell’ordine globale. In questa prospettiva, il volume si propone come una risposta tanto alle narrazioni decliniste statunitensi quanto alle letture catastrofiste che interpretano la crisi della leadership americana come preludio inevitabile all’anarchia internazionale. Si tratta di una posizione che si distingue anche da quella vasta produzione geopolitica rivolta a un pubblico attratto più da rappresentazioni spettacolari e quasi apocalittiche delle trasformazioni globali che da analisi realmente fondate sulla complessità dei processi storici e politici in atto.
Per sostenere questa tesi Acharya costruisce una lunga genealogia storica dell’ordine mondiale che precede largamente l’ascesa europea. L’autore contesta la narrativa canonica secondo cui l’ordine internazionale moderno nascerebbe con la Pace of Westphalia per poi evolversi progressivamente nel sistema multilaterale guidato dagli Stati Uniti dopo il 1945. Tale ricostruzione, secondo Acharya, riflette una visione profondamente eurocentrica che trasforma l’esperienza europea in paradigma universale. Il libro mostra invece come forme sofisticate di ordine politico, diplomatico e commerciale fossero già presenti nel mondo islamico medievale, nelle reti dell’Oceano Indiano, nella Cina imperiale, nell’India precoloniale, nelle realtà africane e persino in sistemi politici precolombiani. Questo rappresenta uno dei punti più forti dell’opera, poiché costringe il lettore a riconoscere quanto la disciplina delle relazioni internazionali abbia storicamente marginalizzato esperienze extra-occidentali trattandole come periferiche o irrilevanti. In questo senso il volume si inserisce nel più ampio tentativo di ricollocare l’esperienza europea all’interno di una storia globale più ampia, sottraendola alla sua tradizionale rappresentazione come paradigma universale dello sviluppo politico internazionale. Acharya compie però questa operazione mantenendo un dialogo diretto con la teoria mainstream delle relazioni internazionali.
La critica implicita rivolta agli autori liberali appare particolarmente significativa. Studiosi come John Ikenberry hanno descritto l’ordine liberale come il principale produttore di stabilità internazionale e come una struttura dotata di capacità di adattamento superiore rispetto ai modelli storici precedenti. Acharya non nega completamente i benefici dell’ordine liberale, ma sottolinea come esso sia stato storicamente intrecciato con dinamiche di colonialismo, esclusione razziale, gerarchie economiche e violenza imperiale. In questa prospettiva l’universalismo liberale viene reinterpretato come un universalismo parziale e spesso selettivo. Questa critica è particolarmente efficace perché interviene su uno dei presupposti più consolidati delle relazioni internazionali contemporanee: l’idea che la leadership occidentale abbia rappresentato una forma neutrale di governance globale.
Il concetto teorico più importante del libro resta quello di “multiplex world order”, già elaborato da Acharya in lavori precedenti ma qui sviluppato in maniera più articolata. L’immagine del multiplex cinematografico viene utilizzata per descrivere un ordine internazionale caratterizzato dalla coesistenza di molteplici centri di potere, differenti fonti di legittimità politica e modelli istituzionali diversificati. Non vi sarebbe più un singolo egemone capace di produrre ordine globale in maniera unilaterale. Organizzazioni come ASEAN, African Union, BRICS e la Shanghai Cooperation Organisation rappresenterebbero segnali di una crescente decentralizzazione della governance globale. Su questo punto Acharya coglie correttamente una trasformazione reale: la crescente difficoltà delle istituzioni nate nel secondo dopoguerra nel rappresentare gli equilibri politici contemporanei.
Tuttavia è proprio nella riflessione sul futuro ordine internazionale che emergono alcune delle questioni più aperte del volume. Il concetto di multiplex world è teoricamente efficace e restituisce bene l’idea di un sistema internazionale sempre più pluralistico, ma sul piano operativo lascia irrisolti diversi interrogativi. Lo stesso autore definisce il mutiplex world usando queste parole: “non sarà un mondo senza leadership, o un GZERO, dove lo zero non indica soltanto l’assenza di raggruppamenti come il G7 o il G20, ma un mondo senza leader né cooperazione…. lo definirei un G-Plus”.
Amitav Acharya descrive con lucidità la progressiva frammentazione dell’autorità globale, dedicando però meno spazio alle modalità concrete attraverso cui questo pluralismo potrebbe tradursi in forme durature di stabilità. Restano così sullo sfondo temi decisivi come la deterrenza nucleare, la gestione delle rivalità strategiche tra grandi potenze, il controllo degli armamenti, la regolazione climatica e, più in generale, la governance dei beni pubblici globali. Sono questioni che il libro solleva indirettamente, ma che richiederebbero un approfondimento ulteriore per comprendere come un ordine più diffuso e meno gerarchico possa mantenere coesione nel lungo periodo.
Un secondo limite riguarda il rischio di romanticizzazione implicita delle esperienze non occidentali. Nel tentativo di correggere l’eurocentrismo, Acharya talvolta tende a enfatizzare eccessivamente gli aspetti cooperativi e pluralisti degli ordini premoderni extra-occidentali. Tuttavia molti di questi sistemi erano anch’essi caratterizzati da forti gerarchie imperiali, violenza e sfruttamento. L’Impero Mongolo, l’Impero Ottomano, quello Mughal e diversi imperi africani non rappresentavano modelli normativamente superiori rispetto all’Europa moderna. Il rischio è quindi quello di sostituire una teleologia occidentale con una contro-teleologia altrettanto problematica.
Ancora più rilevante appare la sottovalutazione della dimensione materiale del potere. Acharya privilegia norme, identità e pluralismo istituzionale ma dedica meno attenzione alle strutture economiche e tecnologiche che continuano a definire la gerarchia globale. Il predominio del dollaro, la superiorità militare americana, il controllo occidentale delle tecnologie avanzate e la concentrazione delle catene del valore restano elementi centrali.
Un aspetto che il volume affronta solo marginalmente riguarda la trasformazione tecnologica contemporanea. Oggi l’ordine globale non è più plasmato esclusivamente dagli Stati, ma anche da grandi attori privati capaci di esercitare forme sempre più incisive di potere. Aziende come OpenAI, SpaceX, TSMC, Amazon Web Services e Starlink stanno già ridefinendo gli equilibri della sicurezza, della connettività globale, dello spazio extra-atmosferico e del controllo delle infrastrutture strategiche. In uno scenario segnato dall’ascesa dell’intelligenza artificiale, dalla competizione spaziale e dalla crescente centralità della sovranità digitale, l’analisi di Amitav Acharya rimane prevalentemente concentrata sul ruolo degli Stati e sulle grandi dinamiche storiche tra civiltà. Eppure, una parte crescente delle nuove gerarchie globali si sta costruendo sempre meno attraverso i tradizionali strumenti geopolitici e sempre più attraverso il controllo di dati, algoritmi, infrastrutture digitali e tecnologie strategiche. Comprendere il futuro dell’ordine mondiale significa quindi guardare non solo alla redistribuzione del potere tra Stati, ma anche alla capacità crescente di attori tecnologici privati di influenzare equilibri politici e strategici globali.
Anche la questione della Cina viene affrontata in modo solo parzialmente convincente. Nel legittimo tentativo di prendere le distanze dalle narrazioni occidentali più allarmistiche sulla sua ascesa, Amitav Acharya tende talvolta a sottovalutare come Pechino non si stia limitando a contestare l’ordine internazionale esistente, ma stia costruendo proprie forme di influenza economica, strategica e tecnologica. Strumenti come la Belt and Road Initiative, la crescente assertività nel South China Sea e l’espansione tecnologica globale mostrano che il declino dell’egemonia occidentale non porta automaticamente a un ordine più equilibrato. Più semplicemente, la fine di un’egemonia può aprire la strada alla nascita di nuove forme di predominio.
Il libro resta estremamente importante perché obbliga studiosi e decisori politici a ripensare categorie analitiche troppo a lungo considerate universali. Acharya coglie correttamente il fatto che l’Occidente non possiede più il monopolio della legittimità normativa e che il futuro ordine globale sarà inevitabilmente più frammentato, competitivo e pluralistico. Se il volume risulta più forte come critica storica del passato che come teoria operativa del futuro, esso rimane comunque una delle opere più significative degli ultimi anni sul tema della transizione dell’ordine internazionale. La sua forza risiede nella capacità di aprire nuove domande più che nel fornire risposte definitive. Ed è proprio questa capacità di destabilizzare paradigmi consolidati che rende Storia e futuro dell’ordine mondiale una lettura imprescindibile per comprendere la crisi dell’ordine globale contemporaneo.
