Autore: Francesco Trani – 31/08/2026

INDIA POTENZA EURASIATICA – Le sfide della crescita economica, del posizionamento strategico e delle relazioni internazionali in evoluzione
INDIA: A EURASIAN POWER The challenges of economic growth, strategic positioning, and evolving international relations
Recensione a cura di: Francesco Trani
Il volume INDIA POTENZA EURASIATICA, curato da Alberto Cossu e Tiberio Graziani per la collana “Orizzonti d’Eurasia” (ISBN: 9788889991527 – ISSN: 3035-3831) di Callive Edizioni, si presenta come un’opera corale di ampio respiro, chiamata a rispondere a una domanda tanto semplice quanto sfuggente: che cosa significa, oggi, essere una potenza eurasiatica quando si è, al tempo stesso, subcontinente, civiltà plurimillenaria e Stato-nazione ancora alle prese con le proprie fratture interne? Le due prefazioni che aprono il libro — quella di Côme Carpentier de Gourdon e quella di Antonio Armellini — fissano subito le coordinate di questa ambivalenza. Il primo intreccia la genealogia stessa del nome “India-Bharat” con la sua storia di frammentazione politica perenne e coesione culturale profonda, ricordando come il Paese sia sopravvissuto a millenni di dominazioni proprio perché la sua identità non ha mai coinciso con un unico potere centrale, ma con un Dharma condiviso. Il secondo, con piglio più politologico, mette a fuoco il paradosso della “Make in India” — più dichiarazione d’intenti che trasformazione compiuta — e la convivenza fra una borghesia digitale globalizzata e una burocrazia elefantiaca, fra megalopoli che rievocano Shanghai e un settore rurale ancora arretrato.
I ventuno saggi costituenti il volume, opera di studiosi e analisti di diversa provenienza, si dispongono lungo cinque parti che accompagnano il lettore dalle radici storiche della postura internazionale indiana fino alle contraddizioni più intime della sua ascesa. È una scelta editoriale coraggiosa, perché il rischio implicito di un’opera con un numero così alto di contributi è la dispersione tematica; il merito del volume, come si vedrà, è proprio quello di trasformare questa eterogeneità in un mosaico coerente, tenuto insieme da un concetto che ricorre, esplicitamente o in filigrana, in quasi ogni saggio: il multi-allineamento come cifra identitaria permanente della politica estera indiana.
Il volume si apre, opportunamente, tornando alle origini. Ellina P. Shavlay, con “The ‘Middle Way’ Strategy: India’s Foreign Policy in a Changing World”, ricostruisce il non allineamento nehruviano non come mero pragmatismo da Guerra Fredda, ma come proiezione politica di un ethos civilizzazionale radicato nel dharma e nell’ahimsa gandhiana: una ‘via di mezzo’ che affonda le proprie ragioni tanto nell’Arthashastra di Kautilya e nel Dhamma di Ashoka quanto nella pratica diplomatica di Bandung, e che oggi si aggiorna in “multi-allineamento” senza perdere la propria matrice culturale. È un saggio d’apertura efficace proprio perché rifiuta la tentazione di trattare l’autonomia strategica indiana come mera tecnica negoziale, restituendole invece uno spessore antropologico che gli altri contributi, più orientati all’analisi geopolitica contemporanea, danno spesso per presupposto.
Se Shavlay ricostruisce le radici spirituali dell’autonomia indiana, Côme Carpentier De Gourdon, in “India’s Quest for Strategic Autonomy in the New (Cold?) War”, ne segue il percorso istituzionale: dal recidere l’ultimo legame simbolico con la Corona britannica fino alla costruzione paziente di una rete di partnership — BIMSTEC, BRICS, Shanghai Cooperation Organisation, IORA — che oggi rende l’India un nodo ineludibile di un ordine post-americano. L’autore, figura di rilievo nell’establishment intellettuale indiano essendo Convener dell’International Editorial Board di World Affairs e Distinguished Fellow della India Foundation, offre una prospettiva che si potrebbe definire “dall’interno”, meno incline alla cautela accademica occidentale e più esplicita nel rivendicare la legittimità della traiettoria indiana.
Aniello Inverso compie invece un salto di paradigma con “Dal non allineamento politico al non allineamento digitale: l’India come potenza ibrida nell’ordine multipolare eurasiatico“, proponendo la categoria di “potenza ibrida” tecnologicamente sovrana: l’India Stack, l’UPI, l’architettura di cybersicurezza nazionale (National Cyber Security Policy 2013, CERT-In, NCIIPC, Defence Cyber Agency) vengono lette come l’estensione, nel dominio digitale e cibernetico, della medesima logica di riduzione delle dipendenze critiche già sperimentata nei decenni precedenti nei settori commerciale, energetico e militare. Il saggio, appoggiandosi al documento collettivo Non-Alignment 2.0, ha il merito di dimostrare come la sovranità tecnologica non sia un capitolo a sé, ma la traduzione contemporanea dello stesso principio ordinatore — la massimizzazione dello spazio di scelta — che ha guidato Nehru settant’anni prima.
Greta Galbier, con “L’India nel sistema multipolare: autonomia e diversificazione”, riporta il discorso sul terreno più concreto degli squilibri commerciali, mostrando come la stessa apertura al capitalismo globale che ha permesso all’India di crescere molto velocemente— un PIL che nel 2025 ha raggiunto i 4,18 trilioni di dollari, sul punto di superare quello giapponese — l’abbia anche resa strutturalmente dipendente dalla Cina, che le vende materie prime grezze e le acquista prodotti finiti in un rapporto commerciale asimmetrico. È un contributo utile proprio perché introduce, dopo tre saggi di impianto più teorico, il primo dato quantitativo concreto che permette al lettore di misurare la distanza fra l’ambizione dichiarata di autonomia e i vincoli reali dell’interdipendenza economica.
Chiude la sezione Giuseppe Romeo con “India: dal terzomondismo al vertice del «Mondo non-occidentale»”, che rilegge l’intera traiettoria — da Bandung al vertice BRICS, passando per la lezione di William Dalrymple sull'”indosfera” come superpotenza intellettuale e spirituale — come il progressivo trasferimento di un’eredità terzomondista verso la leadership di un “Mondo non-Occidentale” ormai autoconsapevole, capace di trasformare la tradizione in modernità senza rinnegarla. Il saggio funge da cerniera naturale verso la seconda parte del volume, perché introduce già, nel suo affresco storico, i nomi delle grandi potenze — Cina, Stati Uniti, Russia — che diventeranno protagoniste dei capitoli successivi.
La seconda parte sposta l’obiettivo sui rapporti bilaterali che definiscono lo spazio di manovra di Nuova Delhi, ed è probabilmente la sezione più densa del volume, sia per numero di contributi sia per l’attualità stringente dei temi trattati. Alberto Bradanini, già ambasciatore in India, in “Le relazioni Cina-India all’alba del terzo decennio del secolo XXI”, ripercorre con piglio quasi cronachistico la lunga contesa di confine — dalla guerra del 1962, che costò a Nuova Delhi oltre 38.000 kmq di territorio, agli scontri di Galwan del 2020, i primi con vittime dopo quaranta cinque anni— fino al recente e fragile disgelo suggellato dai vertici BRICS di Kazan (ottobre 2024) e SCO di Tianjin (agosto-settembre 2025), complicato dalle tariffe daziarie della seconda amministrazione Trump e dalla persistenza indiana nell’acquisto di petrolio russo scontato.
Paolo Cornetti riprende lo stesso asse, ma con un taglio più teorico, in “L’India e il ‘dubbio cinese’ nella sfida multipolare”. Il saggio parte da una domanda di ricerca esplicita — in che modo l’evoluzione della relazione India-Cina, sospesa fra competizione e cooperazione, contribuisca a ridefinire l’ordine multipolare — per proporre una tesi duplice e ben argomentata: il rapporto sino-indiano funziona al tempo stesso come motore dell’ordine multipolare, perché le scelte congiunte su sicurezza regionale, connettività e governance finanziaria plasmano la capacità di agire in modo unito rispetto ad altri attori, e come sintomo di tale ordine, perché la coesistenza di rivalità e interdipendenza asimmetrica riflette le tensioni interne della multipolarità eurasiatica. Cornetti individua nel progressivo logoramento del rapporto con Washington — fra frizioni commerciali e percezione di un impegno statunitense sempre più selettivo — la leva che spinge Nuova Delhi verso forme di convergenza tattica con Pechino, pur entro la cornice del multi-allineamento: un’analisi che dialoga direttamente, e utilmente, con quella più narrativa di Bradanini.
Gianluca Pastori (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) sposta lo sguardo sull’altra sponda del triangolo con “A difficult pattern of relations. US-India dynamics in the shadow of the second Trump administration”, documentando come il ritorno di Trump alla Casa Bianca — tariffe punitive fino al 26% il 2 aprile 2025, successivamente elevato al 50% alla fine di agosto., riavvicinamento a Islamabad, restrizioni ai visti lavorativi per i lavoratori qualificati indiani — abbia eroso la fiducia indiana in Washington come “partner naturale”, pur senza rimettere in discussione l’impianto del multi-allineamento. Pastori osserva con lucidità che nemmeno un nuovo deterioramento dei rapporti USA-Cina potrebbe restaurare pienamente la fiducia indiana nell’amicizia americana: una diagnosi severa, che si allontana dall’ottimismo diplomatico di alcuni altri contributi del volume.
Tiberio Graziani, curatore del volume insieme ad Alberto Cossu, firma personalmente uno dei saggi più sistematici della raccolta: “Russia e India: autonomia strategica e cooperazione eurasiatica”. Adottando una prospettiva dichiaratamente sistemica, l’autore individua quattro pilastri della cooperazione russo-indiana — energia e commercio di materie prime, infrastrutture e logistica, tecnologia e industria, coordinamento geopolitico in sede BRICS+ — e ne ricostruisce la lunga traiettoria storica, dal Trattato di Amicizia e Cooperazione del 1971, siglato nel pieno della guerra del Bangladesh, fino all’intensificazione post-2022, quando la Russia sanzionata ha trovato in Nuova Delhi un partner pragmatico disposto ad ampliare gli scambi energetici (passati da 13 a oltre 27 miliardi di dollari fra il 2021 e il 2022). Il saggio ha il pregio di mostrare come questa relazione, spesso letta in Occidente come mera opportunità di convenienza, sia in realtà il frutto di una fiducia reciproca mai realmente interrotta nemmeno nella fase di ripiegamento russo degli anni Novanta — un elemento di continuità storica che arricchisce, e in parte corregge, la lettura più contingente offerta da Bradanini e Pastori sui rapporti con Cina e Stati Uniti.
Michele Pigliucci, professore di Politica e geografia economica presso la Link Campus University, in “Unione Europea e India: un partenariato strategico alla sfida delle tensioni globali”, osserva la medesima autonomia strategica dal punto di vista, per certi versi scomodo, di Bruxelles: l’India rappresenta per l’UE l’alleato ideale nel Global Gateway e nell’IMEC, ma è anche l’attore che meglio incarna il rifiuto della condizionalità esterna su cui l’Unione ha fondato il proprio multilateralismo — un rifiuto reso evidente dal mantenimento degli acquisti di petrolio russo (circa 123 miliardi di euro di greggio importato dal febbraio 2023) nonostante le sanzioni occidentali. L’autore descrive con precisione i cinque pilastri della New Strategic EU-India Agenda varata nel 2025, restituendo un quadro istituzionale aggiornato e utile anche a un lettore non specialista.
Chiude la sezione Rodolfo Bastianelli con “La storia dei rapporti tra India e Israele”, l’unico saggio del volume interamente dedicato a una relazione bilaterale ricostruita in chiave prevalentemente storico-diplomatica piuttosto che di attualità strategica. Bastianelli ripercorre con dovizia d’archivio il lungo tragitto dall’ostilità post-1947 — dettata dalla forte componente musulmana della popolazione indiana, dalla posizione critica di Gandhi e Nehru verso le aspirazioni sioniste, e dal timore che un riconoscimento di Israele potesse spingere i Paesi arabi a sostenere le rivendicazioni pakistane sul Kashmir — fino alla piena normalizzazione diplomatica del 1992 e alla successiva, solida cooperazione in materia di difesa, antiterrorismo e intelligence. È un saggio che, per il suo taglio più narrativo e meno teorico rispetto agli altri della sezione, offre un respiro diverso al lettore, ricordando che l’autonomia strategica indiana non si esercita soltanto nei rapporti con le grandi potenze, ma anche in relazioni bilaterali apparentemente minori, la cui gestione richiede comunque un bilanciamento sofisticato — in questo caso fra il sostegno storico alla causa palestinese e il pragmatismo di un partenariato sempre più stretto con Gerusalemme.
Nella terza parte il volume si concentra sull’India come nodo infrastrutturale. Giuliano Luongo, con “The Strategic Implications of the Fourth India-Central Asia Dialogue”, segue l’istituzionalizzazione progressiva del rapporto con le repubbliche centro-asiatiche, dalla Connect Central Asia Policy del 2012 al Dialogo di New Delhi del giugno 2025, che ha riunito i ministri degli Esteri indiano e delle cinque repubbliche — Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan — sottolineando come il salto dall’intento simbolico all’infrastruttura concreta (INSTC, porto di Chabahar) resti la vera incognita del progetto: l’autore stesso avverte che, senza impegno politico sostenuto e partecipazione del settore privato, il Dialogo rischia di rimanere un esercizio simbolico più che una piattaforma regionale trasformativa.
Alberto Cossu, in “Il riposizionamento strategico dell’India e l’emergere dell’asse indo-arabo”, applica la categoria del structural power di Susan Strange per leggere la convergenza fra la trasformazione tecnologico-industriale indiana e la diversificazione economica del Golfo — un commercio bilaterale che ha superato i 180 miliardi di dollari nel 2023: semiconduttori, terre rare, idrogeno verde e IMEC diventano gli strumenti di una “terza via” indo-araba nella competizione sino-americana, capace di combinare competitività di costo, capitale umano scalabile e flussi di capitale diversificati.
Alessandro Maria Scarpulla, con “The India-Middle East-Europe Corridor”, ricostruisce la genesi diplomatica dello stesso corridoio — dal G20 di New Delhi del settembre 2023, con le dichiarazioni entusiastiche di von der Leyen, Modi, Biden e del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, al congelamento causato dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalla successiva guerra di Gaza — evidenziandone il potenziale come contro-narrazione alla Belt and Road Initiative cinese e mettendo in luce, al contempo, la nuova visione strategica italiana di Paese-perno negli equilibri internazionali, in relazione al Piano Mattei per l’Africa. I tre saggi di questa sezione, letti in sequenza, compongono un quadro particolarmente coerente: dalla dimensione centro-asiatica a quella indo-araba fino a quella euro-mediterranea, la connettività emerge come il vero terreno su cui si gioca oggi la capacità indiana di trasformare l’autonomia dichiarata in potere effettivo.
La quarta parte scende sul piano degli strumenti materiali. Gino Lanzara apre con “India: potere marittimo e geopolitica declinati da un aspirante egemone”, delineando i tre cerchi concentrici della proiezione indiana — vicinato, Oceano Indiano, resto del mondo — e la dottrina SAGAR (Sicurezza e crescita per tutti nella regione), non senza sottolineare come le fragilità industriali e la dipendenza dalle importazioni continuino a frenare le ambizioni di una vera blue-water navy, capace di competere realmente con la Maritime Silk Road cinese e la strategia dello “String of Pearls”.
Giuseppe Anzera (Sapienza Università di Roma) approfondisce lo stesso terreno in “India e Oceano Indiano: sviluppo e prospettive dello strumento navale”, ricostruendo storicamente il passaggio da una postura continentale e “sea-denial” — coerente con il modello di sviluppo basato sulla sostituzione delle importazioni fino agli anni Novanta — a una strategia di sea control accelerata dal confronto con la Cina dopo Galwan, e impiegando la network analysis per mappare la progressiva diversificazione degli approvvigionamenti bellici, dal monopolio sovietico-russo verso Europa, Israele e, più selettivamente, Stati Uniti.
Con David Berti, “India, evolution of a new player in global mobility (2000-2025): human geography, automotive industry, and geopolitical projection“, il registro si sposta sull’industria: la parabola del settore automotive indiano — terzo mercato mondiale per vendite dopo Cina e Stati Uniti, dai due-tre ruote ai cluster di Chennai, Pune e Gujarat, dal “Make in India” alla diplomazia delle materie prime critiche e dei semiconduttori — viene letta come laboratorio di una politica estera fatta di liberalizzazione controllata e multi-allineamento geoeconomico, un caso di studio settoriale che rende tangibile, su scala industriale, ciò che i saggi più teorici della prima parte avevano enunciato in termini di principio.
Chiude la sezione Noemi Chiari con “L’impatto locale della costruzione di infrastrutture nel Ladakh come mezzo di proiezione geopolitica”, che porta il lettore sul terreno più concreto e conteso della Linea di Controllo Effettivo — un confine de facto la cui lunghezza è oggetto di disaccordo persino nella misurazione fra i due Paesi (3.488 km secondo l’India, meno di 2.000 secondo la Cina) — mostrando come la modernizzazione infrastrutturale voluta da Nuova Delhi contro la Cina si scontri con le rivendicazioni identitarie delle comunità locali, dopo la riorganizzazione del Ladakh in Territorio dell’Unione nel 2019. È un caso di studio esemplare della tensione fra proiezione esterna di potenza e gestione interna della periferia, e anticipa efficacemente i temi della sezione conclusiva del volume.
Il volume si chiude tornando, con piena coerenza circolare, alle fragilità interne già annunciate nelle prefazioni. Leonardo Noschese, in “Gli Architravi di Bharat”, individua nella disomogeneità infrastrutturale — con Stati come Maharashtra, Uttar Pradesh, Kerala e Karnataka che concentrano quasi metà della rete stradale nazionale, mentre il Nord-Est resta cronicamente sotto-connesso — e in una pedagogia nazionale incapace di produrre una visione civica condivisa, i due pilastri strutturali la cui debolezza rischia di trasformare l’India, più che in un attore pienamente autonomo, in un perno reattivo delle strategie altrui.
Andrea Perrone (Link Campus University), con “L’India di Narendra Modi tra proiezione esterna e tensioni interne”, applica alla lettura del caso indiano gli strumenti teorici di Samuel Huntington, Anthony Smith e Christopher Coker, leggendo l’ascesa dell’hindutva come progetto di nation-building di uno “Stato-civiltà” fondato su un high-tech populism capace di rafforzare il ruolo internazionale dell’India ma, al tempo stesso, di esasperare la polarizzazione religiosa interna, in particolare nei confronti della minoranza musulmana.
Chiude il volume Giulio Alfano (Pontificia Università lateranense) con “India: da Stato-nazione a potenza euroasiatica”, che riporta l’attenzione, in chiave più speculativa, sulle contraddizioni strutturali — sistema delle caste, tensioni etnico-religiose fra induisti e musulmani, una popolazione che nel 2025 ha sfiorato il miliardo e mezzo di abitanti secondo le stime citate dall’autore — che continuano a convivere con l’ambizione nucleare e militare del Paese. È una conclusione volutamente aperta, quasi interrogativa, che lascia al lettore il compito di ricomporre la tensione fra la potenza in divenire descritta nei saggi precedenti e le fratture interne mai del tutto risolte che questo saggio, insieme a quelli di Noschese e Perrone, riporta prepotentemente in primo piano.
Giunti al termine di questo percorso in cinque tappe, il volume INDIA POTENZA EURASIATICArestituisce un’immagine dell’India volutamente non pacificata, e proprio per questo credibile. I ventuno contributi, pur nella diversità di approcci — dalla storia diplomatica alla teoria del structural power, dall’analisi navale alla network analysis, dalla sociologia delle infrastrutture alla lettura civilizzazionale di ascendenza huntingtoniana — convergono su un’unica intuizione di fondo: l’India non è né una potenza in ascesa lineare né uno Stato fragile in perenne bilico, ma un attore che ha fatto della propria contraddizione strutturale — fra autonomia strategica e dipendenza economica, fra proiezione marittima e vulnerabilità industriale, fra afflato pluralista costituzionale e polarizzazione hindutva — il proprio effettivo modus operandi internazionale. Il multi-allineamento, categoria che attraversa quasi ogni saggio del volume come un filo rosso esplicito — da Shavlay a Inverso, da Cornetti a Pigliucci, fino a Lanzara — non è dunque soltanto una tecnica diplomatica ereditata dal non allineamento nehruviano, ma la traduzione contemporanea di un’identità che da sempre rifiuta l’appartenenza esclusiva a un blocco, sia esso geopolitico, tecnologico o valoriale.
Se la Parte I ricostruisce le radici morali e storiche di questa postura e la Parte II ne verifica la tenuta nel confronto serrato con Cina, Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Israele — cinque relazioni che, lette in sequenza, compongono forse il nucleo più ricco dell’intero volume — le Parti III e IV mostrano che l’autonomia strategica indiana non è mai stata soltanto retorica diplomatica, ma richiede infrastrutture concrete — corridoi, porti, flotte, filiere industriali — la cui realizzazione resta, in più di un contributo, ancora incompiuta o soggetta a shock esogeni (la guerra di Gaza per l’IMEC, la dipendenza da componentistica estera per la Marina, gli squilibri regionali per la rete stradale). È infine la Parte V a fornire il contrappunto necessario: nessuna proiezione di potenza è sostenibile se non poggia su una coesione interna che l’India, allo stato attuale, non può dare per acquisita.
Il libro non offre, dunque, una tesi consolatoria sull’inevitabilità dell’ascesa indiana, né una previsione catastrofista sulla sua disgregazione: restituisce piuttosto — ed è forse il suo merito maggiore — la fisionomia di una potenza che si costruisce esattamente attraverso la gestione, mai definitiva, delle proprie fratture. In questo senso, il volume si pone in naturale continuità con la missione dichiarata della collana “Orizzonti d’Eurasia”: illuminare uno spazio troppo spesso osservato attraverso categorie occidentali che ne appiattiscono la specificità civilizzazionale, restituendo invece all’India la complessità di un soggetto storico che pensa se stesso, prima ancora che come potenza, come civiltà in cammino.

L’autore della recensione – Francesco Trani, laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Siena. I suoi interessi di ricerca riguardano la politica internazionale e la geopolitica, con particolare attenzione ai processi decisionali degli Stati, alla competizione tra grandi potenze e all’evoluzione degli equilibri strategici globali.
Scheda editoriale:
India potenza eurasiatica / India: A Eurasian Power
A cura di: Alberto Cossu e Tiberio Graziani
Prefazioni: Côme Carpentier de Gourdon e Antonio Armellini
Collana: Orizzonti d’Eurasia
Editore: Callive Edizioni
Anno: 2026
ISBN: 9788889991527
ISSN collana: 3035-3831
Prezzo di copertina: € 42,00.
Il volume è pubblicato nell’ambito della collana Orizzonti d’Eurasia, ed è inserito nel progetto “Società Italiana di Geopolitica” di Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses, volto a promuovere e sviluppare lo studio della geopolitica in Italia. I volumi della collana sono sottoposti a peer review anonima.
