Autore: Alessandro Giorgetta – 20/02/2026
Le mire statunitensi sulla Groenlandia tra geopolitica artica e immaginario: una rilettura critica alla luce del “tradizionalismo europeo“
Sommario – Le rinnovate mire statunitensi sulla Groenlandia non possono essere comprese adeguatamente se isolate nel quadro di una contingenza diplomatica o ridotte a un episodio della retorica politica statunitense ed europea. Esse si inscrivono piuttosto in una trasformazione strutturale dell’ordine spaziale globale che coinvolge simultaneamente la dimensione strategica, quella economica e quella simbolica. L’Artico, tradizionalmente percepito come periferia glaciale della storia, sta progressivamente assumendo la configurazione di uno dei principali teatri della competizione tra grandi potenze, non soltanto in ragione delle risorse minerarie e delle nuove rotte marittime rese praticabili dal mutamento climatico, ma perché esso costituisce uno spazio di ridefinizione delle categorie stesse attraverso cui la modernità ha pensato la sovranità e la proiezione imperiale.
L’accordo del 1941 tra gli Stati Uniti e l’ambasciatore danese a Washington, Henrik Kauffmann, fu stipulato in una situazione giuridicamente anomala. La Danimarca era stata occupata dalla Germania nazista nel 1940, e il governo di Copenaghen non era pienamente libero di esercitare le proprie prerogative sovrane. Kauffmann, agendo senza l’autorizzazione del governo occupato, concluse un’intesa con gli Stati Uniti che autorizzava la presenza militare americana in Groenlandia per prevenire un’eventuale occupazione tedesca dell’isola. Dal punto di vista strettamente formale, l’accordo sollevava interrogativi circa la validità della rappresentanza diplomatica e la continuità della sovranità danese in condizioni di occupazione.
Tuttavia, l’accordo segnò un passaggio fondamentale: trasformò la Groenlandia in uno spazio di sicurezza nordamericano de facto, pur restando de iure territorio danese. L’isola veniva integrata in un dispositivo strategico che superava il modello classico dell’alleanza temporanea, inaugurando una forma di presenza permanente fondata sulla necessità della difesa emisferica. In termini schmittiani, si trattava di una decisione fondativa che ridefiniva il nomos dello spazio artico occidentale.
L’accordo del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca consolidò e istituzionalizzò tale configurazione. Con esso veniva riconosciuto il diritto degli Stati Uniti a mantenere e sviluppare installazioni militari in Groenlandia nell’ambito della NATO, formalizzando la base di Thule come elemento centrale del sistema di difesa transatlantico. Il trattato prevedeva ampia libertà operativa per le forze americane, inclusa la costruzione e l’uso di infrastrutture, pur riaffermando la sovranità danese sul territorio.
La peculiarità giuridica dell’accordo del 1951 risiede nella sua natura ibrida: esso non trasferì sovranità, bensì creò una zona funzionalmente integrata nel sistema di difesa statunitense. La Groenlandia divenne così un esempio paradigmatico di ciò che potremmo definire sovranità “modulata”, in cui l’autorità formale e il controllo operativo si distribuiscono secondo logiche differenziate.
Con l’Atto di Autogoverno del 2009, la Groenlandia ha acquisito ulteriori competenze, inclusa la gestione delle risorse naturali, mentre la Danimarca ha mantenuto la responsabilità primaria per la difesa e la politica estera. Questo assetto storico ha generato un rapporto triangolare: (i) Copenaghen come titolare formale della sovranità internazionale; (ii) Nuuk come soggetto politico dotato di crescente autonomia e potenziale diritto all’indipendenza; (iii) Washington come attore strategico stabilmente insediato.
Il diritto internazionale contemporaneo, lungi dall’offrire una soluzione lineare, riflette qui la frammentazione dell’autorità nell’epoca della tecnica.
Ma la questione groenlandese non è soltanto problema di diritto internazionale o di equilibrio militare, ma segno di un’epoca in cui ogni spazio, anche il più remoto, viene strappato alla sua qualità simbolica per essere inscritto nella totalità funzionale del sistema globale.
È proprio a questo livello che il pensiero tradizionalista europeo consente di cogliere la portata profonda del fenomeno. La riduzione dello spazio a oggetto di accordi funzionali e la conseguente trasformazione della sovranità in dispositivo tecnico-amministrativo, testimoniano l’avvento della fase ultima della modernità: la subordinazione di ogni principio qualitativo a un ordine quantitativo e procedurale. La Groenlandia non è più centro simbolico, né periferia mitica, ma elemento di una configurazione regolata da trattati, memoranda e protocolli tecnici. Il diritto stesso assume una funzione strumentale, diventando meccanismo di gestione di flussi strategici.
Nell’Artico contemporaneo non vi è centro, ma rete; non asse verticale, ma piano di coordinamento orizzontale. La presenza americana in Groenlandia non è l’espressione di una missione civilizzatrice, bensì l’effetto di una razionalità tecnica che mira alla stabilizzazione di corridoi strategici. La differenza non è meramente terminologica: essa segnala il passaggio da un’idea di imperium come forma spirituale a un’idea di impero come infrastruttura.
Se si sposta ora lo sguardo verso l’Indo-Pacifico, il confronto diventa particolarmente calzante. Anche lì si assiste a una competizione tra grandi potenze per il controllo delle rotte marittime, delle catene di approvvigionamento e delle tecnologie strategiche. La strategia americana dell’Indo-Pacifico libero e aperto e la militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale, riflettono una logica di contenimento e di delimitazione di sfere di influenza.
Tuttavia, mentre l’Indo-Pacifico è spazio di densità demografica, commerciale e storica, l’Artico è spazio di rarefazione, di silenzio, di vuoto glaciale che viene progressivamente colmato dalla tecnica. Proprio questa differenza mette al centro il pensiero identitario europeo. L’Indo-Pacifico può essere interpretato come prosecuzione della talassocrazia moderna nella sua forma classica: controllo dei mari e delle vie di comunicazione. L’Artico, invece, rappresenta la penetrazione della tecnica in uno spazio che per secoli è rimasto ai margini della storia operativa. È la trasformazione del limite in risorsa. Se la civiltà moderna si caratterizza per la volontà di estendere indefinitamente il dominio quantitativo, l’Artico è il simbolo di tale volontà che non tollera più nemmeno il ghiaccio come confine.
In questa prospettiva comparativa, l’Artico appare come figura estrema della modernità tecnica, mentre l’Indo-Pacifico ne rappresenta la continuità strategica. Entrambi sono teatri di competizione tra grandi spazi; ma solo l’Artico rivela con evidenza la metamorfosi ontologica dello spazio disponibile. La Groenlandia, sospesa tra autonomia giuridica e integrazione strategica, diventa così il punto in cui la geopolitica incontra la metafisica della tecnica.
Occorre dunque riconoscere che la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina non rappresenta un conflitto tra civiltà tradizionali, bensì un confronto interno a un medesimo orizzonte tecnico. E tuttavia, proprio la riemersione dei grandi spazi e delle decisioni sovrane suggerisce che la storia non si è dissolta in un’uniformità pacificata.
L’Artico e l’Indo-Pacifico, letti insieme, mostrano che l’ordine mondiale è entrato in una fase di ridefinizione in cui la tecnica tende a universalizzare il dominio, mentre la politica si limita a fissare gli ambiti di influenza.
In questa tensione si gioca il destino della Groenlandia: non una periferia irrilevante, bensì un luogo in cui il nomos della terra e l’impianto tecnico globale si sovrappongono, rivelando la condizione ultima della modernità.
